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Voi siete qui: Biblioteca » “Le cose in natura semplicemente crescono” di Yiyun Li

26 Ottobre 2026

“Le cose in natura semplicemente crescono” di Yiyun Li

Confesso di non aver mai letto prima Yiyun Li. Tempo fa c’era stato un libro che per qualche ragione ora dimenticata, mi aveva incuriosito, però poi non se ne fece niente. Credo fosse L’ora del buco.

Questa volta la ragione mi è stata chiara subito: la poca narrativa che leggo deve promettere un alto gradiente di scrittura o farmi ritenere, da ciò che se ne dice in giro, che possa toccare qualcosa di assai profondo: che debba essere forte abbastanza da risultare indigesto ai più, non potendo però mai e in nessun modo mancare le ragioni di scrittura. Così, memore di quel capolavoro terribile che è Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest mi sono avvicinato al memoir della scrittrice cinese (che però scrive in inglese) Le cose in natura semplicemente crescono edito da NN (Premio Pulitzer), tradotto da Laura Nolian.

Anche qui, un umano adulto affronta l’impresa di scrivere della morte del figlio, in Forest una bambina, qui due maschi adolescenti o poco più, per di più: suicidi. Decisamente troppo per non temere anche solo di avvicinarlo, un testo così, e per il pudore di accostarsi ai sentimenti dell’autrice e per il sospetto, cinico se si vuole, di trovarsi davanti a un testo inevitabilmente ricattatorio.

La tragedia che i più ritengono ineguagliabile di perdere un figlio, qui raddoppiato da due vite che cessano volontariamente di essere tali, segna un’oltranza, un eccesso, che invece Yiyun Li, con un certo sgomento del lettore, gestisce con una decisa caratura di scrittrice vera grazie a uno sguardo straniato, mobile, e acutissimo a dispetto delle attese.

Il libro è straziante proprio per le ragioni opposte a quelle che ci si aspetterebbe: perché la scrittrice sembra far di tutto per evitare di essere travolta dalla tragedia e finire confitta in uno stato catatonico, sapendo spostare l’attenzione di chi legge dal suo nucleo rovente – qui è il secondo figlio, James, diciannovenne, suicidatosi dopo il primo figlio, Vincent, pochi anni prima – al lavorio inesausto di affrontarla, questa realtà insopprimibile, per via di riscrittura (e altre occupazioni, leggere, suonare il pianoforte, tornare agli amati classici e ricavarne stimoli per andare avanti).

Perché lei e il marito non hanno alternative che restare in vita per mantenere in vita in qualche modo anche i due ragazzi. Non una fuga, dunque, ma tenersi dentro la vita che resta, pur sapendo che, quale sia il modo di esprimersi, “non sarà mai all’altezza del peso di questi fatti”.

Yiyun Li trascorre dal racconto di sé stessa bambina, in Cina, figlia di una madre impossibile, durissima, al punto che la sola alternativa al precipizio diventava la fabbricazione di un carattere forte e disciplinatissimo, non estraneo forse alla capacità, pur nel dolore immedicabile, di non soccombere nemmeno a fronte del doppio suicidio dei figli (soprattutto, di non dimostrarlo: mai scene madri, esagitate, clamorose, “corpo immobile e mente limpida”).

Ne racconta episodi, due ragazzi molto dotati, addestrati da piccoli a letture impegnative, Tolstoj, Wittgenstein, essi stessi muniti di una consapevolezza eccessiva per la loro età, fatale. Un troppo di sentimento, di sensibilità artistica il maggiore, un troppo di pensiero nell’altro.

Senza far mai venir meno una quasi inquietante lucidità (rivendicata peraltro) nel memoir lascia quasi sgomenti la capacità di controllo della scrittrice; pure, questo appare come il solo modo accettabile per un lettore non corrivo, non preliminarmente piagato dalla realtà oggettivamente ricattatoria di un testo siffatto.

Per quel che intuiamo dalla bella traduzione di Noulian, la prosa avvolge il monologo in spire che affondano e si dileguano in una tessitura aerea dove ogni cosa rimanda a un’altra, dal dolore alla riflessione su di esso, alla constatazione acuminata e ricorsiva di non essere riuscita a impedire i fatti, alla perlustrazione mai ingenua eppure accanita intorno all’enigma di due vite che si annullano e di cui pure, pare la scrittrice avesse un qualche sentore (la madre che vedeva il figlio Vincent da bambino e si chiedeva “se preferisce stare da solo questo è uno stadio del suo sviluppo o il segno di un problema più serio?”; o viceversa, la convinzione mal riposta che il secondogenito James non avrebbe mai fatto la stessa cosa).

Avrebbe detto Eva Meijer in un libro di un paio di anni fa che la cura del linguaggio “non può nascondere la frattura, la crepa immane che separa il depresso dalla vita”. Noi non abbiamo diritto di spiare lo stato psicologico della scrittrice ma senza dubbio la citazione vale ancor più per la sua vita: lo sforzo di dire qui è anche più acuto, perché nulla potrà cambiare, nessuna lingua potrà modificare ciò che è successo. Semplicemente, contro l’evidenza statistica, a volte sono i figli a morire: “I figli muoiono, e i genitori vanno avanti a vivere. Continuano a vivere perché non hanno molte opzioni, o vivono o seguono i lori figli nell’Ade”.

Questo è un libro difficilmente accostabile ad altri, in cui tutto quello che banalmente ci si aspetterebbe non c’è: non c’è patetismo, dolorismo, autoconvincimento che “la vita va avanti e vi mostro come si fa”, insomma molto del ciarpame di questi tempi. Piuttosto, una tale radicale domanda sulla vita, e sul rispetto di quella altrui, della scelta di farne a meno, per quanto incomprensibile, che azzera qualsiasi facile, consolatoria retorica.

Solo “una vita vivibile” scrive Yiyun Li, pure impossibile da sottrarsi all’imponderabile – il lettore deve arrivare quasi alla fine per scoprire che lei stessa aveva tentato il suicidio, ben prima dei figli: e l’abisso di cui parla la scrittrice diventa il suo.

Michele Lupo

Yiyun Li
Le cose in natura semplicemente crescono
Traduzione di Laura Noulian
NN Editore
2026, 144 pagine
18 €

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