Il paesaggio, la voce di un mondo perduto, le storie dello sviluppo senza regole sono i temi de La Diga (traduzione di Elena Vozzi e di Nicolò Petruzzella, con postfazione di Luca Scarlini per Prehistorica Editore, 2026) scritto da Maylis De Kerangal e Joy Sorman.
Il romanzo racconta di un ingegnere di nome Tomi che si ritrova a fare una ricognizione su un bacino idrico ormai in disuso, perché quando è stato progettato non si è voluto sentire il ‘vecio parlare’ (per usare un modo di dire del poeta Andrea Zanzotto) di chi quel paesaggio lo conosceva bene. E sapeva che non ci si sarebbe potuto aspettare molto. Perché la Natura si sarebbe ribellata. Vengono alla mente la tragedia del Vajont o l’inondazione del lago di Resia, raccontato da Marco Balzano nel romanzo Resto qui (per Einaudi, 2018).
Maylis De Kerangal e Joy Sorman affrontano un genere letterario che si sta (fortunatamente) consolidando e che ha nello scrittore Amitav Ghosh una delle voci più significative, che porta il lettore a riflettere sui cambiamenti climatici. Attento osservatore della devastazione del paesaggio è stato anche il sopracitato Andrea Zanzotto e, in tempi più recenti, Bruno Arpaia con il suo Il mondo senza inverno (per Guanda, 2026).

Maylis De Kerangal e Joy Sorman – a differenza di quanto fa Arpaia – non raccontano un mondo futuribile e distopico, ma sembrano cogliere i sussurri tra i muschi, le pietre e i fili d’erba. Raccolgono ciò che rimane. Ciò che è stato e ciò che è andato perduto: la vita di quegli uomini e di quelle delle donne che vivevano in quel luogo (Seyvoz) da secoli e sapevano scrutare quel mondo che gli apparteneva e a cui appartenevano. E dal quale prendevano quanto basta per sopravvivere.
L’ingegnere Tomi passa, calpesta, guarda, è lì per constatare, e, con gli occhi dello scienziato, per capire cosa non ha funzionato nel bacino del lago artificiale Seyvoz − sotto il quale si nasconde il lago reale del Chevril, in Alta Savoia − costruito ai danni di un villaggio montano che ha sommerso con le acque convogliate l’intero paesino a valle.
«Tomi non sa niente di uccelli di montagna, non saprebbe distinguere un fagiano di monte da un’aquila reale, ma comincia a sua volta a girare in tondo tra il parapetto della diga e la Passat che si raffredda», si legge ad un certo punto.
Sono due i piani temporali intorno ai quali si dipana La Diga: quello più vicino al presente − scritto in nero – e quello – in blu – che racconta il momento in cui viene costruita la diga e sommerso il villaggio. Si sentono le voci di quanti sono stati costretti ad allontanarsi dalle proprie case, ma anche la conseguente «esumazione, trasferimento e inumazione delle salme nel cimitero recentemente inaugurato nella frazione di Ruz […] – una copia di Notre-Dame-des-Neiges che gli abitanti di Seyvoz già detestavano e nella quale avevano giurato di non mettere piede».
Storie e operazioni del genere sono state fatte in Francia, in Italia, o anche in Germania, ma anche in Spagna, Marocco, Zambia e Zimbabwe. Ovunque le necessità di uno pseudo-progresso non hanno considerato il diritto delle comunità umane lì insediate.
Tomi cammina, guarda, ma non riesce a cogliere il senso di quello che è sotto ai suoi piedi. Se solo non fosse un devoto del progresso riuscirebbe a sentire le voci delle tante Susanne Gex che hanno sognato il disastro, l’allagamento di Seyvoz. E hanno pensato poco prima che accadesse l’Evento «di avere le allucinazioni quando hanno visto decine di marmotte scappare per le strade, correre da tutte le parti, spaventate, disorientate, lanciando grida acute come cinguettii di uccellini, probabilmente messe in fuga dall’innalzamento delle acque che le aveva scacciate dai fianchi delle alture». Di percepire il «panico all’approssimarsi della calamità, che l’inondazione finale fosse imminente – adesso aveva l’acqua fino alle caviglie, un’acqua lugubre».
Nello stesso modo Tomi non sa nulla di Joaquim, che anni prima si era trasferito a Seyvoz dal Portogallo per partecipare alla costruzione dell’impianto, e che è finito «annegato sotto un’onda di cemento», «vittima sacrificale del futuro disastro, fagocitato dal muro», divenuto un frammento di sasso che Tomi «si infila in tasca».
La Diga è uno scambio continuo tra il mondo umano e quello fatto di voci sommerse dall’acqua. Come la voce portata dal vento che, nella brughiera inglese di Cime tempestose, chiama, senza riposo, il nome di Heathcliff.
Le campane (su cui a un certo punto ci si sofferma nella narrazione) sono un prodotto umano, come lo è la diga. Ma a differenza di questa sono parte della comunità: scandiscono il tempo del lavoro; della vita e della morte; sono memoria (la loro costruzione rimanda alla storia locale non meno significativa di quella nazionale). Il loro recupero diviene così il pesante bilancio di vite inghiottite da un cantiere che ha mobilitato migliaia di lavoratori locali e immigrati.
Un’ultima considerazione sulla costruzione di questo romanzo. Non deve essere stato semplice scrivere un libro a quattro mani. Scrivere significa avere uno sguardo, saperlo calibrare. Due scrittori che scrivono insieme la stessa storia devono saper guardare nella stessa direzione e trovare un equilibrio tra i loro sguardi, ma anche raggiungere una scrittura efficace.
Solo due scrittrici francesi come Maylis De Kerangal e Joy Sorman (della prima sono stati pubblicati diversi romanzi da Feltrinelli; della seconda è in preparazione per Prehistorica Editore, Il testimone) hanno saputo fare in modo che il sottilissimo equilibrio, che sottende alla riuscita di una storia complessa e articolata come questa, non venisse meno.
Claudio Cherin
Maylis De Kerangal, Joy Sorman
La Diga
traduzione di Elena Vozzi e di Nicolò Petruzzella
Prehistorica Editore
Collana Ombre lunghe
2026, 173 pagine
17 €