Torniamo qui per l’ennesima volta su David Quammen, per un libro, L’evoluzionista riluttante, in realtà scritto prima dei suoi più noti ma ora rivisto in nuova traduzione per Raffaello Cortina Editore (la traduttrice è Silvia Vivan).
Il volume è dedicato a Darwin e alla sua teoria dell’evoluzione, materia su cui il divulgatore americano sarebbe anni dopo intervenuto in un’opera assai complessa, L’albero intricato di cui scrivevamo: “Quammen mette in discussione la celebre metafora dell’albero della vita che cresce a partire da un unico antenato e si dispone in una serie di rami, contemplando con ciò un processo che porta dalle forme unicellulari all’uomo. E invece all’idea consolidata della linea verticale della trasmissione ereditaria, le ricerche riferite da Quammen affiancano una possibilità differente: ossia che i geni si spostino da una specie all’altra.”

Lo studioso cui Quammen doveva questi risultati era il microbiologo Carl Woese, uno dei tanti che nel tempo hanno lavorato su una risistematizzazione dei principi darwiniani, i quali restano tuttavia all’origine del terremoto che ha sconvolto i paradigmi archetipici delle nostre conoscenze sulla vita sulla terra.
Il libro in realtà è anche una biografia, ma volutamente parziale. Quammen sceglie di raccontare un Darwin meno noto – prima e dopo gli anni del Beagle. Un Darwin più intimo, studente e poi scienziato di buona famiglia, preoccupato di non divulgare le sue scoperte perché sapeva quanto potessero risultare catastrofiche per l’ambiente di riferimento se non per l’intero mondo. Perché la conseguenza filosofica dell’evoluzionismo sarebbe stata un irreversibile materialismo che certificava la mancanza di scopo della vita dell’universo.
Contro ogni finalismo, avrebbe potuto essere il titolo di un pamphlettista agguerrito: una bomba per l’epoca (e ancora oggi, in questa pessima curvatura della storia che scavalla all’indietro l’illuminismo).
Quammen, con la sua solita abilità, racconta quanto fu difficile per il genio inglese esporre pubblicamente e solo dopo molti anni la sua teoria. Anni di elaborazione solitaria sui suoi taccuini segreti, sotto il cupo cono d’ombra di una cultura dominante, e condivisa fra stato e chiesa anglicana, che assumeva un principio divino nell’ordine del mondo. Un quadro già disegnato da dio, immutabile, con le sue disposizioni fissate una volta per tutte.
Aveva una moglie devota, Charles, a dio non meno che a lui, uomo dai tratti contraddittori, timido e avventuroso, controllato ma non privo di nevrosi, più intraprendente nell’imbarcarsi in giro per il mondo, che deciso a rendere pubbliche le convinzioni maturate dai suoi viaggi e dagli studi successivi.
Coltivava il suo scottante segreto, come un uomo che si guarda bene dal confessare un omicidio a un amico – si sarebbe messo contro i propri insegnanti e un intero paese in guardia contro le suggestioni materialiste provenienti dalla cultura francese figlia della rivoluzione.
Se si ammette che le specie “possano trasformarsi una nell’altra”, pensava, “l’intero edificio crolla”. Il tempo passava, lui raccoglieva dati, ipotizzava modelli, e gli appariva sempre più chiaro che “la selezione naturale è un processo senza scopo, se non quello della sopravvivenza e della riproduzione”, che non ha altri principi che quelli dell’adattabilità e della casualità.
Ancora teneva tutto per sé ma le riflessioni squadernate sugli appunti e le figure di rettili, uccelli e ramificazione arboree mostravano i basici corollari dell’ereditarietà, per cui i figli ricevono dai loro genitori una cifra genetica non esatta, che le variazioni producono esseri simili ma non identici e che per l’eccesso di riproduzione sopravvivono solo i più adatti.
Ma il momento arriva, quando Darwin scopre che un altro naturalista, Alfred Russel Wallace, con cui scambiava una fitta corrispondenza, è giunto alle stesse conclusioni. La vita è una brutalissima competizione e nessuna misericordia può porvi rimedio.
A quel punto, vent’anni dopo le prime intuizioni, e per non farsi anticipare, Darwin è costretto a sganciare la bomba della selezione naturale, una vera esplosione per la storia umana: il “riluttante” prende coraggio e la consegna al mondo.
Quammen, nell’intrecciarsi di biografia, contesto ambientale e spiegazioni scientifiche mostra una qualità del narrare che risente della formazione letteraria (Faulkner il suo mentore), coniugata con una conoscenza degli argomenti che ne fa uno dei migliori divulgatori contemporanei.
La sua voce, che raccoglie al meglio gli studi più avanzati, è, come sostiene Telmo Pievani nell’introduzione al libro, sempre necessaria, specie in quest’epoca che si vuole ipertecnologica ma adombra tratti neomedievali.
Ancor più ovviamente lo è quella di Darwin, che non poteva prevedere la filogenetica molecolare, l’epigenetica e le mutazioni orizzontali, i grandi collassi dell’estinzione; né sospettava della variabilità del ritmo – meno lento di quanto egli pensasse – nelle mutazioni delle diverse specie.
Ma sarebbe come sottolineare i limiti di Freud o Galileo: immaginarsi cosa sa(p)remmo senza di loro. Resta che Darwin ha cambiato la storia della conoscenza umana, a meno che quell’ottanta per cento di americani che lo rifiuta non finisca per avere la meglio.
Michele Lupo
David Quammen
L’evoluzionista riluttante
Il ritratto privato di Charles Darwin e la nascita della teoria dell’evoluzione
Introduzione di Telmo Pievani
Raffaello Cortina Editore
Collana Scienza e idee
2025, 304 pagine
22 €