Lo chiamano Dodecanneso, come per dire che annovera una dozzina di isole in sospensione nell’Egeo, di fronte alle sponde dell’Anatolia jonica. In realtà sono almeno duecento, ma si tratta per lo più di minuscoli spuntoni, disabitati e spesso senza neppure un’etichetta topografica. Tra le 12 terre prescelte per indicare l’arcipelago figura comunque Leros, che peraltro si sviluppa su una superficie di oltre 50 chilometri quadrati. Ubicata tra Lipsi e Kalymnas, vista dal cielo ricorda vagamente la forma di un’aquila ad ali spiegate. A dispetto del nome, che in greco antico significa “appiattito” o “livellato”, ha anche delle alture. Le maggiori si trovano alle estremità e, sebbene non superino i 400 metri, richiamano per l’aspetto le zone alpine. Il resto è costituito da grappoli collinari che degradano dolcemente verso le brevi strisce di piano interne. Del resto la morfologia è articolata in modo che nessun punto dista più di due miglia dal mare. Le insenature risultano così numerose e profonde da garantire il riparo dei battelli in qualsiasi condizione, sia che sopraggiunga la tramontana o imperversi lo scirocco.

Il clima generalmente mite consente le coltivazioni di vigne, olivi, agrumeti, frutta e ortaggi. Il verde è un po’ ovunque, anche se non esistono più le fitte foreste di conifere descritte dagli scrittori classici. Stando alla mitologia, è la culla di Artemide, figlia di Zeus e gemella di Apollo. Esistono in effetti, vicino alla spiaggia di Parteni, i resti d’un tempio, di cui però non tutti gli archeologi riconoscono l’intitolazione alla dea della caccia e dei boschi, veneratissima tra l’altro nella non lontana Efeso. Leros vanta comunque una storia plurimillenaria, tanto che secondo Omero partecipa alla celebre guerra di Troia fornendo alla spedizione degli Achei un imprecisato numero d’imbarcazioni. Combatte poi contro la potenza espansionistica persiana nel corso del V secolo a.C. Asservita dapprima alla Macedonia, passa in seguito sotto l’impero bizantino. Lungo l’intero l’arco del medioevo subisce le periodiche scorribande dei pirati. Nel 1319 finisce sotto la giurisdizione dei cavalieri di Rodi e dal 1522 cade in mano agli Ottomani. Soltanto con lo scoppio dei moti balcanici del 1912-1913 il corpo di guardia turco viene definitivamente estromesso e si insedia la forza d’occupazione italiana, che amministra l’intera zona per oltre tre decenni. Le più cospicue tracce di quest’ultima fase storica sono visibili specialmente a Portolago, ora ribattezzata Lakki.

La Regia Marina nota subito come la baia, eccezionalmente protetta da barriere naturali e con l’angusta imboccatura tra le due punte incurvate a uncino di Anchistros e Canuzzi, è la sede più idonea per creare una postazione navale fortificata. In contemporanea prende il via un preciso piano urbanistico, che comprende edifici pubblici, fabbricati commerciali, attrezzature, abitazioni, parchi e arterie alberate. Nasce così una città moderna, che in tono minore e con protagonisti meno rappresentativi costituisce un caso simile a quello di Weissenhof Siedlung, il quartiere sperimentale di Stoccarda sbocciato all’insegna dell’International Style sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe e con la diretta partecipazione di Le Corbusier e Walter Gropius. Anche in una zona così decentrata le opere, quasi tutte firmate da Armando Bernabiti e Rodolfo Patracco, costituiscono un prezioso nucleo di architettura ispirata ai canoni del movimento razionalista, non senza qualche residuale traccia dell’Art Déco.
L’imperativo primo è il raggiungimento della migliore utilità possibile. C’è pertanto una radicale semplificazione delle linee, che devono essere assoggettate alla funzione. Si elimina ogni orpello più o meno inutile, in quanto la bellezza dipende dallo scopo, dalle caratteristiche dei materiali e dalla raffinata ideazione del sistema costruttivo. Si adottano pertanto numerose aperture orizzontali ricorrendo all’uso dell’acciaio nelle strutture di cemento e nelle balaustrate. Sorge così il mercato circolare affiancato dalla torre dell’orologio, un parallelepipedo rotto da una terrazza a sbalzo che taglia lo spigolo dell’ossatura.

