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Voi siete qui: Biblioteca » “Wabi-sabi” e “Lo Zen e la cultura giapponese”

14 Febbraio 2024

“Wabi-sabi” e “Lo Zen e la cultura giapponese”

Nel recente, ultimo film di Wim Wenders, il protagonista – è noto – ogni pomeriggio si siede in un giardino e fotografa le sottili, infinitesime variazioni della luce che filtra dagli alberi. Alcune recensioni richiamano il concetto tutto giapponese di Komorebi, che indica la ricerca della luce tra il fogliame.

Ma la ricezione di Perfect Days (che non è stata esente da contrasti) avrebbe forse potuto avvalersi di qualche informazione propedeutica in più, magari di conoscere un principio più generale, tipico di certa cultura orientale (non per farsi piacere necessariamente il film ma per avere qualche strumento in più per intenderlo, a prescindere dai giudizi di valore). Pensiamo alla nozione di mutamento, in apparenza negato dal film wendersiano, laddove se il personaggio conduce una vita in cui ogni giorno pare uguale a sé stesso, le variazioni si giocano tutte sul piano dei dettagli, a partire da quelli fotografati in una serie quotidiana che altrimenti non avrebbe senso.

Non molto diversa è forse l’occupazione di Beb-deum, artista francese autore di numerose collaborazioni, conoscitore ammirato dell’estetica giapponese, e del quale O barra O Edizioni ha raccolto una serie di disegni e annotazioni in un libro assai particolare.

Beb-deum, Wabi-sabi, O barra O Edizioni

Anche qui la natura (e l’arte prima ancora, specie di templi e giardini) viene osservata nei suoi scarti minimi per tracciarne il perpetuo cambiamento che della tradizione giapponese è espressione tipica. Wabi-sabi è il termine che dice l’ethos e l’estetica profonda di un sentimento del tempo debitore del buddhismo zen ed è il titolo del libro in questione – libro particolare si diceva, un leporello, ossia un libro a fisarmonica, composto da un unico foglio ripiegato a soffietto su sé stesso (ruba il nome dal servitore del Don Giovanni mozartiano, che tiene il conto per iscritto delle conquiste amorose del furfante – “Madamina, il catalogo è questo“).

Dei suoi disegni Beb-deum scrive che “poco importa il risultato, conta solo l’istante” – esemplare la didascalia a un lavoro sui giardini karesansui di Kyōto. Tutto ciò che preme si riduce a “una presenza totale, attenta e precisa”. La cura meticolosa del tratto è favorita da disposizioni d’animo come la semplicità e l’umiltà, i dettagli custodiscono la quiete dell’immagine come se però fossero già presaghi di un prossimo mutamento, percepito nel gioco di luci e ombre non come un accadimento drammatico ma nel flusso continuo della naturale impermanenza delle cose.

A cifrare insomma questo codice mutevole è la sintesi fra esattezza e instabilità. Verrebbe in mente il Manganelli che a proposito dell’opera di Hokusai evoca “il vento che non si può dipingere”.

Vale la pena tornare a un classico del pensiero orientale, Lo Zen e la cultura giapponese, opera di Daisetz T. Suzuki, profondo conoscitore del Giappone, del buddhismo e dello zen. Molti anni fa raccolse in volume una serie di conferenze poi tradotte da Adelphi e ora riproposte in edizione economica.

Daisetz T. Suzuki, Lo Zen e la cultura giapponese, Adelphi

Il testo, voluminoso, mostra diffusamente il debito fondamentale della cultura giapponese verso lo Zen, che a sua volta affonda le radici nell’esperienza del Buddha (V secolo a.C.). Conosce poi una trasmissione indiana attraverso il Canone pāli e una successiva elaborazione cinese, incrociata col Taoismo e parzialmente col Confucianesimo.

Diversamente dal Buddhismo indiano, lo Zen trova in Cina un terreno assai adatto grazie a una tradizione culturale votata all’immanenza e all’empirismo. Lo Zen che approda più tardi in Giappone, addestrato dal pragmatismo dei cinesi e dalla scarsa attitudine verso le speculazioni metafisiche, è pronto per abbandonare l’approccio logico-discorsivo e proporsi come pratica esistenziale antidogmatica.

Lo Zen non ama concettualizzare, preferisce affrontare “la cosa in sé e non la sua vuota astrazione” scrive Suzuki. E ancora: “per capire lo Zen – ammesso che si possa “capire” – dobbiamo abbandonare tutti i modi consueti di pensare che applichiamo alla vita di ogni giorno”. Dalla lezione del Buddha questa visione delle cose apprende il valore dell’impermanenza, connaturata all’informalità e all’asimmetria.

Fatta la tara all’inevitabile questione del lost in translation, Suzuki prova a suggerire una soluzione semantica per il lettore occidentale: il termine wabi-sabi viene tradotto con “povertà”- ma solo se intendiamo come la modestia, o la trascurabilità siano amiche dell’incompiutezza, della labilità, dell’inconcluso.

La “povertà”, “l’accontentarsi di un tatami”, il distacco dai beni terreni consentono allo Zen di richiamare la “semplicità spontanea” che per gli occidentali appartiene a una sfera umana improbabile quanto mitologica. Il poco in luogo del tanto è la cifra dello stile ma-xia, la composizione decentrata di pittori giapponesi che limitano al minimo i tratti dei lori disegni (questa nuova edizione economica è ricchissima di illustrazioni). Suzuki mostra come l’arte del tè, quella della spada, il codice dei samurai, il teatro Nō, la rappresentazione pittorica, siano fra i molti modi precipui della cultura giapponese che si rifanno allo Zen.

Quale che sia lo spazio dell’intervento, il mestiere di riferimento, sempre si mira all’essenzialità, alla discrezione. Nei santuari e nei giardini riprodotti nel leporello di Bed-deum la disposizione delle parti è pensata contemplando una quiete meditativa che favorisca l’assenza di pensiero, la messa fra parentesi del rimuginio mentale che ci allontana dalle cose. Ciottole e selciati partecipano della stessa natura dell’osservatore, che smette di essere solo tale: alla sparizione del diaframma fra soggetto e oggetto l’Oriente ha saputo lavorare molti anni prima e molto meglio di noi.

Michele Lupo

Beb-deum
Wabi-sabi
Edizione bilingue giapponese/italiano
Traduzione dal francese di Alessandro Giarda
O Barra O Edizioni
Fuoricollana
Leporello illustrato, 14×22 cm (dispiegato 4 m), con astuccio
2023, 60 pagine
24,90 €

Daisetz T. Suzuki
Lo Zen e la cultura giapponese
Traduzione di Gino Scatasta
Adelphi
Collana gli Adelphi
2023, 396 pagine
18 €

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