Quella che la mostra “Milano-Anni ’60” (allestita presso Palazzo Morando in via Sant’Andrea 6 a Milano, dal 7 novembre 2019 al 9 febbraio 2020) traccia con un’abbondanza di fotografie e altro materiale, è un’interessante parabola che descrive in modo efficace l’evoluzione del capoluogo lombardo, che nel corso del decennio in esame ha saputo staccarsi dalla mediocrità dell’Italietta uscita malconcia dalla guerra mondiale, e indaffarata nella lenta ricostruzione.

Il percorso espositivo
Il percorso espositivo inizia con un passo indietro, una specie di rincorsa che parte dal 1957. Qui vediamo immagini di una Milano periferica che riporta a certe inquadrature di “Cronaca di un amore” di Antonioni, o di “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti. Le case di ringhiera, il Naviglio con i lavatoi, gli edifici semidiroccati o gli spiazzi sgombrati dalle macerie della guerra, e destinati a una qualche edificazione successiva.
Una miseria dignitosa che sarebbe piaciuta, appunto, ai registi del Neorealismo e che ha nutrito l’ambiziosa voglia di rinascita dopo le devastazioni patite a causa dei voli dei Lancaster inglesi. Esemplificative sono le foto dei complessi residenziali popolari realizzati, anche grazie al Piano casa dell’allora ministro del lavoro Fanfani, al quartiere periferico del Gallaratese, tutt’oggi visibile benché ormai inglobato nella città.

Questo punto di partenza serve a dare la misura dell’accelerazione sorprendente che la città ebbe negli anni successivi, sulle cui cause a lungo ci si può interrogare con un’ammirazione che travalica inevitabilmente qualsiasi scetticismo campanilista.
Da qui in poi la mostra è un’esplorazione a 360 gradi di ciò che è stata l’evoluzione di Milano, spinta da un dinamismo indiscutibile che a lungo le ha fatto meritare il retorico e pomposo appellativo di locomotiva d’Italia.
Dinamismo è, appunto, la parola chiave di questo decennio e si esprime prima di tutto con l’attenzione alla mobilità: ecco quindi la posa delle pietre fondanti dell’Autostrada del Sole e delle tangenziali. Ecco ancora il lavori per la metropolitana milanese, i bozzetti di Franco Albini e Bob Noorda che progettarono una segnaletica all’avanguardia che divenne un modello per metropolitane ben più importanti come quelle di Londra e New York.
Interessanti gli articoli dei quotidiani dell’epoca a corredo delle immagini (egregiamente stampate in bianco e nero) che parlano di polemiche e di ritardi nell’esecuzione dei lavori.
La città del design
Il poderoso lavoro di Franco Albini permette di collegarsi al tema del design, di cui Milano divenne l’indiscussa capitale italiana (Gillo Dorfles ebbe a dire che il design incontrò la città): la sezione ad esso dedicata riporta esempi indiscutibili di questa nuova ondata di creatività che per la prima volta nella storia sposò le esigenze dell’industria, in un’esaltante stagione di innovazione: l’Arco di Flos, progettato dal grande Achille Castiglioni e la Radio Cubo Brionvega, sono solo due esempi di quest’epoca in cui il mondo grigio, solido e squadrato immaginato dal Fascismo si dissolse in un universo di colori e di forme arrotondate.
Ma il dinamismo meneghino si declina in mille altre versioni, tutte qui rappresentate. Quello dell’editoria, in primis e l’omaggio ad Angelo Rizzoli. E quello culturale, con un fermento artistico straordinario, di cui Lucio Fontana, ritratto in un paio di inquadrature, è preso a simbolo di una città ancora non autoreferenziale, che creava con fierezza senza specchiarsi nell’orgoglio.
Anche i momenti dedicati al tempo libero non sfuggono all’obiettivo dei fotografi che offrono l’interessante opportunità di esaminare il look dei giovani dell’epoca, ancora scevri da mode e tendenze. La Moda, con la emme maiuscola, veniva relegata ad ambiti più elevati, con il fiorire degli atelier dei grandi stilisti (bellissima la fotografia di una sfilata organizzata lungo Via della Spiga, su passerelle di legno, lungo le quali i passanti si assiepavano alle spalle delle poltroncine destinate agli addetti ai lavori).
Tempo libero e sport
Ma la metropoli non è solo un’impeccabile macchina che produce benessere; come canta Lucio Dalla “Milano ride e si diverte”. Il tempo libero aveva i riti e i templi dedicati, ora purtroppo scomparsi. Il Derby, prima di tutto, che fece da trampolino di lancio per veri e propri simboli della Milano di quell’epoca, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber; oltre a un giovanissimo Franco Battiato, e Cochi e Renato prima che la Rai li facesse assurgere a protagonisti del palcoscenico nazionale. Non mancano il mitico Bar Jamaica nella Brera delle gallerie d’arte, e la Taverna Messicana dove si esibì la divina Billie Holiday.

