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20 Marzo 2026

Da Nottetempo “Contro la scuola neoliberale”

Esagerato definire drammatica la situazione della scuola odierna? – no, e parte in causa è la sua assenza dal discorso pubblico. Né aiuta l’afonia delle forze politiche di sinistra – forse non casualmente, visto che per lo più esse hanno partecipato e fortemente contribuito alla torsione aziendalista che ha condotto alla situazione odierna.

Una parte non esigua degli stessi insegnanti, occorre dirlo, sembra stremata da una guerra (culturale e politica) che fatica a non considerare persa. Benvenuta perciò ogni pubblicazione che tenti di ridare al discorso sulla scuola l’importanza che gli spetta, come il volume a cura di Mimmo Cangiano Contro la scuola neoliberale (Nottetempo editore), scritto a più mani da alcuni docenti del Collettivo culturale “Consigli di classe”.

Il focus, come detto, sta nell’aziendalizzazione della scuola, meglio, nell’asservimento sempre più plumbeo e asfissiante al Capitale, al suo ridursi vieppiù a “servizio” per famiglie e imprese. Se, come scrive Cangiano nell’introduzione, “L’autonomia non ha risposto solo agli ostentati criteri di “efficientamento”, ma ha mutato alla radice il rapporto educativo trasformando l’offerta formativa in una merce da vendere sul mercato”, il processo di distruzione comincia dalle trasformazioni degli anni Novanta, punto apicale della retorica postmodernista (fine della storia, apoteosi del mercato e della globalizzazione etc).

Lo spiega il saggio di Daniele Lo Vetere, che nello storicizzare il passaggio di millennio vede riflessi nella scuola i suoi cascami, con tre tratti fondamentali dell’“età neoliberale”: “la declinazione postmoderna dei saperi e delle funzioni attribuite alla scuola; la trasformazione dei processi di soggettivazione nel passaggio dal fordismo al postfordismo; la progressiva disconnessione tra Stato e politiche educative”.

Il modello implica – va da sé – non una mera piegatura economica ma un’inaccettabile “visione” politica che soggiace a questa fase cruenta del capitalismo (anche se, ne abbiamo scritto nell’articolo su La confisca del mondo, assistiamo ora a un’ennesima sua declinazione in chiave nazionalistica, autoritaria e predatoria).

Si tratta di analisi che nascono dall’esperienza concreta della scuola, nella realtà quotidiana dell’insegnamento, e non solo da una riflessione teorica esterna – laddove alcune note critiche al volume provengono da personaggi che la scuola la vivono proprio tutta sul versante teorico e accademico, spesso viziato da idealismi pedagogistici ignari di cosa possa essere oggi un istituto tecnico-professionale nella provincia romana – e si scrive pour cause. (Che poi questa stessa polarizzazione, fra chi possa parlare di scuola e chi no, sia di ostacolo a un discorso plausibile è argomento del saggio di Roberto Contu).

Il paradigma di un luogo di formazione critica ed emancipazione sociale è stato dunque soppiantato da quello delle competenze utili al mercato del lavoro. Vale per le inutili ore di formazione civica che tutto favoriscono tranne la crescita degli studenti, o per l’uso forzoso e arbitrario dei fondi del PNRR, o ancora per la frantumazione della lezione, potenzialmente creatura viva e imprevedibile, nelle famigerate “unità di apprendimento”: ogni fase isolata, etichettata, valutata.

Ne scrive Marina Polacco (intervento il suo fra i più interessanti), che parla esplicitamente di fine della scuola della Costituzione: impoverimento dei saperi disciplinari, barra dritta verso la didattica laboratoriale che ha finito col danneggiare anche l’istruzione professionale, insegnamento “per competenze” che più che una pratica educativa, spesso sembra ridursi a un manuale di montaggio IKEA scritto da un consulente aziendale in giacca slim.

Trionfo dell’Impresa, vera ontologia di Stato, coperta – a metà – dalla foglia di fico di un lessico furfantesco e sedicente progressista (empatia, inclusione, bisogni dello studente etc:). “La destra sovranista e l’ultrapedagogia di sinistra si alimentano a vicenda”, scrive Marco Maurizi.

È evidente a chiunque conservi occhi per vedere l’involontaria (?) confluenza dell’oltranzismo di molti pedagogisti (solerti nell’infliggere accigliati sermoni frontali a insegnanti colpevoli di non abbandonare le lezioni frontali – basta farsi un giro in rete) nell’alacre burocratizzazione aziendalista cui danno mano cupi funzionari al servizio del Ministero, e a scender per li rami la maggioranza dei dirigenti, dimentichi (se mai ne hanno avuto sentore) di più nobili vocazioni. Per non dire della valanga di “corsi di formazione” che sottendono implicitamente l’idea di un deficit strutturale – perenne – dell’insegnante, sempre inadeguato, non “aggiornato”: su cosa?

Ora, l’ennesima riforma in corso dei tecnici sottrarrà ore di italiano, geografia etc in favore di ulteriori “competenze” pronte all’uso. Quali? Qualche anno fa, un collega che voleva convincere chi scrive e altri della bontà della scuola delle “competenze”, e chiarire “una volta per tutte” cosa s’intendesse con quella parolina magica, ci elargì un esempio a suo modo di vedere illuminante. L’istituto era un tecnico commerciale. – Metti storia, per esempio. – disse. – Invece di perdere tempo con le differenze fra una monarchia assoluta e una monarchia costituzionale, al ragazzo gli chiedi “Cosa faresti tu se fossi un imperatore?”.

Sembra parodistico, e non è serio liquidare la faccenda delle competenze (“una metafisica”, scrive ancora Maurizi) tutta a una fuffa grottesca, ma questo è il possibile angolo scemo in cui può finire un progetto politico – ché di questo si tratta, e sembra chiaro a tutte le voci del volume – orientato a far capire il mondo il meno possibile e fare quanto richiesto dal mercato.

È un fatto che nella scuola ormai si vorrebbe innecessario comprendere il presente (figuriamoci il passato) – darlo piuttosto per scontato e inevitabile come il solo possibile (Attilio Scuderi ricorda il Realismo Capitalista di Mark Fisher).

Quanto alle “Tecniche di resistenza per docenti” (è il sottotitolo del libro), il volume non può essere ovviamente un manuale di guerriglia: nella situazione in cui siamo è difficile. Cosa resta dei collegi docenti, dei consigli di classe? Intanto, non sarebbe male rifiutare ove possibile incarichi deprimenti (hai studiato Platone vent’anni e poi fai spettacolini agli open days? eh ma perdiamo cattedra: non se ne esce).

Forse da aggiornare sarebbe il titolo: forse “neoliberale” è già desueto. Dobbiamo prendere sul serio Peter Thiel? La fine della competizione (vedi ancora Orain) è di certo scritta nel trumpismo. Ora, è immaginabile una scuola in cui insegnare come costruire monopoli? Forse, se non si fa qualcosa di concreto, è più facile credere che potrebbero abolirla del tutto.

Michele Lupo

Autori vari (A cura di Mimmo Cangiano)
Contro la scuola neoliberale
Tecniche di resistenza per docenti

Nottetempo
2026, 156 pagine
16 €

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