I volti di Tove Ditlevsen (traduzione di Alessandro Storti, per Fazi Editore, 2026) racconta la storia di Lise Mundus, una scrittrice di successo, madre di tre figli e sposata con Gert, un uomo che subisce il talento della moglie come un torto.
Gert la ferisce con indifferenza e relazioni extraconiugali. È questa situazione domestica che porta in crisi la scrittrice. Quest’ultima incomincia a credere che il marito stia ordendo qualcosa contro di lei insieme alla domestica, con cui Gert intrattiene una relazione. Quello che Lise vuole vedere è una cospirazione silenziosa, fatta di sguardi e piccoli gesti che lei, sola, sa decifrare. Qui, la paranoia si incarna nei volti che, deformati, diventano presto l’emblema della falsità che la donna percepisce ovunque.

I volti delle persone diventano qualcosa che la impaurisce e la fa cadere in un baratro. Inizia così un progressivo distanziamento dal senso comune delle cose, che la porta, attraverso un doloroso viaggio fatto di allucinazioni uditive, all’apatia e all’isolamento.
La narrazione segue gli occhi e i pensieri di Lise, che lentamente la portano al declino. Tramite questo potente meccanismo narrativo l’ambiguità tra realtà e allucinazione diventa minima. E il lettore non è sempre in grado di stabilire se ciò che accade sia reale o filtrato dalla sua mente.
La Ditlevsen lavora su questo confine sottilissimo senza dare mai una risposta. Questo porta chi legge a non fidarsi di nulla. Presto Lise inizia a dipendere dai sonniferi che Gitte, la donna di servizio, le procura di nascosto. Da qui inizia il crollo psichico, la dipendenza dai farmaci e il ricovero in ospedale.
Non si può allora leggere I volti senza chiedersi chi è davvero Lise. Si può pensare che Lise sia una proiezione della scrittrice. O una rielaborazione della madre dell’autrice. O un personaggio in cui l’identità della prima e della seconda si fondono insieme.
Nel romanzo capita poi che Lise parli con se stessa e con la sua mente. A differenza di molta letteratura psicologica che tende a caricare l’angoscia interiore di punteggiatura spezzata e di accumuli retorici, la Ditlevsen sceglie uno stile asciutto, quasi freddo, controllato fino all’osso. Ogni frase è misurata e apparentemente priva di emozione. Questa distanza rende il testo perturbante: più la lingua è calma, più ciò che racconta risulta inquietante. Ditlevsen governa questo effetto con sicurezza.
Ditlevsen riesce a condurre il lettore nei corridoi «inclinati verso l’interno» del reparto di psichiatria, e mediante abili descrizioni di stati mentali, luoghi e atmosfere, ricompensa il lettore con momenti di pura, levigata bellezza capaci di fargli dimenticare per un momento il dolore della storia narrata.
Vi è infine lo scioglimento della parabola narrativa, quando la protagonista viene dimessa e quest’ultima riesce a tornare alla vita quotidiana, alla scrittura e alla cura della famiglia. Per la Ditlevsen la follia non è perdita, ma il luogo in cui il delirio e l’immaginazione creativa si sfiorano senza separarsi mai del tutto.
I volti è un romanzo pervaso dalla cruda rappresentazione della fragilità mentale attraverso uno stile intimo e visionario.
Claudio Cherin
Tove Ditlevsen
I volti
Traduzione di Alessandro Storti
Fazi Editore
Collana Le strade
2026, 144 pagine
17 €