Parlando di musica, impossibile ignorare il Teatro Lirico, il Teatro dell’Arte e il Teatro Gerolamo (riaperto poco meno di tre anni fa dopo ben 30 anni di abbandono). Qui passarono veri e propri mostri sacri del jazz internazionale (Miles Davis, John Coltrane, Ella Fitzgerald, e il malinconico Chet Baker), e quello nostrano (Franco Cerri, purtroppo noto alla moltitudine più per la pubblicità dell’uomo in ammollo che per le talentuose esibizioni alla chitarra), fino ad arrivare al trascurato concerto che quattro ragazzi di Liverpool, già noti al mondo ma snobbati dalla stampa italiana, fecero al Vigorelli.

Il Velodromo introduce quindi il tema dello sport, in una città che dal 1962 al 1969 vinse due Coppe dei Campioni con il Milan e due con l’Inter. Gli anni d’oro della Sei giorni, le foto dello Stadio prima del restyling del 1990, il Palasport prima della nevicata del 1985 che lo fece crollare. Insomma, una Milano scomparsa, come dimostrano i recenti risultati sportivi delle squadre meneghine.
Ma il dinamismo che, come un filo rosso, segue tutto il percorso della mostra, non è solo artistico, creativo e produttivo. È anche dinamismo sociale. Milano, prima ancora che Roma è la città dove la protesta studentesca divampa in modo fragoroso, toccando punte di violenza che degenerano poi in fenomeni terroristici. E qui il reportage fotografico diviene crudo, fino a concludersi con la sala che rappresenta il compimento della parabola di cui parlavo all’inizio: quella dedicata alla strage di piazza Fontana, del 19 dicembre 1969. Quando Milano, per citare una frase densa di retorica e verità, perse l’innocenza.
Davanti ai dettagli fotografati subito dopo lo scoppio, o a quelle di Piazza del Duomo gremita il giorno dei funerali, la commozione è soverchiante.
Il decennio più luminoso della storia recente di questa città (e di questa Nazione sconclusionata) si conclude così in modo lugubre. E quell’ombra permane a cinquant’anni di distanza.
Simone Cozzi
In occasione di BookCity Milano Simone Cozzi parlerà del suo libro “Lo spazio torbido” (Panda Edizioni) al Circolo ARCI Bellezza di via Giovanni Bellezza 16/A, sabato 16 novembre alle ore 14.00. Con lui il direttore di ALIBI Online Saul Stucchi.
Didascalie:
- Ghisa in attesa del metrò
© Archivio Carlo Orsi - Quartiere Gallaratese
© Archivio Piero Raffaelli - Il Bar Jamaica
© Archivio Garghetti - I Beatles sul tetto del Duomo
© Archivi Farabola
MILANO ANNI ’60
Storia di un decennio irripetibile
A cura di Stefano Galli
Dal 6 novembre 2019 al 9 febbraio 2020
Palazzo Morando
via Sant’Andrea 6
Milano
Orari:
- Martedì-domenica: 10.00-20.00
- Giovedì: 10.00-22.30
- La biglietteria chiude un’ora prima
Biglietti: intero 12 €; ridotto 10 €
Informazioni:
Tel. 02 884 65735 – 46056
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