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Voi siete qui: Europa » Passeggiata per il centro di Delft in Olanda

21 Aprile 2019

Passeggiata per il centro di Delft in Olanda

Usciamo dalla Bier Fabriek Delft e proseguiamo nella via. Rasentiamo una piazza che sembra trasferirci per un attimo in Provenza, così bordata di alti platani e fitta di tavoli e poltroncine di giunco – forse appartenenti al Belgian Beer Café, che sporge la propria insegna da un edificio in mattoni scuri sull’angolo a sinistra.

Una piazza alberata a Delft, in Olanda

Arriviamo di fianco alla Nieuwe Kerk. Le passiamo dietro, costeggiando un fosso che a sua volta rasenta l’abside. Biciclette in schiera. Dall’altro lato, una fila di vetrine e poi di piccole case ordinarie, man mano più recenti. Ripetute chiatte su cui sono disposti tavolini. Incroci con altri canali valicati da ponticelli bianchi. Ninfee galleggiano in aderenza alla riva. Macchine parcheggiate tra un piccolo albero e l’altro, ma senza traffico. Scattiamo foto. È bello soffermarsi in queste viuzze tranquille, riflesse nell’acqua scura.

Guglielmo il Taciturno

Una seconda piazzetta “provenzale”, più piccola. Ci spostiamo sull’altra riva e percorriamo un vicolo, stretto fra pareti quasi cieche, fino a un canale che si rivela essere quello, già incontrato, dietro la chiesa protestante.

Fiancheggiando la navata, raggiungiamo il portale del tempio. Di fronte, in aderenza a un edificio dall’aspetto medievale, un lungo gazebo di teloni bianchi, attrezzato per qualche rinfresco importante. Un passaggio a volta attraversa il palazzotto e ci introduce in uno spazio confinato, che mi ricorda il cortile interno del Castello di Piovera. L’apertura all’altro capo del patio, analoga, dà su un’area verde: una fila di grandi alberi, intervallati da lampioni il cui fusto pare di maiolica bianca decorata in azzurro, e, sulla destra, un giardino geometrico – “all’italiana”, come si dice.

Delft: un viale con lampioni decorati artisticamente

Ci entriamo, varcando un cancelletto e rasentando vetrate gotiche. Giriamo lungo i vialetti inghiaiati, fra basse siepi di mirtacee potate a piombo. Gonfi cespugli negli angoli. Al centro, la statua bronzea di un impettito Willem de Zwijger, o Guglielmo il Taciturno, o Guglielmo d’Orange, condottiero cinquecentesco della locale Guerra di Indipendenza (Internet aiuta davvero molto…). Mi siedo, goffamente, su una specie di ampio divano in ceramica biancazzurra. Ester ne approfitta per ritrarmi.

Marco Grassano a Delft, in Olanda

Il Mulino della Rosa

Torniamo nel viale dei lampioni artistici. In fondo, oltre un elaborato cancello di ferro, la grande strada esterna in arrivo dalla Stazione, percorsa dai binari del tram. Ci portiamo verso destra. Una casa isolata, fatta un po’ come la cappelletta di San Rocco accanto al Municipio del mio Comune di origine, ma più tozza, a due piani e col tetto appuntito. Un centinaio di metri dopo, fotografiamo un grande mulino a vento in mattoni, con due basse ali di edifici aggiunti: il Molen de Roos (Windmill the Rose).

Il mulino Molen de Roos a Delft

Sull’altro lato della strada, abitazioni basse, di vario colore. Ci infiliamo in un vicolo che punta a una chiazza di verde. Doppia schiera di case tutte uguali, con finestre abbastanza ampie, vasi di fiori, piante rampicanti, panchine. Due gatti, accucciati sul parapetto interno. Uno tigrato, col sottogola bianco. Il secondo – bianco, con occhi gialli e muso leggermente allungato, somigliante al nostro Occhioncino della casa di Vigana – si stira sotto la linea delle tende, per osservarci. Deve essere parecchio domestico.

La via fa un angolo verso destra. Un bagno chimico blu accanto all’affresco, a tutta parete, di una vacca pezzata. Un piccolo parco giochi per bambini. Svoltiamo a sinistra e raggiungiamo una via inframmezzata da un canale. La targa toponomastica dice Oude Delft. Sulla facciata di molti edifici, le tipiche vetrine al pianterreno già viste in altri borghi, ma qui usate per esporre sculture, vasi artigianali, quadri – come le opere di Carolein Grooten.

