
Ho assistito a molte rappresentazioni del Giulio Cesare di Shakespeare, ma quella che ho visto sabato scorso a Bologna si merita senza dubbio il titolo di performance teatrale più originale. All’interno del ricco calendario della manifestazione E la volpe disse al corvo. Corso di linguistica generale. Il teatro di Romeo Castellucci nella città di Bologna l’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti ha ospitato Giulio Cesare. Pezzi staccati, “Intervento drammatico su W. Shakespeare”.
Lo spazio è dominato dalle repliche in gesso di alcune delle sculture classiche (insieme ad altre michelangiolesche) più note: il Torso del Belvedere è posizionato di spalle, tanto da suggerirmi l’innocua battuta di “Dorso del Belvedere”… Gli spettatori, una cinquantina, prendono posto per terra, mentre l’attore Simone Toni che impersona il ruolo di …vskij (ovvero Konstantin Stanislavskij, uno dei padri fondatori del teatro moderno) s’infila una microcamera endoscopica in una narice e la spinge alla scoperta della cavità nasale, fino alla glottide. Le immagini in diretta appaiono sullo schermo alle sue spalle, come neanche nelle puntate più scioccanti del Dr House. Risulta impossibile fissarle per più di alcuni secondi alla volta: la repulsione è troppo forte e l’oscurità cavernosa della gola è in contrasto vivissimo con il bianco del Torso e delle altre sculture.
Poi entra Cesare (Gianni Plazzi); indossa una toga rossa, a simboleggiare insieme la porpora imperiale e il sangue che la macchierà. Il rumore dei suoi passi è quello di un gigante e allo stesso modo risuonano i suoi gesti, tutti imperiosi. Cesare infatti non parla: indica con le mani, comanda, dispone, gesticola con violenza, fino a suscitare una tempesta mulinando le braccia.
Mentre mi ritrovo a pensare che lo spazio dell’Aula Magna è davvero molto teatrale, dalla balconata viene calato il busto di un imperatore (da lontano direi Traiano) a testa in giù; gli scuri del lucernario si aprono per illuminare la sala e Cesare, come il Platone della Scuola d’Atene di Raffaello, indica il cielo con l’indice alzato.
Il cesaricidio è una scena caravaggesca, con gli attori piegati in pose plastiche. La tunica del dittatore diventa un sudario, con tanto di chiusura zip. Come il Mar Rosso al passaggio del popolo eletto, il pubblico a terra si fende in due per lasciar passare il cadavere trascinato sul pavimento.
E infine compare Antonio ed è tutt’altro che un marcantonio. Dalmazio Masini, classe 1939, ha subito una laringectomia alla fine degli anni Novanta che lo ha privato delle corde vocali. Sale sul piedistallo su cui è scritto Ars (Arte), ma potrebbe esserci inciso Mars (Marte), visto che il suo discorso scatenerà la vendetta contro i cesaricidi e la guerra civile. Il discorso si sente appena, è un sussurro sincopato dal suono acquoso, mentre la gestualità dell’attore più che accompagnare sottolinea le parole. La potenza verbale dell’orazione scespiriana diventa altro, ma non scompare. E risulta memorabile come la più vibrante e violenta interpretazione a cui abbia assistito: a Lisbona gli schizzi di saliva dell’attore che interpretava Antonio arrivavano alla quarta fila…
E alla fine gli altoparlanti rimandano l’orazione di Antonio recitata da Marlon Brando nella versione cinematografica di Mankiewicz, mentre nove lampadine vengono mandate in frantumi – una dopo l’altra – da altrettante presse automatiche. A simboleggiare le vite dei cesaricidi spente dai vendicatori di Cesare?
Lasciando la sala nella mente si affollano domande, ma predomina la sensazione di aver assistito a una performance profondamente toccante. E l’animo è concentrato come al termine di un rito. Ma non è questo il teatro?
Saul Stucchi
Foto di Luca Del Pia
Giulio Cesare. Pezzi staccati
di Romeo Castellucci
con Dalmazio Masini e Simone Toni affiancati da Gianni Piazzi e Silvano Voltolina
Accademia di Belle Arti di Bologna
27-30 marzo 2014
Informazioni e calendario:
www.elavolpedissealcorvo.it