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Voi siete qui: Biblioteca » “Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera”

13 Luglio 2026

“Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera”

A MiIan Kundera dobbiamo, fra le altre cose – soprattutto tre o quattro romanzi bellissimi e un paio di saggi notevoli -, una definizione del kitsch lapidaria, una di quelle sintesi folgoranti che valgono interi volumi accademici (il che – suggellare in un dettato aforismatico quel che varrebbe un intero corso universitario – smarca lo scrittore di genio dal teorico erudito).

Perché iniziare proprio dal kitsch – dall’”eliminazione della merda” – questa nota sulla recente biografia che allo scrittore di Brno ha dedicato Florence Noiville, Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera (Neri Pozza)? Perché il kitsch, sebbene non sia un concetto fra i maggiori in uso nella pubblicistica e nella critica di questi anni, è invece tuttora imperante (e fornisce in nuce una chiave per intendere l’opera kunderiana). Forse ha saputo nascondersi così bene nel midcult da sparire alla vista dei più; o forse vi ci siamo così abituati che non lo consideriamo più tale.

Sia come sia, è un buon punto di partenza per misurare la distanza fra l’opera di Kundera (intendiamo almeno la fase che si conclude con il libro che lo fece conoscere da noi, L’insostenibile leggerezza dell’essere), con quella generale che oggi pure viene spacciata, per i motivi prima evocati, di qualità media quasi sempre perché incistata nell’abisso di assortite sofferenze purché riguardanti donne, omosessuali, neri etc (nemmeno più gli operai vanno di moda).

Ossia tutto l’inverso di un’opera che sapeva essere spietata, tutt’altro che consolatoria o vittimistica, formata come s’era su un canone mitteleuropeo di prim’ordine (Kafka, Musil, Broch, Gombrowicz), che in luogo di facili sentenze morali attraverso il romanzo problematizzava il reale attraverso lo humour, una terribile lucidità (a volte visionaria, e non v’è chi non veda la giustezza dell’ossimoro), la diffidenza verso le narrazioni canoniche, comprese quelle ideologiche che si presentavano come soluzioni ai mali del mondo.

Il libro di Noiville in realtà non è una vera biografia: l’autrice si è sforzata di evitare il racconto biografico classicamente inteso, sforzo ben riuscito perché la trama si svolge con leggerezza (kunderiana) fra l’opera e la vita rispettando il rifiuto di Kundera dell’idea stessa di una biografia, del suo valore ermeneutico – cosa, anche questa, elementare ma oggi persa di vista nella confusione grossolana di chi, troppi, non sanno più distinguere l’una dall’altra.

Sull’argomento lo stesso Kundera scrisse un libro intero, I testamenti traditi, lettura che andrebbe imposta come obbligatoria a chiunque, in un tempo in cui prima dei lettori, sono spesso gli scrittori col pretesto stantio dell’autofiction a smerciare i loro referti clinici come letteratura.

La giornalista francese del resto ha potuto avvicinare lo scrittore ceco solo con molta cautela, ma evidentemente con la sagacia e la sincerità necessaria per guadagnarne col tempo la fiducia che le ha consentito di costruire un rapporto che con gli anni ha assunto un carattere più amicale che professionale.

Da questa confidenza, protrattasi fino agli anni del declino mentale dello scrittore, è nato pian piano il libro, che procede con passo rapsodico, alternando i tempi, zigzagando avanti e indietro, fra l’opera e gli incontri, le interviste e documenti di vario genere.

Ruolo importante nella vita di Kundera, prima di quella da impenitente libertino, lo ebbe la moglie Vera, che qui ricordiamo perché diventò anche lei amica della Noiville e le dobbiamo molto materiale del suo libro.

Che, si diceva, trascorre dall’opera alla vita, senza seguire il piatto filo della cronologia ma attraverso le assonanze e i richiami tematici di una battuta (di un libro o dello stesso Kundera), di un ricordo fotografico, dell’appunto rubato in un bar parigino, dando al volume un andamento che non sarebbe dispiaciuto al grande scrittore, figlio di un bravo musicista, tentato dalla musica a sua volta (ne diceva un gran bene come “analista musicale” l’ottimo Alfred Brendel), e poi dalla poesia, dal teatro, docente a Praga di sceneggiatura (sodale e maestro di Miloš Forman), in quella Praga da cui dovette fuggire e poi tornare per poi espatriare definitivamente quando la dittatura comunista divenne per lui insostenibile.

Anch’egli aveva sperato – secondo lo slogan del ’68 praghese – a “un socialismo dal volto umano”, ma dopo l’evidenza dell’impossibilità di una rivolta in patria, scelse di vivere in Francia. Un pomeriggio gli accadde di scrivere senza crederci davvero una novella, quasi un momento ricreativo fra un impegno e l’altro: fu lì che comprese come il suo talento, la sua vocazione fosse nella prosa narrativa: il romanzo avrebbe intercettato il suo ideale di demistificazione ironico ma partecipe, mai cinico, delle mitologie occidentali quanto dei facili entusiasmi per prospettive altre assai improbabili – lucidamente consapevole dell’insignificanza del mondo quanto, l’uomo, niccianamente aderente alla vita.

Scoprì anche come lasciarsi alle spalle il lirismo, il che implicava un rifiuto estetico e perciò stesso politico (utile al riguardo rileggersi il romanzo La vita è altrove) del sentimentalismo nelle sue varie forme: il mozartiano Kundera (di un Mozart finale, quello che fa convivere leggerezza e tragico) disprezzava la menzogna di chi non riconosce “la distanza infinita fra ciò che pensiamo di noi stessi e ciò che siamo in realtà”, la seriosità degli ideologi “duri e puri” intolleranti allo humour – di lì, dall’ilare osservazione di quella stupidità nacque Lo scherzo.

Non era kitsch quello? E a chi maggiormente consigliare questo bel libro se non ai lirici dai cuori mai troppo infranti e alle beghine proterve e tristi del culto neomariano della murgitudine?

Michele Lupo

Florence Noiville
Scrivere, che strana idea!
Vita di Milan Kundera

Prefazione di Alessandro Piperno
Traduzione Marina Visentin
Neri Pozza
Collana I Colibrì
2026, 304 pagine
25 €

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