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31 Marzo 2026

Recensione del romanzo “La luce inversa” di Mota

Per entrare ne La luce inversa di Mota (per Wojtek, 2025) bisogna avere presente la copertina di Dylan Dog numero 337 (dal titolo Spazio profondo), dove l’investigatore dell’incubo ha gli occhi chiusi, le braccia intorno alle gambe piegate, sembra andare alla deriva nello spazio. Ed è nudo.

I personaggi del romanzo di Mota sono anche loro, metaforicamente, nudi perché di fronte alle ferite del proprio passato. Vanessa, Siddiq e Martin sono degli adolescenti che vogliono fare i conti con la violenza subita. Questo li porterà a ripercorrere ciò che è successo loro per poi superare il dolore e trasformarsi in persone nuove, in persone che non soffrono più per ciò che hanno subito.

La luce inversa, che dà il titolo al romanzo, è una terapia sperimentale, inventata dalla dottoressa psicoterapeuta Hollis, nella quale i tre ragazzi non solo dialogheranno con il proprio trauma ma, una volta sondato a fondo, potranno eliminarlo definitivamente. Solo così sarà loro possibile ottenere un corpo che non ha ricordo delle ferite del passato.

Ad abusare di Vanessa è stato il compagno di sua madre. Ad abusare di Martin il nonno. Ad abusare di Siddiq un prete. Vanessa e Siddiq si fidavano di quelle persone che avrebbero dovuto proteggerle.
I tre ragazzi rappresentano tre momenti con cui un paziente si confronta con un trauma passato: il distacco – a cui Vanessa, con le sue parole, dà forma − la rabbia – propria di Martin – e il perdono – che Siddiq sostiene.

Questi tre momenti, che tutti attraversano quando hanno subito un trauma, si manifestano nel linguaggio. Martin si mostra implacabile, duro; alterna perifrasi lunghissime (un susseguirsi di subordinate) per poi giungere alla brevità folgorante. Siddiq usa frasi dal suono morbido e deciso. Quasi subito mostra luoghi e fatti in cui si sono svolti gli abusi: all’interno della chiesa cattolica.

Vanessa appare all’inizio estranea a se stessa e all’ambiente in cui agisce, in seguito la parola diviene cosciente per poi, alla fine, farsi portavoce di un nuovo vocabolario personale e insieme collettivo, composto da termini il cui significato, dapprima fosco, si manifesta nella sua pienezza.

L’autore, Mota, riesce a gestire uno stile e un ritmo che si modellano seguendo i moti del cuore. L’uso del flusso di coscienza permette di rendere efficace il disagio interiore delle vittime. Anche la presenza del corsivo e del maiuscoletto serve per mettere in risalto parole o frasi cardine di passato non del tutto lontano e del nuovo presente che si sta formando.

Adeguato il modo in cui gestisce il punto di vista, che si modifica in base alle esigenze della narrazione: andando avanti con la lettura, per rendere meglio il disagio, la rabbia, la rassegnazione o la negazione dell’avvenuto l’autore passa dalla terza alla prima o alla seconda persona.

La scrittura di Mota è accurata e consapevole. In ogni frase c’è il controllo di un chirurgo, ma anche una certa esuberanza. Con solo 124 pagine lo scrittore riesce a raccontare la storia dei tre ragazzi. E a costruire un mondo tossico. Le crepe in cui nasce e avviene l’abuso. Da questo plot abbastanza lineare parte un’indagine psicologica molto intensa formata da monologhi che si alternano. Le voci dei tre protagonisti cadenzano il racconto e a mano a mano che si procede nel viaggio interiore queste voci si incontrano e si incastrano.

All’inizio il lettore si trova spaesato, superate le prime dieci pagine si adegua a questo complesso viaggio che richiederà anche la sua partecipazione attiva.

I libri pubblicati da Wojtek non hanno mai nulla di scontato, sono viaggio, esperimenti interiori che spesso potrebbero portare il lettore su terreni poco battuti dalla narrativa contemporanea. La luce inversa è un esempio perfetto di quello che si trova nel catalogo di questa casa editrice.

Il romanzo è stato proposto al Premio Strega 2026 da Silvio Perrella.

Claudio Cherin

Mota
La luce inversa
Wojtek
Collana Orso bruno
2025, 150 pagine
16 €

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