Seguono gli uffici municipali e della dogana, le caserme, il cinema con la facciata a tronco di cono, varie palazzine destinate a unità abitative e la simmetrica chiesa cattolica di San Nicola, ora divenuta l’ortodossa Aghios Nicolaos.
Un ruolo particolarmente significativo ricopre la scuola comunale, con le vetrate che evocano le fenetres en longueur ideate dall’autore del “Modulor” e le cornici che chiudono le coperture piane in un linguaggio scarnificato. Per non parlare dell’hotel Roma, purtroppo ormai irriconoscibile e probabilmente destinato alla demolizione. Grazie ai finanziamenti speciali della Comunità Europea, si stanno oggi affrontando i problemi di recupero e tutela e di questo patrimonio semidimenticato, che denuncia un progressivo degrado a causa dei ripetuti fenomeni sismici, ma anche dei dissesti geologici e soprattutto delle ferite belliche.
Dal 26 settembre del 1943, infatti, l’area diviene teatro d’una delle più furiose battaglie del Mediterraneo. Allora la base è come la Pearl Harbour o la Gibilterra del momento. È dotata di gruppi elettrogeni, officine, serbatoi, polveriera e miniospedale. Ha anche un bacino di carenaggio per l’eventuale riparazione delle sezioni dello scafo posizionate sotto il livello di galleggiamento. Ospita la quarta squadriglia cacciatorpediniere, la terza flottiglia MAS, cinque motosiluranti, alcuni posamine con motozattere e numerosi sommergibili: il Gemma, il Neghelli, lo Jantina, lo Zeffiro, il Perla, lo Sciré, l’Anfitrite, l’Ondina, il Foca e il Naiade. Il tutto è presidiato da circa 1200 uomini tra marinai, e unità della divisione “Regina”, che può contare su 102 batterie di cannoni dell’artiglieria costiera.
Dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre, il contrammiraglio Mascherpa rifiuta la resa alle truppe della Wehrmacht e, con l’aiuto di un distaccamento di 4000 militari britannici, organizza la resistenza. Leros è sottoposta a ben 190 raid degli Stukas e a un decisivo attacco via terra. La mattina del 12 novembre, alle prime luci dell’alba, sbarcano le prime truppe, giunte da Kos, che si frazionano in quattro gruppi. Uno si posiziona nella baia a ovest di Punta Pasta, un secondo a est del monte Clidi, un terzo sul versante orientale dell’Appetici e l’ultimo più a nord.
Dopo altri quattro giorni di schermaglie un plotone di venti uomini guidato dall’Oberleutnant Max Wandrey riesce a irrompere nel tunnel del comando catturando il generale Tilney, incaricato da Londra di dirigere le operazioni difensive. E di lì a qualche ora giunge l’ordine della resa.
Nel corso dei terribili scontri perdono la vita 520 tedeschi, 187 inglesi, 164 italiani, 60 membri dell’Ellenica Royal Navy e 20 civili. I prigionieri sono oltre 9 mila. I britannici, con ammirevole cameratismo, per evitare le fucilazioni immediate dei “traditori” dell’Asse, offrono le loro uniformi agli alleati, che però vengono cortesemente rifiutate. Quasi tutti hanno salva la vita perché i nazisti, dopo gli eccidi di Cefalonia finiti sulle prime pagine dei giornali, evitano di perpetrare un nuovo scandaloso crimine. Decidono comunque di giustiziare i dodici ufficiali catturati in combattimento e consegnano i più alti in grado alla Repubblica di Salò. Si dice che la pellicola I cannoni di Navarone si ispiri proprio a questo evento, come lascerebbe arguire anche il nome Keros dato nel film alla località dei combattimenti. I resti delle vittime riposano nel War Cemetery di Alinda, mentre parte dei ricordi della sanguinosa pagina di storia si conservano nel Tunnel Museum di Merikies, inaugurato nel 2005 all’interno d’una vecchia galleria scavata come rifugio durante l’ultimo conflitto mondiale.

Nella vicina torre di Belenis, invece, si possono vedere alcuni resti del cacciatorpediniere Queen Olga, affondato dalle truppe germaniche proprio il primo giorno dell’incursione. Sparsi sulle colline, infine, si incontrano i ruderi dei baluardi difensivi approntati per resistere alla micidiale forza d’urto della Luftwaffe.
Ma, disseminate di qua e di là, s’incontrano mille impronte d’un passato assai più remoto. La più vistosa è il maestoso Castro Pandeliu, ubicato a 200 metri d’altezza sulla cima del colle di Pitiki che sovrasta il capoluogo Platanos.

