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Voi siete qui: Senza categoria » Recensione dello spettacolo “Palomar” di Piccoli Idilli

8 Settembre 2026

Recensione dello spettacolo “Palomar” di Piccoli Idilli

Che il caso non esista è mia convinzione ormai da anni. Quindi non mi sono stupito più di tanto quando ho letto che il calendario de L’ultima luna d’estate. Festival teatrale nelle ville e nei parchi più belli della Brianza aveva in programma per sabato 5 settembre lo spettacolo Palomar di Piccoli Idilli, con reading dall’omonimo romanzo di Italo Calvino, solo pochi giorni dopo che ne avevo finito la lettura. Quest’anno sto infatti leggendo un libro di Calvino al mese e ad agosto è stato proprio il turno di Palomar.

Ma entriamo nel dettaglio dello spettacolo che si è tenuto nel giardino di Villa Vercelli a La Valletta Brianza (LC). È stato preceduto da due parole di presentazione da parte del direttore artistico Luca Radaelli e della vicesindaca Roberta Trabucchi che ha ricordato come il territorio sia sempre stato presente nel festival, a prescindere dagli avvicendamenti politici.

Anche in questa ventinovesima edizione il teatro è stato portato a casa dei brianzoli, in alcuni casi – come quello in cui eravamo – letteralmente, grazie alla generosità della famiglia Comi. Trabucchi ha ringraziato Teatro Invito per avere, in questi anni, educato gli spettatori al teatro, formandoli e avvicinandoli alle rappresentazioni nelle sedi “tradizionali”.

A sua volta Radaelli ha presentato lo spettacolo imminente come una «produzione freschissima, fatta quasi apposta per il Festival», aggiungendo con un sorriso di non aver mai capito dove cada l’accento sul nome del protagonista: se dunque sia il signor Pàlomar o Palomàr.

Avendo, come ho detto sopra, appena letto il libro e la relativa introduzione, posso rispondere così: il nome gli viene da un celebre osservatorio californiano sul Monte Palomar, dunque la pronuncia inglese vorrebbe Pàlomar. Ma il monte e l’osservatorio, a loro volta, derivano il nome dalla parola spagnola che indica la colombaia, quindi con l’accento sulla a finale. Ed è così che lo pronuncia per tutto lo spettacolo l’attore Filippo Ughi, accompagnato da Marco Pagani alla chitarra.

Dei ventisette racconti che compongono il libro Ughi ne ha scelti tre: Lettura di un’onda, Il prato infinito e La contemplazione delle stelle. Per poi regalarci come “bis” la lettura estemporanea – ovvero non provata – de Il seno nudo (a cui si riferisce la seconda foto che correda questa recensione).

Tanti i pensieri che mi si affollavano nella mente mentre mi gustavo lo spettacolo. Il primo: perché da intellettuali come Calvino e Pasolini – rievocato due giorni prima da Massimo Popolizio a Osnago in Pasolini. Una storia romana – siamo atterrati ai loro epigoni contemporanei, impegnati nella disputa su come salvare i borghi nostrani?

Il secondo: quanto fosse bella la cornice naturale che ci ospitava, perfetta per le considerazioni di Calvino che – non va dimenticato – era figlio di due botanici, nonché fratello di un geologo. Inebriante era il profumo emanato dalla splendida pianta di fichi a pochi metri da me (ma poi sarei uscito dalla villa con un piatto di uva nera, dai chicchi come mirtilli).

E poi: come le onde sonore di Pagani si sovrapponevano a quelle del mare osservate con scrupolo dal protagonista: «Uomo nervoso che vive in un mondo frenetico e congestionato, il signor Palomar tende a ridurre le proprie relazioni col mondo esterno e per difendersi dalla nevrastenia generale cerca quanto più può di tenere le sue sensazioni sotto controllo». E non mi sfugge il sorrisetto dell’editora di ALIBI, seduta sulla sedia accanto.

E ancora: quanto sia lieve e profonda l’ironia di Calvino, quanto ci sia di borgesiano in questi racconti (se il signor Palomar si fosse deciso a tracciare una mappa del suo prato, non c’è dubbio che ne sarebbe uscita una mappa in scala 1:1). Al platonico prato ideale si sarebbe senz’altro contrapposta la signora Thatcher, per la quale – si potrebbe dire, parafrasando una sua celebre sentenza – non esisteva il prato ma soltanto i singoli fili d’erba.

Quanto pensava quel povero signor Palomar, nel suo inesausto tentativo di individuare nel particolare le leggi dell’universale, ma sempre ostacolato da un MA, magistralmente sottolineato da Ughi!

Che piacevolissima serata calviniana è stata quella di sabato, conclusa con due chiacchiere con l’attore!

E prima di uscire dalla villa lo sguardo mi si è fissato sul motto “Ubi labor ibi uber” dipinto sull’ingresso e sulla data di fondazione: 1797, ovvero l’anno dopo che il generale Bonaparte era entrato a Milano «alla testa di quel giovane esercito che aveva appena attraversato il ponte di Lodi, e reso noto al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore», per citare il celebre incipit de La Certosa di Parma di Stendhal nella traduzione della compianta Margherita Botto per Einaudi.

Perché leggere i classici è un’altra lezione di Calvino.

Saul Stucchi
Foto di Maurizio Anderlini

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