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Voi siete qui: Europa » Passeggiata lungo il Viale dei Tigli di Porto con Marco Grassano

18 Dicembre 2017

Passeggiata lungo il Viale dei Tigli di Porto con Marco Grassano

Decima puntata del reportage di Marco Grassano sulla città di Porto: alla scoperta di angoli poco noti.

Decidiamo di fare una camminata verso ovest, seguendo i binari della linea tramviaria 18. Rasentiamo, appena usciti, le vetrine di Rua de S. Ildefonso: Augusta Oliveira, fotos; Unhas de Gel (chiedo a mia figlia che cavolo di unghie siano). Un piccolo negozio di alimentari, superstite cittadino di tradizioni perdute.

La cappella in memoria di Carlo Alberto a PortoEntriamo a comprare qualche provvista: un paio di grappoli di uva tinta, bottigliette di acqua minerale, biscotti (Bolachas Maria), pacchettini di latte e cacao (leite achocolatado). Lo spazio non è molto, ma sugli scaffali, che arrivano al soffitto, c’è tutto ciò di cui una massaia può aver bisogno: dalla frutta e verdura ai vini, birra e liquori alle bevande varie al tè, caffè, zucchero, farina e latte ai dolciumi confezionati all’olio ai prodotti per la cucina. Dietro al bancone di vetro stanno, in piedi, una donna e un anziano (probabilmente il padre), che fa il calcolo a biro su un foglietto di carta e poi mi mostra il totale: veramente esiguo. Il rececionista della nostra pensione arriva a passi lenti, si affaccia un istante, saluta e torna indietro, godendosi la sua sigaretta fino all’estremo del mozzicone.

Ci portiamo nuovamente nei pressi della chiesa del Carmine. Dritto davanti a noi, un tram zeppo di turisti sta superando il semaforo verde. In fondo alla via (su un fianco la bianca caserma della GNR, quasi andalusa, e un palazzo di solennità napoleonica; sull’altro piccole, un po’ bizzarre costruzioni con botteghe dalle vetrine di legno smaltato) ci sbarra la strada la facciata neoclassica dell’Ospedale Sant’Antonio: enorme, imponente, ingrigita.

Sempre assecondando i binari, aggiriamo, passando da destra, tre lati del complesso sanitario. Di fianco, un giardino pubblico. Dietro, una struttura modernissima (eleganti curve di balconi e funzionali rette in fuga prospettica lungo il corpo degli edifici) con la vistosa insegna a lettere rosa e azzurre O CENTRO MATERNO INFANTIL DO NORTE. L’indicazione del Pronto Soccorso (Urgência). Il parcheggio delle ambulanze e un ampio e basso fabbricato tondo – forse il centro di smistamento ai reparti.

Riprendiamo, dopo un’ultima svolta ad angolo retto, la direzione occidentale, lungo Rua da Restauração. Molte delle malconce costruzioni hanno porte e finestre murate da laterizi grigi piuttosto scadenti, la cui sola finalità è occludere. In mezzo a esse, una palazzina di tre piani, un po’ segnata dal tempo, al cui balcone sventola il nostro tricolore. Sullo stipite dell’ingresso, la placca dorata “Casa d’Italia”.

[codice-adsense-float]Gli edifici si fanno all’improvviso grandiosi e nuovi. La sede della Porto Editora – quella dei dizionari (che ho anch’io) e di Saramago ripubblicato – si dilunga per almeno cento metri. Al termine, l’accesso a un parcheggio scoperto, un altro prédio non abitativo (studi di avvocati, finanziarie, agenzie immobiliari…) e la rampa che imbocchiamo per salire al Giardino del Palazzo di Cristallo.

Per un breve tratto (getti di verde che si abbarbicano a inferriate su bassi muretti) sembrerebbe di trovarsi sopra Bordighera o nel retroterra di San Bartolomeo al Mare. Proseguendo, la cinta muraria si innalza, sempre sormontata da rami sporgenti. Un portoncino ad arco. Il muraglione cresce di botto, diventando sostegno a un forte divario di piani campagna. L’uscita del parcheggio sotterraneo e, poco più in là, il suo ingresso. La strada raggiunge, in ascesa lenta ma tenace, il livello dei giardini. Entriamo dal primo cancello aperto. Passando sotto un viale di tigli, ci dirigiamo verso il vasto spiazzo che circonda la cupola del Palazzetto. L’indicazione in legno di un (introvabile) Centro di Educazione Ambientale.

Camminiamo sull’ampio selciato a piccoli cubetti scaldati dal sole. Giriamo attorno alla struttura in vetro, ferro e cemento, finché una rampa accenna a scendere verso un viottolo ombroso e inghiaiato. Buona parte della sua pavimentazione a lastre lisce è coperta di adesivi gialli in cui si possono leggere, in nero, numerosi endecasillabi, anche rimati.

Com voz nascente a fonte nos convida
a renascermos incessantemente
na luz do antigo sol nu e recente
e no sussurro da noite primitiva.

Mi sembra di conoscere lo stile… La conferma arriva poco dopo, all’attacco della rampa, dove una scritta dice “Progetto Sophia 2017”: certo, Sophia de Mello Breyner Andresen, poetessa da me letta con intensa emozione estetica (e persino inconsciamente imitata, negli unici versi che abbia mai scritto in portoghese) tanti anni fa. Nativa di Porto, certo, tutto torna.

Nel Viale dei Tigli (così è denominato), gli operai del Comune stanno montando bancarelle di legno, munite di tetto: simili a quelle che nella mia città, sotto Natale, vengono disposte attorno alla piazza del Municipio, ma un po’ più grandi (1).

