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Voi siete qui: Biblioteca » Recensione di “Rosso profondo” di Paolacci e Ronco

12 Maggio 2025

Recensione di “Rosso profondo” di Paolacci e Ronco

Non me ne vogliano Paola Ronco e Antonio Paolacci, ma Rosso profondo – appena mandato in libreria dal neonato marchio editoriale Ubagu Press – è il loro libro migliore, almeno tra quelli pubblicati finora, compresi i casi del vicequestore – aggiunto – Paolo Nigra (li trovate tutti recensiti qui su ALIBI).

La premiata ditta Paolacci & Ronco torna qui al true crime dopo Tu uccidi, uscito da Effequ nel 2023. Rosso profondo è, in qualche modo, il frutto della precedente ricerca e insieme l’esemplificazione di quanto lì hanno scritto.

Due sole parole per presentare il tema. Nel 1991 Franca Demichela, signora torinese coniugata con un impiegato della Fiat, Giorgio Capra, viene trovata cadavere nei pressi di un cavalcavia della tangenziale Sud di Torino. Il fatto che indossasse un vistoso abito rosso e che la zona fosse frequentata da prostitute (come Lisa la greca: che non era né Lisa, né greca) fece in un primo momento pensare che si trattasse dell’ennesimo omicidio di una “professionista dell’amore”.

Le quattrocento pagine che seguono racconteranno una verità diversa, anzi: un caleidoscopio di verità, mezze verità, bugie, fraintendimenti e luoghi comuni. In estrema sintesi si contrapporranno due linee investigative e due fazioni con i rispettivi innocentisti e colpevolisti: a strozzare a mani nude la donna sarebbe stato il marito o uno degli zingari dell’Est che la signora Franca amava frequentare.

Il titolo del libro è un aperto omaggio al film di Dario Argento a cinquant’anni dall’uscita nelle sale (e il film ha la sua bella importanza, come scoprirete) e insieme allude a uno degli elementi centrali del delitto, appunto il vestito rosso con turbante – da leggersi anche tutto attaccato: conturbante -, ma anche al colore che simboleggia la passione, l’amore, la ribellione agli schemi…

Torino città mosaico

La vicenda non avrebbe conosciuto le tappe in cui si è articolata negli anni se non fosse avvenuta a Torino e i suoi protagonisti non si fossero mossi nella scacchiera di questa città doppia e mosaico. Trent’anni dopo su quelle stesse strade hanno camminato Paolacci e Rocco che si sono trasformati qui in personaggi della storia che rievocano. Non solo per ragioni di praticità, come tentano di farci credere in abbrivio, ma anche perché hanno ben compreso la potenzialità della scelta. E il risultato dimostra che avevano ragione.

In questo libro, che è diviso in atti come una tragedia classica a cui però manca la catarsi finale, li vediamo al lavoro, ne seguiamo le indagini, gli sviluppi e gli intoppi. Qua e là aprono per un istante la porta sulla loro “cucina” d’autori, mostrandoci per esempio il famigerato pannello su cui appuntano ritagli di giornale, fotografie e post-it, come d’ordinanza nelle serie TV.

Leggendo il materiale conservato in tre faldoni nel Palazzo di Giustizia di Torino e i giornali dell’epoca (con tutti i relativi aggiornamenti del caso), guardando le trasmissioni TV che si concentrarono su questo “delitto da romanzo” (per citare il titolo di un articolo) e intervistando giornalisti, scrittori, avvocati e altre persone che in qualche modo ebbero a che fare con l’omicidio, Paolacci e Ronco hanno recuperato i pezzi di un puzzle che era stato smontato dopo diversi tentativi fallimentari di completamento.

Gli autori non arrivano a trovare l’assassino – che probabilmente non verrà mai individuato – ma hanno il merito di segnalare le tessere che in precedenza erano state posizionate in modo errato. La conflittualità che oppone fin dall’inizio polizia e carabinieri, gli errori procedurali e le semplificazioni figlie dei pregiudizi e madri di equivoci hanno fatto sì che il caso rimanga irrisolto.

