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Voi siete qui: Biblioteca » “La Russia contro la modernità” di Alexander Etkind

26 Maggio 2025

“La Russia contro la modernità” di Alexander Etkind

Come tutti sanno, Stalin è uno dei numi tutelari di Putin. Non perché il padrone della Russia rimpianga il socialismo reale. A Putin, che detesta Lenin, interessa Stalin in quanto leader di quella che fu una delle due superpotenze mondiali; si può dire che lo interpreta inserendolo nella serie degli imperatori russi ossessionati dal fare del loro Paese una grande forza mondiale.

Ora, fa notare Alexander Etkind ne La Russia contro la modernità, volume da poco uscito per Bollati Boringhieri, la differenza fra le due epoche è innanzitutto una differenza economica: non che non vi fosse un’élite di privilegiati – la cerchia degli amici (mai troppo) fidati di Koba il terribile – che costringevano milioni di persone a vivere di poco in nome di quel comunismo dal partito assai sbandierato e poco praticato, ma il passaggio a un liberismo criminale fondato sulla razzia delle risorse naturali ha determinato al passaggio di secolo l’allargarsi delle diseguaglianze fra oligarchi, altri funzionali dello Stato e resto della popolazione.

Situazione comune al capitalismo mondiale, e proprio in seguito alla fine della guerra fredda ma in nessun altro Paese del mondo la forbice fra l’élite economica e il resto della popolazione si è allargata come in Russia.

Tale concentrazione di capitali passa per le risorse strategiche paleoindustriali (gas, petrolio, metalli pesanti), le stesse responsabili del riscaldamento globale, le stesse senza le quali la Russa sarebbe destinata a sparire dal novero degli Stati di peso della scena internazionale. Questa condizione determina ad avviso di Etkind, studioso di lungo corso del Paese, l’avversione alla modernità di Putin e del potere che gli gravita intorno.

La guerra all’Ucraina è solo la più drammaticamente icastica manifestazione della battaglia che questi uomini conducono verso l’Occidente – se, data l’odierna instabilità semantica della nozione – con esso intendiamo il luogo di una consapevolezza razionale dello stato delle cose e l’intenzione (tutt’altro che dimostrata, specie oltre Atlantico) di porre rimedio all’apocalisse climatica in corso.

Non casualmente, scrive Etkind, i “petrostati” (oltre alla Russia, l’Iran, l’Arabia Saudita, il Venezuela etc) sono quelli i cui indici di ricchezza costituiscono dei bluff facilmente smontabili: la stragrande maggioranza dei loro abitanti ne è esclusa e fortuito non è nemmeno il fatto che si tratti di regimi sostanzialmente autoritari.

Nella paleomodernità russa “non c’è spazio per gli uomini e le donne”, scrive Etkind, perché i suoi uomini di potere non vedono alternativa ai combustibili fossili; la propaganda massiccia cui è ridotta la totalità dei loro sistemi mediatici combatte l’Europa perché se il pianeta riuscisse mano a mano a rinunciare a quel tipo di energia per lun Paese come la Russia non vi sarebbe scampo.

L’industria militare è una conseguenza di tutto ciò – la tecnologia è al servizio di uno stato di guerra permanente. Il resto dell’attività – e del denaro necessario per realizzarla – concernente la ricerca e l’utilizzo di saperi informatici, si riversa nella stessa direzione: la fabbricazione del più imponente apparato di fake news, troll, bot difficilmente controllabili per influenzare l’opinione pubblica occidentale; operazione assai efficace come dimostra il consenso ricevuto dalle destre estreme in tutto il mondo (tacendo per pietà dei paleostalinisti che misteriosamente sopravvivono da qualche parte).

Stopmodernismo definisce Etkind la guerra messa in atto da Putin e dai suoi petroligarchi. Su questa necessità vitale, s’innesta l’intera retorica reazionaria dell’ex spia del KGB: nazionalismo, imperialismo, avversione ai diritti delle minoranze (o ai diritti tout court), l’appello identitario a un conservatorismo culturale dai tratti feroci – “i valori occidentali sono contronatura”, ripete spesso Putin.

Quando questo gruppo di potere, scrive ancora Etkind, ha deciso di sferzare verso un nuovo autoritarismo, successivo al breve periodo di fantasmatica democrazia degli anni Novanta, anche la scuola e l’istruzione sono diventate qualcosa di cui occuparsi solo per torcerle in una direzione antimoderma – sono ovunque verificabili le immagini di ragazzini e maestre compiacenti che sfilano accanto a missili e giocattolini bellici marchiati con la Z.

Soccorre la ricerca di Etkin anche lo sguardo su alcune determinanti antropologiche: il machismo per esempio, forte e prepotente nell’élite economica, frustrato per il 90% della popolazione, spesso deragliata fra disoccupazione e alcolismo, cui fa da contraltare “una società senza padri”. E, – era un’ipotesi della Scuola di Francoforte – laddove il padre manca, facilmente albergano Stati autoritari.

In rete si sono letti commenti superficiali sul metodo dell’autore, che troppo avrebbe insistito sul carattere psicologico del mondo russo, commenti forse favoriti dalla firma in prefazione di Luigi Zoja, noto psicoanalista junghiano e, ancor più, dall’essere, Etkind, l’autore di un libro di qualche anno fa, Storia della psiconalisi in Russia.

Ora, sarebbe meglio leggerlo in proprio, un libro, prima di commentarlo: nel caso specifico si scoprirebbe che la transizione energetica, fumo nerissimo negli occhi di chi è abituato ad arricchirsi con i modi e le materie dell’Otto-Novecento, Russia in primis, assomiglia non poco alla buona, vecchia struttura così cara ai marxisti duri e puri – più rigoroso di così.

Michele Lupo

Alexander Etkind
La Russia contro la modernità
Traduzione di Gianna Cernuschi e Paola Giuliano
Prefazione di Luigi Zoja
Bollati Boringhieri
2025, 160 pagine
20 €

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