1. Si decide il ritorno via mare
Dopo la festa con cui si chiude il quarto libro dell’Anabasi, il quinto si apre con la discussione su come proseguire il viaggio. Antileone di Turi dice di essere stanco di marciare e di tutta la vita che hanno condotto finora. Propone quindi di tornare in Grecia via mare, “come Odisseo”. L’assemblea approva. Chirisofo dice di avere un amico, Anassibio, ammiraglio della flotta. Chiede e ottiene di andare da lui per tornare con le navi necessarie al viaggio di ritorno.

Poi parla Senofonte. Il suo discorso si articola in varie proposte:
- procurarsi i viveri in territorio nemico con dei corpi speciali di requisizione
- gestire al meglio le uscite di voglia andare in cerca di bottino
- organizzare la guardia del campo con sentinelle
- meglio cercare imbarcazioni anche in zona, a prescindere da quante ne troverà Chirisofo
- mantenere con la cassa comune gli equipaggi delle navi requisite
- se non bastassero le navi, dovranno imporre alle città costiere di riparare le strade, attualmente in cattivo stato
Quest’ultima proposta fa infuriare i mercenari che non ne vogliono sapere di un ritorno a piedi.
I Trapezunti forniscono una nave, a cui viene posto come comandante il lacone Dessippo che subito ne approfitta per fuggire. Ma farà una brutta fine in Tracia, ucciso da un conterraneo. Una seconda nave viene affidata all’ateniese Policrate che ne recupera altre. Con queste imbarcazioni vengono effettuate scorrerie in cerca di bottino, dall’esito a volte tragico.
2. La roccaforte dei Drili
Con metà dell’esercito e alcune guide dei Trapezunti Senofonte si dà a fare scorrerie nel territorio dei Drili. Questi si rifugiano nella loro capitale, fortificata, e incendiano le restanti piazzeforti. Un primo assalto alla fortezza viene respinto.
Convinto di poterla prendere, Senofonte organizza il secondo attacco. L’operazione ha successo, ma solo a metà: i Greci infatti riescono a penetrare nella fortezza, ma i nemici si asserragliano in un rialzo interno. A questo punto Senofonte giudica che sia meglio ritirarsi. Le cose per gli assedianti si mettono male, finché non scoppia un incendio.
Senofonte ne approfitta, ordinando di incendiare le abitazioni della fortezza. Brucia tutto, tranne il rialzo. I mercenari possono tornare a Trapezunte, anche grazie allo stratagemma di Miso (di nome e di origine) che finge un’imboscata con un drappello di Cretesi.
3. L’esercito si divide
Visto che Chirisofo non torna e le imbarcazioni requisite non sono sufficienti per tutti, vengono imbarcati le donne, i bambini e gli uomini sopra i quarant’anni. Guidano la piccola flotta i generali Filesio e Sofeneto. La truppa si mette invece in marcia lungo la strada appena sistemata.
Dopo tre giorni arriva a Cerasunte, anch’essa colonia di Sinope, dove si ferma per dieci giorni. Dal conteggio dei soldati risulta che gli uomini in armi sono 8.600. Viene anche diviso il denaro ricavato dalla vendita degli schiavi. La decima è riservata ad Apollo e Artemide, suddivisa tra i generali.
A questo punto Senofonte inserisce una digressione personale su come ha impiegato la sua parte e sulla sua vita a Scillunte, in un terreno concessogli dagli Spartani.
4. Nel paese dei Mossineci
Il viaggio prosegue parallelamente per terra e per mare. Al confine del paese dei Mossineci viene mandato avanti Timesiteo di Trapezunte per conoscerne le intenzioni. Non lasceranno passare i mercenari greci.
Allora ci provano con l’altra fazione di Mossineci, in lotta con la prima. Trovano ascolto e alleanza. Infatti arrivano trecento canoe, ciascuna con tre occupanti, di cui due rimangono a terra per sostenere i mercenari. Senofonte ne descrive l’armamento e la disposizione in campo.
Alla prova dei fatti, però, fanno una pessima figura, venendo sonoramente sconfitti dai Mossineci ostili ai Greci. Vengono uccisi anche alcuni mercenari che avevano partecipato all’assalto di una fortezza con la speranza di fare bottino.
Senofonte rincuora i demoralizzati mercenari, solleticandone lo spirito patriottico e l’orgoglio guerresco. Nello scontro successivo i Greci hanno la meglio, conquistando la fortezza. Il re di questa fazione dei Mossineci muore bruciato nella torre di legno in cui risiedeva.
Tra i viveri recuperati Senofonte segnala anche tranci di delfino! Dopo il pranzo i mercenari riprendono il viaggio, consegnando la fortezza alla fazione filellenica.
Il capitolo si chiude sulle curiose abitudini dei Mossineci dalla pelle candida, soliti compiere in pubblico le azioni fatte in privato dai Greci e viceversa.
