Dopo aver cominciato un discorso sul grande cinema hollywoodiano, torno nella mia patria (o dovrei dire nazione, con i tempi che corrono), per aprire una nuova pagina: il cinema di impegno civile. Per far questo, ho scelto una pellicola che ha lasciato un’impronta notevole ai suoi tempi e anche sugli anni successivi: Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (1962).
Salvatore Giuliano è stato una figura particolare nella storia italiana dopo la Seconda guerra mondiale e quanto è stato detto o scritto su di lui non chiarisce la sua vicenda. Rosi, poi, nel suo lavoro volutamente non prende una posizione chiara, lascia aperta l’interpretazione sul bandito e si concentra sui rapporti tra Giuliano, la mafia e lo Stato.
“Di sicuro c’è solo che è morto” (frase riportata sulla locandina).

Ci sono, nel film, alcune scelte tecniche molto interessanti. A cominciare dal protagonista (Salvatore Giuliano): mai mostrato da vivo, in modo da rendere ancor più misteriosa la sua figura. Quindi la scelta di utilizzare come scenografie i veri luoghi (Montelepre, Castelvetrano e Portella della Ginestra) ove si snoda la storia e, come attori, gli abitanti stessi (due soli, gli attori professionisti), dimostrando di aver assimilato la lezione del Neorealismo.
Scelsi per il ruolo della madre di Giuliano, una contadina il cui figlio era finito male. […] L’ho portata, quasi spinta, dentro l’obitorio. Era la prima volta che ci entravamo. La luce era quasi inesistente. Nella penombra si muovevano a fatica, oltre al fonico, Di Venanzo e Pasqualino De Santis. […] Fuori dall’obitorio, nel frattempo era arrivato un funerale. Piangevano dentro e fuori, qui per finta e là per davvero. Questo, anche questo ahimè, è il cinematografo.” (Rosi)
La pellicola diventa il prototipo del film-inchiesta che, partendo da un arido dato di cronaca, crea un effetto di grande impatto emotivo e spettacolare. La narrazione non segue un ordine lineare, ma inizia dalla morte di Giuliano e con un sapiente montaggio (di Mario Serandrei) procede con salti, avanzamenti e ripiegamenti temporali, quasi a restituire alla storia il senso di un puzzle difficile da ricostruire. Molto merito va inoltre al bianco e nero straordinario di Gianni Di Venanzo e alle musiche di Piero Piccioni.
Ma non è questo il vero intento del regista. “Il mio scopo – ha dichiarato Rosi – non era quello di dedicarmi al personaggio di Giuliano: era di interessarmi alla Sicilia, ai valori umani, alla tragedia umana scaturita dai rapporti tra Giuliano e gli altri siciliani, tra Giuliano e i carabinieri, tra Giuliano e la vera politica italiana di quell’epoca.”
Secondo molti, questo è il primo film vero sulla Sicilia. In precedenza, la mafia era sempre stata considerata un fenomeno di costume circoscritto a una terra di frontiera lontana e quasi estranea all’Italia. Con Salvatore Giuliano le gesta del bandito entrano a far parte della Storia dell’intero Paese, mettendo in evidenza la difficile situazione del dopoguerra.
Oltre a ciò, pur facendosi portavoce della documentata verità processuale, le ipotesi che scaturiscono dal film, fanno emergere delle trame oscure e connivenze tra Stato e potere mafioso.
“Con i miei film sono felice di aver trasmesso lucidità. Non risposte, ma lucidità” (Rosi)
Siamo negli anni Sessanta e naturalmente Salvatore Giuliano si scontra con la censura. Dopo circa un mese arriva il nulla osta per le sale, ma con il divieto di visione ai minori di 16 anni. Rifiutato al festival di Venezia, in concorso a Berlino 1962 si aggiudica l’Orso d’argento per il miglior regista. Sorprendente la risposta del pubblico: la pellicola incassa poco più di 737 milioni di lire, raggiungendo nella stagione, il decimo posto tra i film italiani di maggior successo.
Francesco Rosi
Perché sono un regista? Perché voglio più di ogni altra cosa realizzare film? È un bisogno? Una necessità finanziaria? Un piacere? Tutte queste cose insieme. È una necessità finanziaria. È un piacere. E, di quando in quando, non è affatto un piacere! Ma è soprattutto un’esigenza che ho sentito abbastanza presto: è quello che ho sognato di fare da quando avevo quattordici anni. Ho sempre sognato di fare il regista. […] Con il succedersi dei miei film, mi sono reso conto che, effettivamente, il cinema si era impadronito completamente della mia esistenza. Penso che non si può essere un creatore se non si è completamente posseduti da qualcosa.” (Rosi)
E la sua possessione è stata sempre la ricerca della verità. Praticamente fin da quando, approdato a Roma da Napoli (ove era nato nel 1922) già ai tempi della scuola stringe amicizia con Raffaele La Capria, Giorgio Napolitano, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi e tanti altri intellettuali, uniti tutti dall’impegno politico.
Dopo un’intensa attività culturale, in giornali e in teatro, viene chiamato come aiuto regista da Luchino Visconti ne La terra trema (1948) e da questo momento lavora nel cinema come aiuto e sceneggiatore. Il suo primo lungometraggio è La sfida (1958), seguito, quattro anni dopo, da Salvatore Giuliano.
Firma poi Le mani sulla città (1963), Uomini contro (1970), Il caso Mattei (1972), Cadaveri eccellenti (1976) e Cristo si è fermato a Eboli (1979), solo per citare i più noti. La sua poetica rimane sempre la stessa: raccontare con le immagini i crimini, i misfatti e i misteri dell’Italia del secondo dopoguerra.
“Un film incide in maniera limitata sulle situazioni reali. Ma qualcosa lascia nelle coscienze. Ne sono del tutto convinto; e, pur senza farci illusioni, senza mitizzare il nostro mestiere, sono della medesima opinione gli autori che si dedicano ad un cinema partecipante se non proprio militante.“ (Rosi)
Prima di spegnersi a Roma nel 2015, ha conseguito un Orso d’oro alla carriera al festival di Berlino del 2008 e svariati altri premi italiani e internazionali. Quando muore, sta raccogliendo documentazioni su vari progetti, come un film su Giulio Cesare, uno su Che Guevara e uno su Raul Gardini.
Note e osservazioni
La voce narrante nel film è quella dello stesso regista.
Per il personaggio di Salvatore Giuliano, dopo dieci giorni di riprese, viene scelto il tramviere palermitano Pietro Cammarata, che nel film è inquadrato sempre di spalle o in lontananza.
Un’ultima notazione riguarda l’attore Gian Maria Volonté. Appare per la prima volta in Uomini contro ed è tanto stimato da Rosi che questi lo chiama come protagonista in altre tre pellicole.
L S D
Salvatore Giuliano
- Regia: Francesco Rosi
- Soggetto e sceneggiatura: Francesco Rosi, Enzo Provenzale, Franco Solinas, Suso Cecchi D’Amico
- Interpreti: Salvo Randone, Frank Wolff, Pietro Cammarata, Federico Zardi, Mario Lorito Fricano, Nando Cicero, Sennuccio Benelli