Proseguiamo all’ombra delle piante. Molte persone prendono il fresco, passeggiando placidamente o sedute sulle panchine in mezzo al vialetto. Sulla sinistra, i meandri verdi di uno stagno, orlato di betulle e salici piangenti. Poco più in là, una cappella votiva dalle linee asciutte, sobrie. Sotto le nicchie ai lati della porta, la scritta, divisa in due: 25 de Dezembro / de 1860.

Un avviso cartaceo della Chiesa Luterana di Portogallo riporta gli orari delle funzioni religiose. La lapide sul fianco destro della chiesetta ci restituisce però un pezzo della nostra storia risorgimentale, studiata in Terza Media (la povera, anziana professoressa Cantù, all’ultimo anno prima della pensione: buona e garbata, liberale alla vecchia maniera… chissà se qualcuno ancora la ricorda…):

Cappella fatta costruire in memoria di Carlo Alberto da sua sorella, la Principessa Augusta de Montléart. Carlo Alberto, Re di Sardegna, fu campione dell’unità italiana. Vinto dagli austriaci nella battaglia di Novara, abdicò in favore di suo figlio Vittorio Emanuele, e, esiliandosi, si ritirò a Porto, decedendovi nella Tenuta dei Meli (Quinta das Macieiras), Rua de Entre-Quintas, il 28/7/1849. Regnò come un giusto, combatté come un forte e morì come un santo. Municipio di Porto, 22/6/1935.

Sì, anno 1935, il momento in cui l’Estado Novo di Salazar guardava con estrema attenzione emulatrice all’Italia fascista e corporativa.

Arriviamo a un belvedere da cui si domina il fiume. Verso la foce, il Ponte de Arrábida, audace campata unica di cemento armato retta da un arco snello, elegante. Di fronte a noi, traluce tra i rami dei pini secolari l’ondeggiare azzurro dell’acqua. Una lenta barca a vela. Verso monte, l’intero paesaggio si apre luminoso: le due rive curvano serpeggiando, fittamente istoriate di case, palazzi, magazzini. Qualche gru svetta a segnalare lavori in corso.

Ci spostiamo a sinistra. Una merlata torretta di pietra con incimato un gruppo di visitatori. Da un piano lievemente inferiore provengono la musica ritmata e gli schiamazzi del compleanno di qualche bambino. Scendiamo anche noi, incuriositi. La festa si tiene sotto gli alberi, in uno spazio (in mezzo, tavolone d’appoggio e panca, di spesso cemento) destinato a questi appuntamenti, credo dietro prenotazione in Comune.

Un’altra freccia di legno ci suggerisce la visita al sottostante Giardino dei Sentimenti. Cipressi. Vasche d’acqua stagnante e squadrati specchi d’erba, rasata molto bassa, disegnano un labirinto assurdo (perché senza centro) di camminamenti selciati. Una fila di piccoli ulivi verso il fiume. Coppiette distese, nell’affettuosa delicatezza di conversazioni a bassa voce o nell’intimità estrema del silenzio. In un angolo, circondata da cespugli di mirto, la statua in bronzo “Il dolore” (1898), dello scultore locale António Teixeira Lopes: una donna (giovane, si direbbe) abbandonata in una postura attonita che richiama – forse non a caso – il dipinto di Pellizza da Volpedo (di poco precedente: 1889) “Ricordo di un dolore”.

Nelle aiuole, targhette metalliche recano inciso il nome di un sentimento, con sotto, in caratteri corsivi e più piccoli, quello di una pianta (non so quale criterio abbia guidato l’abbinamento), designata anche con la classificazione scientifica latina: Nostalgia, Giglio, Lilium candidum; Allegria, Vite, Vitis vinifera; Invidia, Loglio, Lolium temulentum; Crudeltà, Menta, Mentha spicata; Sicurezza, Felce, Pteridium aquilinum; Gelosia, Rosmarino, Rosmarinus officinalis; Amore, Melo, Malus domestica…

Addossata alla parete di sostegno del terrazzamento a nord, una placca di ottone riporta una poesia di Eugénio de Andrade, altro autore portuense. Avevo letto, per coincidenza, la sua auto-antologia poco prima di partire. Questi versi non li ricordo, forse non erano inclusi. Ma devono appartenere al periodo iniziale, quando ancora non lo avevano tentato i nonsensi del surrealismo:

Siamo foglie brevi, dove dormono
uccelli di ombra e solitudine.
Siamo solo foglie e il loro sussurro.
Insicuri, incapaci di esser fiore,
anche una brezza ci turba e fa tremare.
Per questo ad ogni gesto che facciamo
ogni uccello diventa un altro essere.

(1) Appena tornati in Italia, abbiamo visto, al telegiornale portoghese, un servizio sul Presidente della Repubblica in visita alla Fiera del Libro di Porto, proprio in mezzo a quei banchetti fra gli alberi…
Decima parte – Segue.
Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalia:

  • La cappella in memoria di Carlo Alberto

Archivio:

    • Prima parte del reportage su Porto
    • Seconda parte del reportage su Porto
    • Terza parte del reportage su Porto
    • Quarta parte del reportage su Porto
    • Quinta parte del reportage su Porto
    • Sesta parte del reportage su Porto
    • Settima parte del reportage su Porto
    • Ottava parte del reportage su Porto
    • Nona parte del reportage su Porto
    • Decima parte del reportage su Porto
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