5. Tensioni a Cotiora
I mercenari arrivano nel paese dei Calibi e poi in quello dei Tibareni, fino a Cotiora, altra colonia di Sinope. Qui rimangono per quarantacinque giorni, facendo sacrifici agli dei, processioni (divisi per stirpe) e giochi ginnici.
Arrivano messaggeri da parte di Sinope. Per loro parla Ecatonimo che lamenta le ruberie dei mercenari a danno dei Cotioriti. Queste azioni devono finire, altrimenti loro si alleeranno con chi darà loro soccorso.
Risponde Senofonte: dove è stato possibile, i mercenari hanno ottenuto pacificamente quanto avevano bisogno. Quando invece si sono visti rifiutare le vettovaglie, le hanno prese con la forza. Scarica la responsabilità di quanto accaduto sui Cotioriti che non hanno voluto aprire un mercato per i mercenari.
Per quanto riguarda la minaccia di alleanza, Senofonte non è preoccupato: hanno combattuto contro nemici molto più numerosi. A questo punto gli altri ambasciatori di Sinope scaricano Ecatonimo e dicono di essere giunti con buone intenzioni verso i mercenari. Così si scambiano doni di ospitalità.
6. Il desiderio di Senofonte
Nell’assemblea del giorno successivo Ecatonimo si scusa per quanto detto in precedenza. Espone i problemi di proseguire il viaggio per mare ma soprattutto i rischi della via di terra. La strada nel territorio dei Paflagoni è tra altissime montagne da cui i nemici li attaccherebbero senza esporsi.
Arrivati nella pianura vi troverebbero un’immensa e fortissima cavalleria e infine dovrebbero superare molti fiumi, a cominciare dal Termodonte. Il viaggio per terra è dunque praticamente impossibile.
Via mare, invece, possono arrivare a Sinope e poi ad Eraclea e da lì proseguire sia per terra che per mare. L’assemblea decide di proseguire per mare. Senofonte però avverte: se arriveranno navi sufficienti, si imbarcheranno. Ma se rimarrà a terra anche solo un soldato, allora no: hanno imparato sulla loro pelle che divisi sono vulnerabili.
A questo punto Senofonte s’impegola nel racconto del suo desiderio di fondare una città sul Ponto e sulle ostilità che questo progetto incontrava da parte di quelli che volevano tornare a tutti i costi in Grecia. In assemblea diverse voci si alzano a reclamare il ritorno in patria, con critiche a Senofonte che in privato fa sacrifici agli dei per far rimanere la truppa.
Senofonte si vede costretto a difendersi dalle accuse: ha sempre pensato e agito per il bene del corpo di spedizione. Visto che gli abitanti di Eraclea e di Sinope inviano navi sufficienti a imbarcare tutti e addirittura c’è chi offre una paga mensile per salvarsi, è bene accettare e partire. L’assemblea approva.
Gli Eracleoti mandano però le imbarcazioni ma non il denaro promesso a Timasione e a Torace che l’avevano promesso in assemblea, mettendoli così in difficoltà. Questi chiedono l’aiuto di Senofonte che però rifiuta: lo dicano loro all’esercito. Loro preferiscono parlarne con i comandanti.
7. Delitti e castighi
Si creano gruppuscoli di soldati contrari a Senofonte che intende la mal parata e decide di prevenire il pericolo indicendo un’assemblea. Nel suo discorso smentisce di ordire un piano per condurre l’esercito verso il Fasi. Come potrebbe farlo, se l’esercito non volesse?
Rievoca il tentativo di Cleareto di assaltare con i suoi uomini una località per farne bottino e poi fuggire su una nave di compatrioti alla volta della Grecia. È finito male, con lo stesso Cleareto e altri uccisi dai barbari.
Poi fa un racconto un po’ confuso su alcuni episodi di violenza contro i Cerasunti, tutto ciò per concludere che l’esercito finirà male se si sgretola in tante fazioni autonome.
L’assemblea dà mandato ai generali di istruire processi contro gli accusati di ogni delitto dopo la morte di Ciro. L’intero esercito viene poi purificato.
8. Le accuse a Senofonte
Anche i generali sono tenuti a rendere conto: alcuni devono risarcire del denaro per negligenza e trascuratezza nell’adempimento dei loro compiti. Senofonte viene accusato di atti di violenza da parte di alcuni soldati. Dove e perché lo avrebbe fatto, chiede lui per difendersi.
Un tale gli rimprovera di averlo bastonato, ma Senofonte, rievocando l’episodio incriminato, lo mette in cattiva luce ricordando che l’aveva battuto perché stava per seppellire ancora vivo un ferito che non voleva più trasportare, come gli aveva ordinato Senofonte.
Se ha fatto violenza a qualcuno, è stato solo per costringerlo a proseguire durante la marcia in Armenia, per impedirgli di morire congelato o di finire vittima dei nemici. Grazie alla sua retorica e ai gesti di generosità che rammenta, la faccenda finisce bene per lui.
Saul Stucchi
Falange greca: illustrazione presa da Wikimedia