Via del Gatto pescatore di Jolán Földes (traduzione di Andrea Rényi, per GM Libri, 2026) inizia dopo la Prima guerra mondiale. La famiglia Barabás vende tutto, sale su un treno nella speranza di rifarsi una vita in Francia. Barabás è un parrucchiere, sua moglie è un’ostetrica qualificata. I figli sono piccoli: Annush ha dodici anni, Jani nove, Klári sette. L’Austria si è impoverita dopo i Trattati di Versailles.
Una volta giunti, i Barabás trovano un albergo nella via del Gatto pescatore. Qui incontrano Liiv, che è fuggito dalla Lituania, dopo che suo figlio e sua moglie sono morti, e Bardichinov che aveva una banca in Russia prima della rivoluzione. Ma anche tedeschi e spagnoli. Anarchici, dissidenti e nostalgici principi russi decaduti. Tutti provano lo stesso senso di sradicamento.

I figli dei Barabás si adattano alla nuova vita: Klári non solo reagisce alle provocazioni degli altri studenti che non la vogliono tra loro, ma diventa la migliore della sua classe e riceve per questo una borsa di studio, vitto e alloggio. Questo perché lo Stato francese, negli anni Venti, sosteneva una bambina meritevole, anche se ungherese, dalle elementari fino alla laurea.
Anche Jani incontra difficoltà. Nella sua classe viene scambiato per africano e gli viene chiesto perché non sia nero. Jani si vendica. Diventa anche lui il migliore della classe e, dalla sua posizione elevata, guarda dall’alto in basso coloro che non sanno nemmeno che l’Ungheria non si trova in Africa. In seguito, grazie a una borsa di studio dello Stato francese, diventa ingegnere.
Annush, la figlia maggiore, impara in fretta la lingua e le buone maniere. E lavora in una sartoria alla progettazione di abiti, e alla fine riesce a farsi strada fino a raggiungere una posizione di responsabilità intermedia sul posto di lavoro.
A Barabás e a sua moglie la Francia non concede alcuna possibilità. Nonostante si adattino a fare lavori umili, a essere malpagati, per quanto onesti e pronti a sacrificarsi, trovano datori di lavoro pronti a licenziarli per l’acredine che molti hanno nei confronti dell’Impero austroungarico. «Mi dispiace molto. Ma deve capire. Dopo quello che il suo popolo ha fatto alla Francia, non posso più assumere un ungherese», si sentono dire molto spesso.
Poi, quando finalmente le acque si calmano, Alessandro I, il primo re di Jugoslavia, viene assassinato a Marsiglia alla fine del 1934. È vero che l’assassinio fu compiuto da croati e macedoni, ma le conseguenze per gli emigranti furono le stesse.
Il tempo scorre e i Barabás cercano fortuna all’esterno, in Sudamerica. Ma anche lì sembrano destinati a fallire. Il ritorno in Ungheria si rivela deludente. Vengono visti come traditori dagli stessi compaesani, perché hanno fatto fortuna all’estero. Così l’unica soluzione sembra essere quella di tornare in Francia e la famiglia si divide per l’ennesima volta.
Jolán Földes, come hanno fatto la Betty Smith di Un albero cresce a Brooklyn o Melania G. Mazzucco di Vita o Maria Rosa Cutrufelli ne Il cuore affamato delle ragazze, rappresenta la situazione dell’emigrazione, l’essere guardati con disprezzo per le proprie origini, la malinconia per la vita che si è lasciati alle spalle e per i parenti rimasti.
Poi ci sono i nuovi conoscenti della famiglia Barabás, che sembrano vivere di nostalgia e di rammarico. Nient’altro. Mentre la famiglia ungherese riesce a superare le ostilità e con fatica e abnegazione affronta le difficoltà di essere stranieri. Non c’è posto nel testo di Jolán Földes per il sentimentalismo o per il patetico. Solo il bisogno andare avanti e di accumulare una piccola rendita da utilizzare nei momenti bui.
Claudio Cherin
Jolán Földes
Via del Gatto pescatore
Traduzione di Andrea Rényi
GM Libri
Collana NarraMondo
2026, 264 pagine
20 €