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Voi siete qui: Biblioteca » “Gli ultimi giorni di Shelley e Byron” di Trelawny

15 Gennaio 2025

“Gli ultimi giorni di Shelley e Byron” di Trelawny

A una biografia va fatta sempre la tara – lo suggerisce in qualche modo anche Dino Baldi nello scritto introduttivo a Gli ultimi giorni di Shelley e Byron, opera dell’amico di entrambi, Edward John Trelawny (1792-1881), scrittore in proprio e marinaio di lungo corso. Non che il resoconto del libro non sia attendibile, ma colpisce la diversa disposizione dell’autore verso Byron e il più giovane, ispirato Shelley.

Trelawny, che considerò l’amicizia con i due poeti un’avventura non meno significativa di quelle che gli occorsero fra i mari, ci racconta da vicinissimo i momenti tardi di due vite emblematiche di un periodo storico irripetibile ma non ha una sola parola di biasimo verso il secondo, del quale pure lo stesso Byron soleva dire che si trattasse “del migliore e più generoso degli uomini!”, mentre al primo non risparmia critiche di vario genere, pur stimandone l’opera.

Edward John Trelawny, Gli ultimi giorni di Byron e Shelley, Quodlibet

Essenzialmente, Byron appare un teatrante nato, cinico, esperto promotore di sé stesso, ma, aggiunge Baldi, in grado di esibire una dote ignota al fulgido amico: l’ironia. Di fatto, sull’immagine scolastica dell’eroe romantico che va a combattere e morire in Grecia per una guerra d’indipendenza non sua, tutta cifrata nell’epoca ma nutrita del valore simbolico di un luogo archetipico della cultura europea, ecco, su questa immagine Trelawny fa un lavoro quasi di demistificazione, favorito peraltro dallo stesso poeta.

Byron si faceva beffe del pubblico sebbene negli anni precedenti avesse fatto di tutto per costruirsi, fra i primi in maniera moderna, una robusta mitologia di sé stesso – il ribellismo e il contrasto con l’aristocrazia inglese, avventure di mare e amori di ogni genere le sue componenti.

Conosceva bene la sindrome dell’impostore, conosceva in altre parole le proprie debolezze e la necessità di occultare gli aspetti meno nobili della sua natura – non agli amici, ma agli adoranti lettori che volevano vedere in lui l’epitome del magistero romantico. E nella cerchia ristretta degli amici del periodo italiano, fra cui l’autore del libro, se la rideva sul fatto che lo considerassero, fra le altre cose, un vero marinaio.

Rispetto al più giovane Shelley, Byron è certo più esperto, disincantato, influenzato da un antico retaggio culturale nel cui “ambiente mondano di provenienza – scrive Trelawny – ogni esibizione di simpatia o di sentimento era considerata piagnucolosa ed effeminata, mentre un’apparenza di audacia e d’indifferenza denotava nobiltà di sangue e cultura”. Né il biografo manca di riconoscere le sue qualità letterarie.

Parimenti, Byron ammira il più giovante poeta e amico, impegnato nella ricerca di denaro nelle sue peregrinazioni italiane per scampare alla giustizia inglese che lo aveva accusato di ateismo. Shelley, sempre in compagnia della moglie Mary, l’autrice del Frankstein, e di altri amici, ricambia l’ammirazione per l’autore del Don Juan.

Nonostante i problemi materiali, Shelley mantiene viva la sua limpida vocazione poetica, non smette di leggere e studiare. Solitario ma non privo di spirito – “Che succede Percy?”, “Mary mi sta minacciando”, “E di cosa, di darti un ceffone?”, “No, molto peggio. Mary dice che darà una festa, ci sono dei cantanti inglesi, i Sinclair, e lei vuole invitarli insieme a tutte le persone che conoscete, voi e lei, oh che cosa orribile”.

Trelawny dal canto suo è un narratore partecipe ma non accecato dall’amicizia, ricostruisce agilmente le peripezie di Mary e Percy in giro per l’Europa, le loro difficoltà economiche, la tenacia di entrambi nel perseguire le ragioni della poesia.

Ma poiché “muor giovane colui che al cielo è caro” la fortuna volterà presto le spalle al poeta dall'”alta e sottile figura”, ed è bravo Trelawny a narrare le ore del naufragio, una descrizione ricca di movimento e dettagli, così come con il fuoco in cui gli amici e sodali di Shelley faranno bruciare le sue membra divelte dalla tempesta omicida, fuoco che incredibilmente lascerà intatto il cuore del poeta, che l’amico si preoccuperà di consegnare alla disperatissima Mary.

Forte e macilento allo stesso tempo, segnato dalla zoppia, Byron gli sopravviverà ma profondamente segnato dallo scempio del naufragio. Il suo ritratto, benché severo, prosegue nelle pagine successive: il suo modo di parlare, di vestirsi, l’inclinazione alla maschera, la conversazione ora brillante ora aggressiva; e il finale allucinato dalle febbri in Grecia.

Senza retorica soverchia, Trelawny ci fa una cronaca degli umori, della vita quasi quotidiana cui ebbe la ventura di assistere e partecipare: non un’esperienza qualunque, perché sulle coste del Mediterraneo si andava costruendo la versione inglese della grande rivoluzione romantica il cui cuore aveva iniziato anni prima a pulsare a Jena, Germania.

Michele Lupo

Edward John Trelawny
Gli ultimi giorni di Byron e Shelley
Prefazione di Dino Baldi
Traduzione di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini
Quodlibet
Collana Quodlibet Storie
2024, 240 pagine
16 €

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