Quinta parte del reportage di Marco Grassano sulla Provenza.
Il cielo è un enorme fondale di scena su cui campeggiano, sfumate in varie gradazioni di grigio, sagome tondeggianti di nubi. Lo sciame di case in frantumi del vecchio Vernègues posa, compatto, sulla cima di un colle che sovrasta i fazzoletti color limone di qualche campo di colza.

A Cazan ci immettiamo in una statale. Passiamo per Mallemort, animato, come ogni venerdì, dai frequentatori del formicolante mercatino. Attraversiamo la Durance, fiancheggiando le strutture portanti – a foggia d’arpa – di un ponte ottocentesco, rimasto a testimoniare la propria epoca. Arrivati a Cavaillon, svoltiamo a destra e imbocchiamo la strada che si insinua nel Lubéron.
Ménerbes

Ménerbes appare pur’esso rappreso su un’altura. Sullo sfondo, la linea blu delle montagne. Le case sono in massiccia pietra a vista. Molte di esse si mostrano avvolte dall’edera o dai fragranti grappoli del glicine, polverosi di viola.
Percorriamo tutta la sinuosa, mossa via principale, fino a raggiungere il parcheggio del lato est. Lì accanto, il ristorante Clémentine. Appena più in alto, il famoso Café du Progrès, teatro di tanti dei bizzarri aneddoti che Peter Mayle ha divulgato coi suoi libri.

Saliamo per una viuzza che s’apre, verso destra, nella visione ondosa di pallide colline. In fondo affiora, sfocata dalla caligine, la cresta vagamente rosea del Mont Ventoux.
Ci soffermiamo, incuriositi, di fronte a una casa di tre piani. Ha la facciata scurita dal tempo, imposte grigie ermeticamente chiuse e un portoncino verde, sormontato da un timpano tondeggiante. I tre scalini di accesso sono incavati al centro, come consunti dall’andirivieni. Di fianco, un piccolo garage, anch’esso sbarrato.
Una signora inglese o americana, sui cinquant’anni, nota la nostra attenzione e ci informa, in atroce francese: “Si vous aimei la peintuure, s’ei lei meisoon de Doora Maar”. “E chi sarebbe questo pittore Vooramaar? Forse voleva dire Vermeer, ma non può essere: l’edificio non è così antico…” osservo perplesso. “No: Dora Maar è stata compagna di Picasso, negli anni Trenta…” mi viene spiegato, a beneficio della mia ignoranza biografica su un artista la cui oltranza provocatoria, tra l’altro, non mi entusiasma.
Ci ritroviamo a costeggiare un muro di cinta in pietra. Vi si apre un piccolo portale, decorato da una testa di leone scolpita. Ad angolo con esso, il Comune. All’albo pretorio sono affisse arrêtés municipales (credo siano ordinanze), firmate dal Deputato-Sindaco Yves Rousset Rouard, e alcune comunicazioni del vicario Christian Ruffinatto. Dev’essere un lontano parente del mio professore d’Università… Sarà anche lui originario di Piossasco? Sulla Piazza dell’Orologio si innalza la torre civica, incimata dalla gabbia in ferro che di solito impiegano, in Provenza, per reggere le campane. Un muscoloso mastino si aggira col grosso grugno da belva stretto in una prudenziale museruola.
Anditi a volta, vicoli rischiarati da una fioritura gialla che risalta contro il verde cupo, varchi aperti sul paesaggio e balconi in pietra incisa scandiscono i ritmi architettonici del borgo. Sulla viuzza a belvedere, irregolarmente inghiaiata, da cui si raggiunge la parrocchiale romanica, tre uomini attendono l’ora di pranzo – ormai vicina – giocando alla pétanque.

Il piccolo cimitero è quasi privo di tombe. Due o tre albicocchi, che spuntano direttamente dal manto erboso folto e pulito, vi stanno ingrossando con lenta pazienza le loro drupe. Appena sotto, a ovest, alcune palazzine, riunite in fortificazione, abbracciano un curvo cortile in cui si leva una tripletta di snelle arcate. [Nota 1]

Giunti sul lato opposto del villaggio – cui conduce una via rivestita di rampicanti dal fogliame fresco, ancora rossiccio e grinzoso – sfociamo in una piazzuola circoscritta da case basse, in preteso stile rustico ma senza dubbio appannaggio di proprietari ben forniti di soldi. Come sentinelle all’ingresso dell’area, due piccole statue simmetriche, raffiguranti leoni accigliati. Un vecchio gelso leva al cielo la sua sagoma contorta.

