Rientrato dalle vacanze in Grecia e dal tradizionale appuntamento con il Teatro di Marte di ArchivioZeta al Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa – ahimè, questo potrebbe essere l’ultimo anno! – per la seconda parte de Il processo di Franz Kafka, ragioni familiari mi hanno portato nella Riviera di Ponente. Giusto in tempo per assistere alla chiusura della sessantesima edizione del Festival Teatrale di Borgio Verezzi che si è tenuto dall’8 luglio al 13 agosto sotto la direzione artistica di Maximilian Nisi.
La Liguria mi ha accolto nei giorni più afosi di quella che – ci allertano i climatologi – dobbiamo considerare l’estate più “fresca” dei prossimi cinquant’anni. Il vociare della spiaggia gremita e la cappa di umidità a bordo mare mi facevano pesare la nostalgia dell’amato Peloponneso anche più della mia “Brianza velenosa”. Mi sentivo come il protagonista di uno dei più celebri libri di Italo Calvino: «Uomo nervoso che vive in un mondo frenetico e congestionato, il signor Palomar tende a ridurre le proprie relazioni col mondo esterno e per difendersi dalla nevrastenia generale cerca quanto più può di tenere le sue sensazioni sotto controllo.»

Il 2026 è per me l’anno di Calvino – sto leggendo i suoi romanzi, degustandone uno al mese – ma anche di Antonio Vivaldi, per ascoltare le composizioni del quale mi sono spinto qua e là per l’Italia.
Per fortuna, in poco tempo l’umore è cambiato. Mi è bastato spostarmi dal lungomare all’interno, per ritrovarmi, con largo anticipo, per le stradine di Borgio Verezzi (più precisamente in quelle di Borgio) e poi in piazza San Pietro, in attesa di assistere allo spettacolo – in prima nazionale – Rosso veneziano. Goldoni vs Vivaldi, scritto e diretto da Mauro Canova.
Già sulla carta aveva gli elementi giusti per attirare la mia attenzione e insieme garanzia di successo: il nome dello stesso Maximilian Nisi nel ruolo di voce recitante e la partecipazione dell’Ensemble MusAntica, più in dialogo che a corredo della narrazione. I calorosi applausi del folto pubblico seduto sulla “cavea” della piazza (benedetti i materessini messi a disposizione gratuitamente dall’organizzazione, come gratuito è stato lo spettacolo) hanno confermato le mie impressioni personali. Eccomi riappacificato con l’estate italiana!

Un angolo incantato, anche grazie alla sapiente illuminazione; due giganti della cultura italiana (quando ancora l’Italia non esisteva, se non in embrione) che s’incontrano; un testo ben scritto; il talento di Nisi; la bravura dei musicisti. È giunto il momento di menzionarli, uno per uno: Marco Bortoletti al flauto; Fabio Biale ed Edoardo Berta al violino; Angela Ferrando alla viola; Margherita Abrate al violoncello; William Vivino al clavicembalo. A cui si è aggiunto nel bis finale Riccardo Pampararo alla chitarra classica per interpretare un brano originariamente composto per liuto (e sì: questo per me è anche l’anno delle trascrizioni…).
Maestro della sospensione del tempo, Vivaldi ha vissuto una vita tutt’altro che facile, per poi morire dimenticato da tutti e in povertà a Vienna. Diverso il percorso di Goldoni che però si concluse allo stesso modo del conterraneo: in miseria a Parigi, due settimane dopo che Luigi XVI era stato ghigliottinato in Place de la Concorde (en passant soit dit: mi sono messo a canticchiare la Marsigliese quando i musicisti ne hanno eseguito un assaggio, a richiamare gli sconvolgimenti del Parigi sbastigliato).
Separati da una differenza d’età di quasi trent’anni (Vivaldi era nato nel 1678, Goldoni nel 1707), furono un punto di riferimento nella loro epoca per la musica e il teatro. Videro il successo e ne conobbero la volatilità, apprendendo sulla propria pelle che il gusto del pubblico è “mobile, qual piuma al vento”, come dirà più avanti un altro grande.
Il testo di Canova si basa principalmente sui Mémoires di Goldoni, pubblicati qualche anno prima che scoppiasse la Rivoluzione francese. È in quell’opera, autobiografia di una carriera straordinaria, che il commediografo rievoca l’incontro avvenuto mezzo secolo prima a casa di Vivaldi. Non partirono con il piede giusto, ciascuno arroccato sul proprio pregiudizio, ma riuscirono ad arrivare alla reciproca soddisfazione.
Questo racconta il testo di Canova a cui Nisi dà voce, anzi: voci, senza alcun altro oggetto di scena che una poltrona, una piuma, un tricorno e un bastone (e no: Maximilian mi ha poi detto che non era lo stesso usato nello spettacolo Quartett di Heiner Müller, visto a gennaio al Teatro Franco Parenti di Milano. Lì era in scena con Viola Graziosi, con cui reciterà ne Il cielo e il sangue di Renè de Ceccatty il 28 agosto – in prima nazionale – al Gymnasium di Patti per la settantesima edizione del Tindari Festival).
Dialogando con le note del “prete rosso” Vivaldi, Nisi ha ricreato la Venezia del primo Settecento, il colpo di fulmine di Goldoni per il teatro e la “schiera di folli” – per citare la definizione di Benedetto Marcello – che lo abitava e il mecenatismo del patrizio Michele Grimani; per poi raccontare il contrasto con Carlo Gozzi e il cambio di gusto del pubblico parigino, innamorato del Figaro di Beaumarchais.
Seduto in piazza San Pietro, il signor Palomar che scrive queste righe pensava al curioso fenomeno per cui la natura umana cambia di generazione in generazione per rimanere sempre la stessa.
Saul Stucchi
Foto di Ruggero Bruno