Quarta parte del reportage di Marco Grassano sulla Provenza.
Sotto il sole di luglio Arles appare davvero più allegra. Anche stavolta, ci andiamo di mattina. Mentre percorriamo la Statale, notiamo verso Nord, velate d’azzurro in fondo a una secca e piatta campagna punteggiata da qualche albero, le lunghe, mosse pendici delle Alpilles. Nei campi, pecore e bovini brucano placidi.
Ogni centimetro del nostro percorso è intriso del frinire fitto, uniforme, sonorissimo di innumerevoli cicale. Prendono a cantare di colpo, quando il mattino è già alto: forse nel momento in cui qualche raggio di sole ne raggiunge il rifugio. Poi tirano dritto col loro strepito finché annotta. Allora, cedono il campo ai grilli.

Lasciamo la macchina in un parcheggio sul lato opposto del centro storico rispetto alla volta scorsa. Alcune case ritagliano finestre nell’edera che copre le facciate. Le Terme di Costantino continuano a non essere visitabili, per lavori di restauro. Ripassiamo dalla libreria Actes Sud, a fornirci di altra bibliografia provenzale.
Mi sorprendo per la qualità e la quantità dei testi italiani tradotti, tra cui Il giornale di guerra e di prigionia di Gadda e l’introvabile – in Italia – Goccie (sic) d’Inchiostro di Carlo Dossi. In paragone al senso di tedio, quasi di insofferenza, che mi causa la banalità della letteratura straniera esposta anche nelle maggiori librerie portoghesi, questa ricchezza e quest’attenzione mi dimostrano, se ce ne fosse bisogno, il potenziale di lettori su cui può contare il mercato francese.
Sosta al Bar des Arènes
Raggiungiamo Place du Forum. Ci aggiriamo nella calura che vi stagna, gremita di persone e tagliata da una vasta diagonale d’ombra. Ci soffermiamo a osservare la gialla suggestione vangoghiana del Café de Nuit. Percorriamo poi Rue des Arènes, stretta e selciata. Incorporati nei muri di pietra liscia, si possono ancora osservare frammenti di bassorilievi gallo-romani. La lunga, duplice, compatta schiera delle abitazioni, con le facciate scandite in cornici e cimase, contribuisce a ricavare angoli di fresco, piacevolmente ventilati, per l’intero percorso – finché, quasi all’improvviso, compare davanti a noi l’anfiteatro.

Riprendiamo Rue Tardieu fino all’angolo di Place Voltaire. Ci sediamo al Bar des Arènes, per dissetarci con una birra. Inizio a leggere, in francese, il breve ma denso saggio di Yves Bonnefoy Devant la Sainte-Victoire. Una piccola libellula – il tondo corpicino metallizzato di verde e l’affusolata coda nera accesa, al termine, in un tratto azzurro e fosforescente, che ricorda la fiamma del gas – si posa per qualche istante sul libro. La osservo con muta meraviglia, finché l’incantevole gioiello vola improvvisamente via.
Ritorniamo all’inizio di Rue des Arènes. Vorremmo pranzare nel ristorante dall’insegna verdognola che vi avevamo notato poco fa. Purtroppo, il titolare ci informa che sono aperti solo alla sera. Così ci riportiamo, attraverso Rue du 4 Septembre, verso la zona di Place Voltaire, a più alta concentrazione di attività gastronomiche.
Il vecchio armeno
Di fronte a noi, proprio mentre ci domandiamo che fine abbia fatto, ecco incedere il sombrero di paglia del vecchio armeno. Stavolta, dato il clima, indossa camicia bianca e bermuda verdi, da cui fuoriescono i polpacci segnati di varici. Cammina un po’ incerto e curvo. Riusciamo ancora a fotografarlo prima che entri nel bar d’angolo – a sinistra – tra la via e la piazza, subito dopo il negozio di vivande orientali da asporto. Intuiamo che dev’essere un personaggio celebre, in città, e ci ripromettiamo di passare a trovarlo più tardi.

