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Voi siete qui: Biblioteca » Strega 2026: “I convitati di pietra” di Michele Mari

3 Maggio 2026

Strega 2026: “I convitati di pietra” di Michele Mari

Premio Strega 2026 – Libro 4 di 12
I convitati di pietra, di Michele Mari

Dopo la proclamazione della dozzina, accade sempre che la corsa al Premio Strega si animi con critiche, dibattiti e pronostici: “chi vincerà questa edizione?” è la domanda che tutti si pongono. Per la LXXX edizione, ancora prima dell’annuncio dei semifinalisti, il nome indicato come favorito è quello di Michele Mari, autore de I convitati di pietra (Einaudi, 2025), proposto da Vittorio Lingiardi.

Per questo motivo, mi ero detta che avrei lasciato il romanzo di Mari fra le ultime letture, per dare spazio ai candidati meno favoriti e che una volta esclusi dalla cinquina diventano meno attraenti. Però la curiosità era troppa, così ho messo da parte gli altri testi e iniziato a leggere I convitati di pietra. Dopo le prime venti pagine, ho pensato di avere fra le mani un romanzo geniale, per l’idea, per la cura dei dettagli, per l’ironia tagliente e per la ferocia con cui l’autore costruisce le scene, intrise da una sensazione di minaccia incombente.

«Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro […]. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, I convitati di pietra è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa.» (estratto dalla proposta Vittorio Lingiardi).

Il romanzo narra la storia dei trenta studenti della III A del liceo classico Berchet di Milano, i quali, durante la cena per il primo anniversario dell’esame di maturità, il 22 luglio 1975, decidono di iniziare una riffa: ognuno di loro verserà tutti gli anni una cifra e il capitale accumulato finirà agli ultimi tre sopravvissuti del gruppo.

L’appello della III A continua così a ripetersi: la cena del 22 luglio diventa un appuntamento fisso a cui nessuno di loro dovrà mancare, salvo motivata giustificazione. L’incontro dalla cadenza annuale è un modo per incontrarsi, ma anche per studiarsi a vicenda.

«[…] un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.»

Questo patto singolare, nato come un gioco, va degenerando, diventando un meccanismo infernale, in cui vengono messi in discussione i rapporti e in cui emergono alleanze e rivalità. I convitati, che iniziano il loro accordo in giovane età, portano così alla loro tavola proprio l’ospite meno desiderato, la morte, che resta sempre lì con loro, presente e pronta all’azione.

Così i trenta ex alunni – che vediamo avanzare nel corso degli anni fino al 2053 – si aggrappano sempre più alla vita: vivere significa non morire e, quindi, restare in gioco per vincere la somma finale, ma anche combattere lo scorrere del tempo. Ognuno affronta questo percorso a modo suo e vive diversamente questa riffa: qualcuno si toglie dal gioco, qualcuno si suicida, altri cercano di sovvertire le regole del gioco, altri propongono di destinare diversamente il capitale.

I protagonisti hanno un ruolo centrale nel romanzo, ma della loro privata sappiamo poco: conosciamo i loro indirizzi milanesi, dall’abitazione ai luoghi frequentati, le abitudini, le loro ossessioni. Emblematiche sono le figure di Brodo e Semprini, a cui Mari affida alcune delle sue stesse passioni – come la filmografia e la toponomastica – che diventano tratti distintivi dei personaggi. I protagonisti diventano riconoscibili per le loro passioni, le loro azioni e le loro abitudini, fino a diventare modelli sociali e rappresentativi della borghesia milanese, che l’autore descrive con attenzione.

Anche la classe, in cui un determinato numero di esistenze si incrocia e percorre un tratto di vita insieme, svolge un ruolo altrettanto rilevante

«[…] da una parte c’è l’assoluta casualità burocratica con cui vieni assegnato a una determinata sezione e dall’altra la capacità che abbiamo di superarla, questa casualità.» (Per sempre grato ai mostri: intervista a Michele Mari, di Nicola H. Cosentino, 31.03.2026, Lucy sulla Cultura).

Nel romanzo di Michele Mari, la III A del Berchet è il punto di partenza e il motore di tutto: un legame profondo fra trenta ragazzi che, dall’età di diciannove anni, si porterà addosso il peso della riffa, un vincolo per tutta la vita. Attraverso la classe e i suoi alunni, Mari esplora temi profondi, come la mortalità, il male e l’avidità umana, sottolineando come i legami instauratisi in gioventù – che siano questi di amore, amicizia, odio o rivalità – possano emergere anche a distanza di anni.

Seppur i protagonisti si siano cristallizzati nel loro ideale di giovinezza, l’idea della morte e di una fine incombente, «un tempo che si dava per scontato essere lontanissimo o fantastico», diventa sempre più concreta, fino a imporsi nelle loro esistenze. A ogni morte aumenta la posta in gioco e anche la probabilità di vittoria dei superstiti, che però non hanno ben chiara la reale entità del premio finale. La prospettiva di utilizzo del premio prende forma con il passare degli anni, quando il tempo per potersi godere questa cifra va a ridursi.

«Quanto erano stati superficiali ed ingenui! Concepire quella gara mostruosa quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente.»

Ma il valore materiale della riffa è davvero la cosa più importante?

Leggere I convitati di pietra è stato come ritrovarsi dentro a un romanzo di Agatha Christie, seduta al tavolo accanto a Poirot – o su un’isola lontana, come in Dieci piccoli indiani -, a studiare gesti ed espressioni dei sospettati, per intuire chi sia il colpevole. Al tempo stesso, però, è stato come essere catapultati dentro Squid game: puntata dopo puntata – qui cena dopo cena – un partecipante cade e ti chiedi, non puoi non chiederti, chi sarà il prossimo.

Del resto, a ogni posto vuoto, ogni 22 luglio, la domanda è: chi sarà il prossimo? Chi sarà l’ultimo?

Michele Mari ha scritto un romanzo appassionante e divertente – soprattutto nella parte iniziale e finale del testo, a mio parere -, ma anche a tratti malinconico e riflessivo per le tematiche affrontate. L’idea di partenza del romanzo è originale e potente: una riffa come metafora della vita e come patto con l’ignoto e con il futuro, capace di riservare indeterminate evoluzioni e di rivelare la vera natura dell’essere umano.

Non saprei dire se Michele Mari sia davvero il favorito per la vittoria finale, soprattutto considerando gli altri due candidati Einaudi, Alcide Pierantozzi con Lo sbilico e Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca. È difficile credere che tutti e tre i titoli pubblicati da Einaudi possano raggiungere la cinquina finale. Quindi, ora la domanda è: chi sarà l’escluso?

Ilaria Cattaneo

Michele Mari
I convitati di pietra
Einaudi
Collana Supercoralli
2025, 168 pagine
17,50 €

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