Mi sono preso qualche giorno per riflettere sullo spettacolo visto la settimana scorsa al Cimitero Militare Germanico al Passo della Futa: la seconda parte de Il processo di Franz Kafka messo in scena da ArchivioZeta.
Era davvero un giorno particolare, perché era l’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, come ha ricordato al termine della recita Gianluca Guidotti. Ma anche perché stavamo per assistere, di lì a pochi minuti, all’eclisse parziale con la luna che andava a sovrapporsi al sole mentre questi scendeva sulle colline dell’Appennino. E poi era la ricorrenza della morte di Thomas Mann, la cui Montagna incantata pulsava ancora nel cuore di molti di noi spettatori, per non parlare di quello degli interpreti.
Ma soprattutto per la notizia che ci aveva colpito come un fulmine a ciel sereno – per quanto gelatinoso tanta era l’afa che soffocava: la direzione tedesca del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge ha infatti deciso che questo sarà l’ultimo anno di rappresentazioni teatrali al Cimitero.

C’era dunque un velo di malinconia e tristezza a frapporsi come un filtro davanti agli occhi, mentre salivo la scalinata, gravato dalla sensazione della fine di un’epoca che moltiplicava il dispiacere, oltretutto nella consapevolezza che ogni nuova ascesa al Teatro di Marte di ArchivioZeta regala nuove scoperte.
Mai come quest’anno, per esempio, mi sono reso conto di quanto il luogo somigli a Micene, per le mura ciclopiche, il frinire delle cicale e il delicato equilibrio raggiunto tra la bellezza della natura che sa mettere paura e quel crudele essere che è l’uomo che pure sa creare bellezza (en passant: «cielo miceneo» è una definizione che ho ritrovato nel romanzo L’estate dei fantasmi di Lawrence Osborne, ambientato sull’isola di Idra, riletto durante le vacanze in Grecia). Senza trascurare l’ostinata resistenza del muschio giallo sulla pietra grigia…
E mai come quest’anno, nelle riflessioni durante gli spostamenti da una scena all’altra dello spettacolo, mi sono accorto di quanta parte del lavoro di ArchivioZeta (in primis nello studio) sia dedicata al tema della giustizia.
Io e l’editora di ALIBI avevamo lasciato Pouria Jashn Tirgan in quel di Crescenzago alla soglia dell’estate nel suo monologo In caos nato e l’abbiamo ritrovato sulle mura del Cimitero, con la K dorata sulla schiena del cappotto nero. È lui il primo degli attori a interpretare il signor K., a riprendere il filo del racconto interrotto a metà lo scorso agosto, battendo i tasti di una macchina da scrivere immaginaria: «Un anno fa qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché senza che avesse fatto niente di male…».
Avevo intitolato la recensione alla prima parte Alla Futa “Il processo” di ArchivioZeta: siamo tutti imputati. Ma per la seconda è il caso di spingersi ulteriormente più in là e riconoscere la giustezza della lettura che ne fa Elias Canetti, ovvero trasformando quel “siamo tutti imputati” in “siamo tutti colpevoli”.
Scriveva l’intellettuale bulgaro (naturalizzato britannico, ma di lingua tedesca): «Ecco Il processo. Qui egli [Kafka, n.d.r.] ha colto una situazione umana fondamentale: per quanto incolpevole uno possa essere, per quanto infondata sia l’accusa che gli viene mossa, basta la sua stessa vita a renderlo colpevole, è in ogni caso colpevole per il fatto stesso di vivere, e la sua resistenza, per quanto ostinata possa essere, è minata da questa consapevolezza» (la citazione è da Processi. Su Franz Kafka, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Renata Colorni e Ada Vigliani).

In questo luogo il segno e il senso della colpevolezza (con il suo peso) spiccano più evidenti che altrove, viene da pensare allo spettatore (almeno a quello che scrive queste righe). Siamo davvero tutti Josef K., a disagio in un mondo che coincide con il tribunale, dove non è tanto l’imputato a non saper rispondere alle domande, quanto le figure dell’apparato della giustizia, a cominciare dal giudice istruttore.
Anche in questa seconda parte de Il processo si conferma il talento di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti nel tradurre in scena le pagine di un romanzo. Si tratta di una forma di riscrittura che testimonia l’acribia della lettura (delle letture, anzi, che accompagnano quella del testo in esame).
Ogni scena, ogni invenzione, ogni mossa, ogni dialogo: tutto è calibrato e montato al posto giusto dopo essere stato smontato, analizzato e soppesato nell’economia del racconto. Echi, sovrapposizioni, rimandi, allusioni emergono in gesti come il mancato contatto tra gli indici della destra di K. e della Mano della Giustizia che è anche il puntatore yad con cui gli ebrei leggono la Torah evitando di toccarne direttamente il testo.
Ecco: quella distanza non colmata è il punto, secondo me, dell’intero romanzo, come poi sarà più ampiamente esplicitato in quel lungo racconto nel racconto che è l’apologo dell’incontro tra l’uomo di campagna e il custode.

