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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “Racconto d’autunno” di Eric Rohmer: una recensione

15 Maggio 2017

“Racconto d’autunno” di Eric Rohmer: una recensione

la locandina del film "Racconto d'autunno" di Eric RohmerTorniamo dai cugini francesi. E facciamolo con la guida di uno dei “grandi vecchi” del cinema d’oltralpe, Eric Rohmer, per parlare del suo film “Racconto d’autunno” (1998). Per iniziare, Rohmer in realtà è uno pseudonimo: il suo vero nome era Jean Marie Maurice Schérer (*). Nato nel 1920, ci ha lasciato poco prima di festeggiare il suo novantesimo compleanno.

Dopo la laurea in lettere, insegna per otto anni al liceo (a Nancy ed a Parigi). Grande appassionato di cinema, si segnala presto come critico, ed è uno degli animatori dei “Cahiers du Cinéma”, rivista dalla quale provengono quasi tutti i registi che – tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta – daranno vita alla “Nouvelle Vague”.

Nella sua carriera è stato anche sceneggiatore, scenografo, montatore e scrittore. Nel 2001 viene insignito a Venezia del “Leone d’oro” alla carriera.

Singolare la filmografia di Eric Rohmer. Tranne poche eccezioni, ha lui stesso organizzato i 23 lungometraggi girati, in cicli narrativi: racconti morali; commedie e proverbi; racconti delle quattro stagioni. I suoi film hanno fra di loro caratteristiche comuni e ne fanno un autore facilmente riconoscibile nel panorama non soltanto francese.

Quello che più sta a cuore a Rohmer è la naturalezza: così l’azione si svolge lentamente, i dialoghi (che rivestono un ruolo centrale nelle sue storie) sono semplici, gli attori non sembrano recitare e ogni inquadratura risulta composta come un quadro, che ricorda Gauguin e gli impressionisti. L’uso della colonna sonora risulta molto limitato: il maestro francese predilige l’accompagnamento di rumori o suoni naturali, e sempre in presa diretta.

Questa cifra stilistica non riguarda soltanto il contenuto e il modo di trattarlo, ma si estende anche all’aspetto economico: i budget sono modesti, le riprese avvengono per lo più in esterni (rare le volte in studio), i collaboratori sono pochi (spesso senza assistente e sceneggiatore); lo stesso regista, infine, si occupa anche dei costumi e della scenografia.

Questo ha fatto sì che Rohmer godesse di una grande indipendenza realizzativa, permettendosi di rifiutare compromessi di natura commerciale.

“Racconto d’autunno” è il quarto e conclusivo capitolo del ciclo delle quattro stagioni. Autunno – lo dice il regista stesso – sia perché gli piaceva l’idea della vendemmia, sia perché l’autunno è la metafora tipica per la mezza età (i quarantenni/cinquantenni protagonisti del film).

I protagonisti del film, sotto la cinica maschera dell’età matura, affrontano gli stessi temi dagli altri tre capitoli (l’amicizia, l’amore, la casualità, il timore di esporre i propri sentimenti), cioè quelli di tutto il suo cinema.

Potrebbe sembrare (come tante altre volte in Rohmer) una storiellina semplice, ma è una storia che rivela qualcosa di molto profondo sulle relazioni umane o sul senso della vita. La zona (al di qua ed al dà del Rodano) in cui è ambientata la vicenda, oltre ad essere uno sfondo perfetto, si segnala come un ulteriore protagonista, dal momento che ci racconta di un mondo lontano da quello in cui viviamo, un mondo finalmente solare e piacevole.

Rohmer nella sua lunga carriera ha ambientato i suoi lavori in moltissimi località della Francia ed era solito dire che “non è il luogo che conta, ma come lo si guarda”.

Se io filmo una cosa, è perché la trovo bella: quindi vuol dire che nella natura esistono cose belle.

Nota: (*) lo pseudonimo “Eric Rohmer” è un omaggio a Eric von Stroheim (famoso regista austriaco naturalizzato statunitense) e allo scrittore britannico Sax Rohmer, autore delle storie con protagonista Fu Manchu (un vero e proprio genio del male).
L S D

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