Incredibile ma vero

Ma dal 1991 a oggi è successo letteralmente di tutto. Per il lettore è un bene: una serie ininterrotta di svolte e colpi di scena, tra sosia (al quadrato!) e stupratori seriali, ladri e ricettatori, coincidenze e altri casi irrisolti (e una madre super-detective!). Per il cittadino invece è un male. Immaginarsi di finire nella rete di un’indagine come persona informata dei fatti, se non come accusato, mette i brividi.

Nell’incredibile materiale studiato e analizzato, Paolacci e Ronco si muovono con abilità, contezza e, soprattutto, con profondo senso del ritmo narrativo. Hanno letto Truman Capote ed Emmanuel Carrère, Fruttero & Lucentini e Gadda, e ascoltato i Nirvana e De André (“In via Marenco 32 c’è una fila di lampade bianche…”).

Citavo all’inizio il loro precedente lavoro Tu uccidi. Nelle pagine di quel libro – significativamente sottotitolato Come ci raccontiamo il crimine – i due autori hanno illustrato le modalità con cui leggiamo e rappresentiamo le storie di true crime. Franca Demichela è stata una vittima “imperfetta” perché difficile da “incasellare”, avendo vissuto una vita al di fuori degli schemi, a prima vista inconciliabile con la tranquilla esistenza di suo marito, “bonom” piemontese grigio e sottomesso. Ma chi può dire di conoscere veramente le dinamiche di una coppia, i compromessi e le abitudini, i desideri e le paure, i limiti accettati e imposti?

Enigmi su enigmi

Paola e Antonio hanno avuto ben chiara fin dall’inizio la missione di ricostruire i fatti senza correre alle conclusioni, come invece è successo troppe volte nel corso delle indagini. Come nei libri precedenti, compresi i casi del vicequestore – aggiunto – Nigra, ai due la cosa che interessa maggiormente è l’analisi del linguaggio: smontarne i meccanismi per ripristinare il corretto uso delle parole, anche ricorrendo al ribaltamento di paradigmi.

Il lettore si trova tra le mani un libro ricco di enigmi (dov’è finita la seconda scarpa? Perché Franca era ossessionata dalle chiavi?), di occasioni sprecate, di domande mai o mal fatte, di mancati approfondimenti, di verbali degni di comparire in un romanzo di Camilleri. Il tutto in un continuo avanti e indietro nel tempo e nello spazio, dal luogo del rinvenimento del cadavere ai posti frequentati dalla vittima, per tenere viva la trama e inchiodare l’attenzione dei lettori con un ritmo sempre incalzante.

Il fatto di cronaca nera e le sue articolazioni vengono ancorati ad alcuni eventi della storia nazionale e mondiale, come la strage del Pilastro e lo sbarco della Vlora carica di cittadini albanesi nel porto di Bari, il golpe a Mosca che accelerò il crollo dell’URSS e la fine della Prima repubblica, fino alla pandemia del covid.

In trent’anni è cambiato – ma temo meno di quanto pensino i due autori – il linguaggio giornalistico. Rimane invece immutata e immutabile una profonda verità: la realtà è molto più complessa, assurda e tragica (ma, a volte, anche più bella) delle storie che leggiamo nei romanzi. Ne sono convinti per primi i due autori che infatti a un certo punto lo mettono nero su bianco (Nero su nero, direbbe Sciascia): “Nella vita reale tutto è possibile”.

Con Rosso profondo Paolacci e Ronco resistono agli automatismi della narrazione e se non arrivano a rendere giustizia a Franca Demichela, le rendono almeno memoria.

Saul Stucchi

PS: sabato 17 maggio i due autori saranno – dalle 11.30 alle 12.30 – allo stand di Ubagu Press nella Sala Indaco del Padiglione Oval al Lingotto di Torino per il Salone Internazionale del Libro. Dopo il saluto introduttivo degli editori Isabella Ferretti e Andrea Gessner, Paolacci e Ronco presenteranno Rosso profondo, mentre Romano De Marco parlerà del suo romanzo noir Dimenticare Milano.

Antonio Paolacci e Paola Ronco
Rosso profondo
Ubagu Press
2025, 420 pagine
16,90 €

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