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Voi siete qui: Biblioteca » Da Quodlibet “Il grande mantenuto” di Alberto Ravasio

30 Aprile 2026

Da Quodlibet “Il grande mantenuto” di Alberto Ravasio

Il grande mantenuto, secondo romanzo di Alberto Ravasio, conferma la verve comico-satirica di uno scrittore che nella lagna diffusa e ormai cronica della romanzerìa italiana sa farsi leggere nonostante le storie di scrittori in ambasce non siano proprio una novità.

Di scrittori senza fortuna la letteratura è piena almeno quasi quanto la vita ma i più se la malasorte se la meritano nell’una e nell’altra e se perciò si è sempre a rischio di patetismo l’unica è maltrattarsi, da scrittore presunto o avventizio o aspirante almeno quanto si è prodighi nell’insultare il prossimo.

Nel caso dell’io narrante di Ravasio il prossimo è intanto chiunque sia disposto a mantenerlo, come pure sarebbe giusto anche senza ambizioni letterarie se si è nati in una famiglia modesta dove la vita coincide con la fatica di viverla.

E dunque come non ammirare un giovane che non ne può più di famiglia e parenti bifolchi e Italietta cafona (l’altro prossimo), sopravvissuto a una scuola “nazi-cattolica”, e pretende di spassarsela fra chiacchiere da scrivere e letti altrui, lesbici o mignotteschi che siano ma quasi sempre immaginari? Specie considerando che da Portnoy in poi dovremmo aver imparato a fidarci di chi sa tenere insieme sesso e scrittura (nulla da spartire con l’anodina, sterile ancorché improbabile sofferenza autoindotta di un’operina come La mattina scrivo).

Qui, come nel primo romanzo di Ravasio, La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (stesso editore, Quodlibet) l’esuberanza della lingua è il marchio distintivo: una lingua addestrata al pluristilismo, all’attrito di alto e basso in funzione comica perché comico è il mondo rappresentato – reinventato ma non troppo quand’è cosa di aspiranti creativi d’ogni risma, scrittori di varia posa e accidenti e figure dell’editoria truffaldine come d’uopo, sceme o ciniche d’ordinanza.

Di mantenuti, scopre il narratore, nell’ambiente ve n’è parecchi – pure qui, aspiranti soprattutto. E poi, cosa dovrebbe fare chi talenti non ne ha di compatibili con la realtà così com’è di questi tempi – volendo, nemmeno tanto contemporanei visto che gli scrittori (gli umani che i più considerano scioperati come nessun altro) tanto più smaniano di sfangare la vita alla meglio quanto più rischiano di finire assai male.

Nel suo caso, il potenziale mantenuto scopre che “uno dei pochi vantaggi dell’aspirante scrittore è quello di saper sedurre le ragazze in chat”, attitudine alla lunga forse non bastevole ma al momento in grado di rimediare una bizzarra compagnia in qualità di cane della dispotica Sodoma.

Insomma, il romanzo che leggiamo, con tutto il disincantato distacco del caso, che pour cause invece è simile all’ironia costante della voce narrante, ci dice, Il grande mantenuto, che ne invoca la condizione perché la scrittura o è lavoro totalizzante o non è, ci dice che siamo davanti a uno scrittore abilissimo, capace di rivitalizzare il comico oggi tutto appannaggio della stand up comedy, di esibire virtuosismi negati al profondismo diffuso, da pastischeur non ornamentale ma cattivo il giusto, corrosivo e sulfureo benché spesso si atteggi a candido.

Per non rischiare tentazioni metafisiche aggiungeremmo che al protagonista tocca venir fuori dall’opprimente mania del lavoro in quel di Padania, lavoro che produce, fa reddito, non sobilla l’immaginazione ma la pialla al suolo di un conformismo beghino che al desiderio di un suo figlio di studiare filosofia resta sconcertata – (in effetti, “buona per l’incartamento delle caldarroste”) e già basita alla scelta del liceo scientifico (col classico i genitori sarebbero morti stecchiti).

E che questo accade nei primi due decenni del presente secolo, assai severo con il lavoro culturale, nonostante la retorica imperante. Ma quella, in fondo, è comunicazione, e la comunicazione è il male.

Michele Lupo

Alberto Ravasio
Il grande mantenuto
Quodlibet
Collana Compagnia Extra
2026, 372 pagine
18 €

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