Alternanza regolare di auto e alberelli. Un antico portale, con un corroso bassorilievo chiaro incorniciato nel frontone, è soglia a una piazzetta verdeggiante fra le case. Proseguiamo. Una botte ovale di legno, poggiata su un basso carrello dalle ruote sgonfie.

Ci sediamo sulla riva, a qualche decina di metri dalla chiesa protestante, di fronte al Museumhuis Lambert van Meerten, ormai chiuso. La calle è silenziosa, fresca, percorsa d’infilata da una lieve brezza che fa stormire le foglie sopra di noi.

Cena greca sulla chiatta

Decidiamo di cenare in città e ci avviamo verso la parte più ricca di locali. Nel gazebo di fronte alla chiesa si affaccendano due camerieri in giacca bianca. Armeggiano con bottiglie di raffinati vini del Reno e con piatti di molluschi e crostacei.

La cucina pseudo-italiana, variamente proposta, non ci attira. Potrebbe invece interessarci il ristorante Rossio, che dal nome sembra promettere piatti lisboneti. Basta però un’occhiata alla lista delle bevande alcoliche per disilludermi: Tinto de verano, Agua de Valencia, Campari, Ricard, Amaro Averna… Mi sa che sono più portoghese io. Proprio di fianco c’è la vetrina dell’Ouzeri ellenica vista all’inizio, fronteggiata da un sedile coperto di cuscini allegramente colorati e da due tavolinetti tondi, per prendere l’aperitivo. Basta questo a farci decidere.

Un ristorante greco su chiatta a Delft, in Olanda

Ci rivolgiamo, in inglese, a uno dei camerieri. Ci accompagna subito sulla chiatta e ci fa sedere a uno dei tavolini di fòrmica grigia venata, nella parte di scafo più vicina al ponte. Le poltroncine sono comode, in plastica antracite che simula un intreccio di giunchi. Vasi di gerani appesi alle murate. Saliera e oliera, qui senza contagocce. Musichetta di bouzouki a un volume piacevolmente delicato. Attorno a noi, coppie e gruppi familiari di varia nazionalità. Uno, alla mia destra, di lingua francese, ci incuriosisce per la sua bizzarra composizione “allargata”, e ci chiediamo chi sia cosa.

Consultiamo il menu plurilingue. Ester ordina un’insalata di polipo (oktàpodi salata) e uno yaourti me fruta. Io mi attengo ai tradizionali dolmadakia e mousakà, ma voglio chiudere in bellezza concedendomi una sostanziosa socolatina, torta al cacao con gelato e panna montata. Chiedo anche una bottiglietta di retsina e un ouzo digestivo.

Mentre attendo, vado nel locale a lavarmi le mani. Tavoli di legno. Bancone ad angolo. Le pareti simulano resti di affreschi classici. I servizi si trovano sull’ammezzato, dove vi sono altri tavolini da utilizzare nelle occasioni particolari, come a Capodanno, penso.

Mangio sorseggiando pian piano il vino resinoso, che a Creta mi pareva più aromatico: o almeno, così lo ricordo. Il cibo, comunque, è squisito. Nel caso del dolce, è anche gradevole a vedersi. “Bello e buono… Kalòs kai agathòs!” dico – imitando l’accento del corso Assimil – in risposta al basso cameriere dai capelli fulvi che ci ha domandato se va bene (“Is it OK?”). L’uomo ripete briosamente le tre parole greche. Aggiungo che mia figlia sta studiando il greco antico. “There is no more ancient Greek” mi ribatte lui ridacchiando, quasi volesse sdrammatizzare una triste realtà.

È ancora chiaro quando ci dirigiamo vesto la Stazione. Dopo la fermata di Haarlem noto, a destra, un cupolone che troneggia sugli edifici più bassi. Mi chiedo cosa possa essere. Non pare una costruzione antica. Forse è un Palazzetto dello Sport.

Ventiseiesima parte – Segue
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

Un angolo di Provenza nel cuore di Delft
Il viale dei lampioni artistici
Marco Grassano ritratto dalla figlia Ester
Il Mulino della Rosa e altre casette
La chiatta del ristorante greco

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