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31 Ottobre 2007

Vita di Galileo

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Vita di Galileo

In una sera il mondo perde tutti i suoi punti di riferimento. Le credenze fissate da millenni vengono sradicate da un semplice tubo con un paio di lenti alle estremità: il cannocchiale ha aperto una nuova era. Ma la storia non procede per tappe regolari verso un radioso futuro. Il cammino del progresso è molto più simile a quei ghirigori che Galileo – un Franco Branciaroli in ottima forma – traccia sulla lavagna per smentire le verità tolemaiche. I fatti si prenderanno la briga di insegnarglielo. La speranza che bastasse chiedere agli increduli di appoggiare l’occhio alla lente del cannocchiale per vedere (e il vedere è drammaticamente diverso dal guardare, lo dice lo stesso Galileo al fanciullo Andrea Sarti – un’effervescente Giulia Beraldo) si mostrerà per quello che era: un’illusione. Quello che c’è dall’altra parte dello strumento, la realtà così com’è e non come viene propagandata a proprio comodo o creduta per ignoranza, spaventa, destabilizza o, nel migliore (peggiore) dei casi, non interessa. È qui la punta più alta del dramma. Lo scienziato si trova ingenuamente spiazzato di fronte all’assenza di curiosità dei guardiani della fede. Lui che ama la ricerca, che lamenta la mancanza di tempo da dedicare all’indagine e allo studio, che si meraviglia della complessità del reale rimane senza argomenti di fronte all’ignavia dei suoi detrattori. Per quanto si dica – e si sia detto e si dirà – scienza e fede parlano due linguaggi differenti, incomprensibili tra loro. È sotto il nuovo papa “matematico” che Galileo verrà costretto ad abiurare. Sono trascorse da poco le cinque e la campana di San Marco tace. I sodali di Galileo si felicitano per l’eroica resistenza dello scienziato. Ma la gioia dura pochi minuti, infranta dal suono lugubre delle campane. Branciaroli legge il messaggio di abiura di Galileo, la cui riproduzione compare sullo sfondo della scena. Il dibattito resta aperto: ha fatto bene Galileo a tornare sui propri passi, a cedere al potere della Chiesa? Doveva restare saldo e seguire Giordano Bruno sul rogo?

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Franco Branciaroli

Si è molto parlato, nei giorni scorsi, di questa nuova versione della Vita di Galileo di Brecht, per la regia di Antonio Calenda. Lo stesso Branciaroli ha detto di aver voluto indagare il dramma interiore dello scienziato, diviso tra passione per la ricerca e devozione per la Chiesa. In realtà questo dissidio intimo emerge poco: solo un paio di volte il protagonista afferma di essere un figlio devoto della Chiesa. Il testo brechtiano (e dietro, prima, la vicenda storica) analizza l’evoluzione della carriera di Galileo, con i successi, le miserie della quotidianità, i rapporti col Potere (sia la libera Repubblica di Venezia, il Granducato fiorentino o la curia pontificia); l’insopprimibile desiderio di conoscere, l’esaltazione della scoperta, la consapevolezza – laica – che tutte le scoperte che non abbiano come fine l’alleviamento delle umane sofferenze sono perlomeno inutili, quando non pericolose e dannose.
Galileo è un uomo, non un eroe: si appropria delle scoperte di altri (il cannocchiale), ha poca pazienza con chi gli paga lo stipendio, non nasconde di amare la buona tavola, ma non la considera una debolezza, tutt’altro: il buon vivere gli permette di pensare meglio, apprezzando uno degli aspetti del reale, ovvero i doni di madre natura. “Non mangio mai del cacio sovrapensiero” risponde in tono serio al fidanzato della figlia prima che questi rompa il fidanzamento.
Galileo, ormai invecchiato e con la vista indebolita, si dedica ai piaceri della tavola. Tuttavia non ha perso l’ironia e rimane consapevole della sua missione di scienziato. Il suo vizio non è stato estirpato. Per questo consegna a un Andrea Sarti in partenza per l’Olanda il manoscritto della sua opera finalmente portata a termine.
Lo spettacolo termina  con una notte chiara, ma a rischiararla, questa volta, è il fungo atomico di Hiroshima. E qui viene alla mente l’impegno di Einstein contro l’utilizzo militare dell’energia atomica, ben testimoniato in una delle sale del Museo storico di Berna dedicate allo scienziato (la sua celeberrima formula E=mc2 viene visualizzata nel prologo dello spettacolo).

Post scriptum: mi si perdoni uno sfogo che potrebbe essere bollato come eccesso di snobismo (ma che non lo è). Non sono nel novero di quelli che si lamentano per l’esiguo numero delle persone che vanno a teatro, ma tra quelli che si lamentano del contrario. Alla rappresentazione di ieri sera un gruppo di studenti ha pensato bene di non passare inosservato, producendo un fastidiosissimo sottofondo di commenti e risatine, a cui ha fatto degna corona il tifo da stadio con urla e schiamazzi. La loro presenza è stata testimoniata anche dai numerosi schermi accesi di cellulari e un paio di volte si è udita una suoneria, nonostante l’invito a disattivare i telefonini prima dell’inizio dello spettacolo. Qualcuno addirittura ha indirizzato un puntatore laser verso il palcoscenico: per qualche istante un puntino rosso ha “macchiato” la scenografia (è di moda insozzare l’arte, dopo la vernice rossa gettata nella Fontana di Trevi). Un’ecologica gita fuori porta sarebbe più salutare. Se non per loro,  sicuramente per gli altri spettatori che amano il teatro.

Vita di Galileo
di Bertolt Brecht
Piccolo Teatro Strehler
fino all’11 novembre
www.piccoloteatro.org

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