È cinto da tre cerchia di mura, le più interne delle quali risalgono all’XI secolo, e rammenta in silenzio il lungo insediamento dell’Ordine degli Ospedalieri. Essi, alla caduta di Gerusalemme nel 1187, si rifugiano nella contea di Tripoli fino l 1291, dopo di che trovano asilo nel regno di Cipro. È il Gran Maestro Guillaume de Villaret a progettare la conquista di un potere temporale scegliendo Rodi come patria. Il suo successore Folco porta a compimento il piano, allargando il controllo anche alle isole vicine. Nel dominio sulla rocca si succedono personaggi di varie nazionalità, compresi alcuni italiani. Tra essi si possono citare il genovese Vignolo de’ Vignoli, il veneziano Fantino Quercini Bailli e il piemontese Paolo Simeoni. A costui si attribuisce uno stratagemma che riesce a evitare la caduta del castello. Nel 1510, infatti, i saraceni capitanati da Kemal Reis tentano un’aggressione sapendo che i difensori sono occupati nei lavori agricoli. Senonché, appena iniziata la carica, vedono improvvisamente comparire sulle mura una schiera in pieno assetto di guerra. Si danno pertanto alla fuga, non immaginando che sotto le armature ci sono soltanto vecchietti, donne e bambini travestiti in tutta fretta da guerrieri.

Sul lato occidentale la fortezza protegge anche la chiesa della Panaghia. Secondo la leggenda, un’icona della Vergine prodigiosamente sospinta dalle onde viene rinvenuta nella polveriera del fortilizio tra due candele accese, nonostante i tentativi turchi d’allontanarla. In suo onore sorge nel XVII secolo un primo luogo di culto, progressivamente ingrandito fino al 1719, anno in cui è consacrato dal vescovo Neofitos Ghermanis. Molti altri piccoli sacelli, spesso circondati da un alone di mistero, si incrociano negli spazi più impensati. Uno dei più noti è la Panaghia Kavouradina, ossia dedicata a Maria dei Granchi.

Si trova a Xirocampos ed è costruita sulle vive rocce della riva, proprio nel punto preciso in cui, stando ai racconti popolari, un pescatore di crostacei rinviene in una fenditura l’immagine della Madonna che lo guarisce da una terribile infezione. Né si può scordare la cappella di Aghios Isidoros, eretta su di un lembo emerso della baia di Gournas e collegata alla terraferma da una striscia lunga una cinquantina di metri. Si trova esattamente sui resti d’un tempio arcaico, ancora visibili dietro l’altare.

I corpi e le membrature dei santuari sono coperti di calce candida, mentre i tetti e gli stipiti dei portali risultano colorati di rosso o preferibilmente d’azzurro, riproducendo così i colori della bandiera nazionale ellenica. Un’ulteriore ripetuta presenza è quella dei mulini a vento.

Anch’essi bianchi e con una copertura conica, rammentano gli analoghi esemplari che costellano le Cicladi, le saline di Trapani o le piane della Castiglia, dove riescono a ispirare il celebre Don Chisciotte della Mancha di Miguel de Cervantes. Costruiti per macinare i cerali, sono sapientemente piazzati in zone particolarmente ventose per sfruttare al meglio l’energia eolica. Il tipo delle eliche è paragonabile ai vecchi congegni idraulici. L’innovazione consiste nel metodo adottato per sagomare le pale con cui si fanno girare i dispositivi che agganciano le vele triangolari. Quasi tutti risultano perfettamente conservati e si possono visitare. Una stretta scala elicoidale permette infatti di salire all’ultimo livello che ospita gli impianti veri e propri. La serie più pittoresca si nota nella rada di Panteli. Ma il più conosciuto è sicuramente quello che si erge nel porto di Aghya Marina, tanto da essere ormai assurto a emblema dell’isola.
Testo e foto di Lorenzo Iseppi
Didascalie:
- Il mare di Leros
- Un tratto delle frastagliate coste dell’isola
- L’imboccatura del porto di Lakki
- Il cinema a tronco di cono
- Il War Cemetery di Alinda
- Il Tunnel Museum di Merikies
- Il Castro Pandeliu sulla cima del colle di Pitiki
- Il paesaggio visto dal castello
- La Panaghia Kavouradina, ossia la chiesa di Maria dei Granchi, a Xirocampos
- La chiesetta di Aghios Isidoros nella baia di Gournas
- I mulini nella rada di Panteli
- Il mulino di Aghya Marina, emblema dell’isola