Alla fine, ci sediamo ancora, per un pasto leggero, al Bar des Arènes. Centelliniamo i succulenti sapori di un’appetitosa frittatina alle erbe provenzali. Il personaggio tabucchiano Pereira l’avrebbe molto apprezzata, tanto più che questa ricchezza di piante aromatiche, nella cucina portoghese – monopolizzata dall’asprigno coriandolo – non la si trova.
Al tavolo vicino, una famiglia dall’aria infelice. Il padre somiglia vagamente al cantautore Gianmaria Testa: occhialuto, riccioluto e quasi calvo al centro, con un paio di baffi a spazzola spioventi in una smorfia amara. La madre, fulva di capelli e con la pelle delle braccia arrossata dal sole, siede rigida e tronfia come una tacchina, indossando un cappello di paglia che pare la perfida parodia di un berretto da amazzone. La bambina è biondiccia ed esile. Il ragazzino, scuro di capelli come il papà, ha una sagoma allampanata, da quadro di El Greco, e un volto che avrebbe potuto essere – in versione depressa – quello di Woody Allen alla sua età.
Parlano poco, non riesco a cogliere in che lingua, e non sorridono mai. I figli mangiano un corposo panino a testa, eppure si direbbero anoressici. Tutti e quattro appaiono piuttosto slavati, pallidi. Non so in quale tipo di penosa quotidianità consista la loro esistenza, né se la loro tristezza sia dovuta al probabile, tirannico isterismo della galliforme arpia. Posso solo dire che, per dare un’idea del male di vivere, questi quattro poveretti mi paiono assai più efficaci del rivo strozzato o della foglia riarsa evocati da Montale.
Ci alziamo, torniamo verso est e poi verso sud, attraverso l’aria soffocante delle vie. In Rue Balze, ci immergiamo, stavolta incuriositi, nell’ipogeo nero e gelido dei criptoportici: lunghi, arcuati camminamenti sotterranei di scopo incerto ma – pensando che sopra di essi sorge una città – di dimensioni eccezionali, visto che si estendono fino alle colonne residue di Place du Forum.
Lo spazio Van Gogh
Pieno di luce e di colori si presenta invece lo spazio Van Gogh, per la variopinta sinfonia vegetale del giardino (più simile, per la verità, a un chiostro…) dove l’artista soffrì parte della sua malattia. Oltre a dipingerlo, lo descrisse in dettaglio nelle lettere al fratello Theo, così da renderne possibile, oggi, la fedele ricostruzione botanica.

A poca distanza, entriamo in una vasta libreria dal confortevole parquet chiaro, riccamente corredata di musiche etniche che ne fanno apprezzare, con la loro calda e avvolgente corposità, il sofisticato impianto di fonodiffusione.
Dopo un paio di Pepsi Cola sorseggiate al Bar à Thym, andiamo ad affrontare la cattedrale cittadina, Saint Trophime. Rifulgente nella splendida e allegorica facciata, mentre automobili rasentano l’obelisco centrale della piazza e strombazzano la propria partecipazione a qualche sposalizio in Comune, il tempio ci schiude gli spaziosi interni, popolati di sarcofagi e dipinti.
Bello e invitante di frescura è il chiostro, dal quale si può ammirare l’andamento ritmicamente ondulato dei tetti e dalle cui colonne sporgono sul vuoto minuziose statue di santi. Belli e solenni sono gli enormi arazzi antichi, ospitati nel salone al pianterreno. Assai meno belle troviamo invece le mostre che si affacciano sull’ambulacro superiore, dominato dalla tozza e squadrata torre campanaria. Ci lasciano, anzi, piuttosto infastiditi.
Soprattutto certi parallelepipedi di cosiddetta arte moderna, che paiono sconciati di biacca, o la serie di scatti in bianco e nero in cui una giovane americana mora e occhialuta, peraltro neppure troppo graziosa, ritrae ossessivamente sé stessa col pretesto di mostrare nell’immagine altri soggetti (ragazzini, ginnasti…).
Quantomeno, l’onesto lavoro artigianale di un suo collega degli anni Venti, riscattato dal buio polveroso dei magazzini ed esposto di seguito, punta a documentare la vita di provincia statunitense – comprese le brutture e le deformità non occultate degli abitanti – anziché a compiacere il discutibile narcisismo del fotografo.
Stelle sfolgoranti
Sul lato opposto della piazza, in una ex chiesa ora anche ex museo, allignano dipinti contemporanei che ci mettono in fuga coi loro orrendi marroni, venefici alla vista. È quindi con un senso di riposo, di chiarità ritrovata, che gli occhi si posano sulle cartoline riproducenti i quadri arlesiani di Van Gogh, esposte all’esterno di una tabaccheria tra Rue de la Calade e Place du Forum.
Stelle sfolgoranti e sfaccettate come Croci del Sud in cieli di intenso cobalto; l’oro abbagliante della paglia che riflette il sole nei campi dove è in corso la mietitura; quello più intenso e tendente all’antico delle spighe; il rosso sfarzosamente cardinalizio e il croco dell’interno di un caffè; vortici di luce che istoriano spazi aerei vagamente turchini… Arte emotiva, irrazionale, certo, ma senza alcun dubbio grande, autentica e pienamente godibile. Certi nauseanti guazzabugli richiedono invece foreste di virgolette per relativizzare le parole con cui si cerca di definirli.
Ci portiamo fino al negozietto di César, trovandolo però chiuso. Allora ci fermiamo a bere una birra nel bar dove lo avevamo visto entrare a mezzogiorno. Lui non c’è, ma il proprietario lo conosce bene.
Restiamo lì seduti a oziare, mentre la sera si prolunga calda e luminosa; poi ripassiamo, inutilmente, dall’armeno; infine recuperiamo la macchina e ci avviamo verso il Castello.
Sul lungo rettifilo della strada fotografiamo ancora, in lontananza, le Alpilles. Le loro rocce, adesso che un sole sempre più vermiglio le percuote da ovest, si incidono contro il cielo sagomate in un impasto di tonalità avorio e indaco.
Quarta parte – segue.
Marco Grassano
Foto di Marco ed Ester M. Grassano
Didascalie:
- La pianura verso le Alpilles:
- Un angolo di frescura in Rue des Arènes
- Il vecchio armeno in tenuta estiva
- L’Espace Van Gogh