Come nelle recensioni dei precedenti spettacoli visti alla Futa (e mi brucia il rimorso per essermi perso gli altri!), non svelerò troppo delle trovate sceniche, dai trampoli dello zio (Mattia Bartoletti Stella) alla scatola dei cioccolatini, passando soprattutto per la “cabina magica” che mi ha fatto pensare alla casetta di Dodò della trasmissione L’albero azzurro.
In questa seconda parte i toni da commedia mi sembrano accentuati rispetto alla prima, con l’effetto di disorientare ulteriormente lo spettatore / imputato davanti allo spettacolo della giustizia. Impossibile non menzionare la new entry di Sofia Longhini nella parte della giovane domestica Leni: in quel bailamme di rincorse nella casetta si è beccata una sportellata in testa dall’avvocato Huld – Guidotti alle prese con il suo ingenuo cliente, il signor Block, a cui Pouria regala una linguetta che ricorda quella della Pimpa.
Mentre cala il sole («un’ombra si addensa sull’Europa», dirà al termine della recita Guidotti, non riferendosi all’eclisse) si allunga l’ombra di K., in piedi alle nostre spalle, sulla facciata della casetta. E intanto ci viene da pensare che il suo avvocato – che rientra nel “sistema” della giustizia tanto quanto i vari gradi del tribunale – deve essere stato compagno di scuola del Settembrini de La montagna incantata.
Nel frattempo cambiano i K. – come nella prima parte – ma rimane l’atmosfera di inarrestabile irretimento, di scivolamento lungo la china dell’assurdo. E quelle migliaia di tombe ordinatamente disposte lungo i fianchi della collina non sono forse la testimonianza di un lungo scivolamento nell’assurdo? Tantissime quelle che recano le date del 1926 per la nascita e del 1944 per la morte, spezzando il filo della vita attorno, se non sotto, i diciotto anni.

«E qua, siamo tutti uomini», dice K. mentre con le mani si allarga a comprendere tutte le lapidi ai suoi piedi, nel dialogo con il prete, il cappellano delle carceri. E come il sorso di tè con la piccola madeleine, ecco rispuntare il ricordo di una lontanissima lezione del professore di filosofia al liceo, la più enigmatica di tutte, dedicata proprio a queste pagine, sepolta sotto trent’anni di vita…
Nei giorni successivi ho continuato a ripensare alle varie scene, a rivedere i momenti più intensi, come l’incontro con il pittore Titorelli, impersonato da Enrica Sangiovanni, i cui quadri coincidono con le finestre della cripta, mentre l’orfanella – il folletto Diana Dardi – si muove inquieta qua e là e quello tra K. e il turista italiano che qui parla in dialetto – pugliese? – personaggio reso ancora più enigmatico dal talento di Giuseppe Losacco.
Uno spettacolo da rivedere. Alla Futa fino a domenica 23 agosto e poi in occasione della Giornata della Memoria a fine gennaio del 2027 a Pistoia, in versione da palcoscenico. Poi chissà… Ma la speranza è che il dito di ArchivioZeta e quello del Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorg arrivino a trovare un contatto.
Saul Stucchi
Foto di Franco Guardascione
Il processo (I e II parte)
di Franz Kafkadrammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
con Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni
consulenza musicale Patrizio Barontini
scenografia, costumi, oggetti Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
direzione di scena e tecnica Elio Guidotti
foto di scena Franco Guardascione
produzione archiviozeta
in collaborazione con Le Parole di Hurbinek (Pistoia)
con il contributo di Regione Emilia Romagna, MIC Direzione generale spettacolo
Informazioni sullo spettacolo
Dove
Cimitero Futa PassVia San Jacopo a Castro 59/A, Passo Futa, Firenzuola (FI)
Quando
Dal 25 luglio al 23 agosto 2026Orari e prezzi
Orari: ore 18.00Biglietti: intero 30 € + 1 € prevendita; ridotto 15 € + 1 € prevendita