Il paesaggio d’intorno è vasto e vario. Da una parte, il marroncino cinereo dei campi – appena messi a coltura, o punteggiati da filari di alberi da frutto – è reciso, in cima, dall’orizzonte livido dei rilievi, e tende a confondersi, in basso, col bigio, sfumato di caffelatte, dei casolari e di una cappella più vicina al rialzo del borgo. Sull’altro lato, la stessa gamma di colori pallidamente bruni, marezzati dall’ombra delle nubi, si infossa tra le ali verdi delle pendici dolcemente divallanti.
Il Café du Progrès
Il Café du Progrès è davvero l’angolo pittoresco che Peter Mayle descrive. In vetrina, libri illustrati sulla Provenza. All’interno, subito a destra, il bancone e, a sinistra, due pareti ad angolo, piene di giornali e di rotocalchi a colori. Tavoli dal ripiano di laminato plastico giallo occupano il primo ambiente e lo spazio di fondo, chiuso da vetrate che danno sulla valle a nord. Qui hanno messo il frigo per i gelati.
La padrona – abbastanza matura e opulenta, corti capelli castani – assume, all’inizio, un atteggiamento scostante, quasi sospettoso, dicendoci che le sono rimasti solo due francobolli per le cartoline. Poi supera le difese: iniziamo a chiacchierare, e ci fornisce tutto il necessario più qualche informazione su Mayle, che abitava lungo la strada per Bonnieux ma ormai si è trasferito altrove, forse all’estero… [Nota 2]
Nel pomeriggio, il bar si anima. Personaggi locali, attempati o comunque non più giovani, prendono posto ai tavolini e giocano a carte. Ci accomodiamo in fondo, a sorseggiare una birra osservando il paesaggio. Dietro di noi, un gruppo di ciarliere madame francesi, non riesco a capire di quale zona. Un presunto scultore (almeno, a giudicare dalle mani…), sulla cinquantina, lisci capelli brizzolati, giubbotto e pantaloni in tela di jeans, compie prodigi di manualità, spezzando fiammiferi col solo dito mignolo per impressionare le signore.
Cena al Clémentine
Ceniamo nel ristorante accanto, il Clémentine. Dall’ingresso sulla via scendiamo una rampa di gradini scuri, ripida e angusta. Arriviamo in un ambiente moderno, con sedie confortevoli e vista sul buio della valle, punteggiato da qualche lume. L’acqua gelida per diluire il pastis la servono in oblunghe bottiglie blu.
I cibi, insaporiti da erbe aromatiche autoctone (timo, maggiorana, rosmarino, dragoncello, santoreggia e chissà cos’altro), sono elaborati con sapiente cura, a beneficio non solo del palato ma anche degli occhi. Assai efficaci risultano gli accostamenti tra il rosso dei peperoni, il verde dei legumi, il bianco delle tagliatelle (che qui usano come contorno), il rosa delle carni, il giallo zafferano del brodo di pesce, la colorazione sfumata delle salse.
Mi viene in mente lo splendido saggio di Edmund Wilson Introduzione a Persio. Prendendo avvio da alcune considerazioni sul poeta latino, il critico sfodera la propria ricca tavolozza verbale per descrivere i piatti servitigli in una trattoria italiana di New York. La prima portata, per esempio, conteneva “una luccicante sardina, piccole olive violacee, due agli dal colore di perla, bronzee acciughe e pezzi di peperoncino rosso vivo che sembravano piccole lingue, il tutto su una guarnizione di pallida lattuga”.
Chiedo anche alla giovane cameriera nerovestita (carina, mora, pelle leggermente olivastra) notizie su Peter Mayle. Mi dà una risposta simile a quella già ottenuta: “Ça fait longtemps qu’il n’habite plus ici; il est allé très loin, car il devait payer beaucoup d’impôts à l’État…”.
Le dico che scrivo letteratura di viaggio, che ho raccontato della Spagna e di Lisbona e che vorrei fare altrettanto con la Provenza. “Anche a me piacerebbe scrivere, più che altro sulla cultura e le tradizioni dei paesi orientali, in primo luogo l’India. Ma non oso farlo: in francese l’ortographe è difficile, bisogna essere molto bravi, e io non mi sento all’altezza”.
Cerco di tranquillizzarla, dicendole che nelle case editrici ci sono comunque redattori che si occupano di “sistemare” il testo. Le consiglio qualche libro di Cees Nooteboom e di Nicolas Bouvier. “Vedrà che, con un po’ di esercizio, ci può riuscire. Ma legga molto: ogni scrittura deve partire dalla lettura; leggendo, le sembrerà più facile anche l’ortografia…”.
Note:
- Ho saputo poi che lì aveva risieduto e dipinto, nell’ultimo periodo della sua vita, Nicolas De Staël. Per me è da considerare il Van Gogh del Novecento…
- Per sfuggire alla curiosità spesso importuna dei suoi fans, Mayle si era effettivamente rifugiato nel Long Island, vicino a New York, ma è poi tornato in Provenza, a Vaugines (villaggio tra Lourmarin e Cucuron), dove è morto nel gennaio 2018.
Quinta parte – segue.
Marco Grassano
Foto di Marco ed Ester M. Grassano
Didascalie:
- Ménerbers sull’altura
- Il ponte ottocentesco di Mallemort
- Il famoso Café du Progrès
- Giocando a bocce per tirare mezzogiorno
- Il cimitero di Ménerbes
- La piazzetta dei leoni accigliati