Al Piccolo Teatro Grassi di Milano è in cartellone fino al 26 febbraio lo spettacolo “Fedra” tratto da Seneca e da Euripide per la regia di Andrea De Rosa, che ne ha curato anche l’adattamento (lo spettacolo ha vinto il Premio dell’Associazione Nazionale Critici nel 2016).

Incubo in cubo
Più Seneca che Euripide, diciamolo subito. Il nucleo è infatti la Phaedra del filosofo latino, su cui sono incastonati brani dalle sue Lettere ed estratti dall’Ippolito del tragediografo greco. La sutura tra queste parti non mi è parsa perfettamente riuscita, ma ne parleremo più sotto.
La scenografia è dominata da un enorme cubo di vetro, una gabbia trasparente e linda ma non per questo meno soffocante. Vi ci si alternano i personaggi nel corso dei propri monologhi o ci si scontrano nei duelli verbali.
Protagonisti sono Fedra (impersonata da Laura Marinoni, completamente calata nella parte e dunque a volte sopra le righe) e il figliastro Ippolito (un tonico Fabrizio Falco). Con loro interagiscono una ragazza (Tamara Balducci; forse la Aricia di Racine), Teseo (Luca Lazzareschi che ricordiamo in un “Antonio e Cleopatra”, qui appesantito da un giaccone di pelle nera, ever-green di troppi spettacoli, della serie “cosa mi metto per scendere e risalire dall’Ade? Il giaccone di pelle!”) e la dea dell’amore Afrodite (pardon: Venere), una demoniaca Anna Coppola.
Schiavi d’Amore
È quest’ultima a dare avvio alla vicenda. Dea ex machina, anzi ex cathedra, appollaiata su uno sgabello mentre sorseggia un cocktail, fa un discorso programmatico che non lascia speranza ai mortali che osano resistere alle leggi di Amore. Gli dei concedono agli uomini dei doni, ma li veicolano attraverso la follia. Più folle però è chi vi si oppone. Ippolito, per esempio.
“Io non sono gelosa, perché dovrei?” dice Venere. E lo spettatore comprende bene il significato (contrario) di queste parole. Dea, ma pur sempre donna, dice no per significare sì…
Il giovane figlio di Teseo ama i boschi e la caccia, ma non comprende di essere lui stesso preda di un tragico inseguimento. Alle sue calcagna Venere ha lanciato la povera Fedra, liberandola dai lacci della ragione, del decoro e della parentela.
Che tragedia la filosofia!
Dicevamo in apertura: più Seneca che Euripide. Anzi, la Fedra di De Rosa è più “senechiana” di quella di Seneca, ancora più barocca. Luci e suoni, come sciabolate, accentuano il patetismo delle prese di posizione che porteranno alla tragedia.
Su tutti incombe il peccato originale dell’unione mostruosa tra Pasifae e il toro. Ma desiderare il proprio figliastro è peggio di “farsi” un toro, dice la ragazza a Fedra, nel vano tentativo di riportarla alla ragione. “La passione furiosa mi costringe a seguire mali sempre più grandi” è la confessione di Fedra.
Non manca naturalmente l’ironia tragica (evidente quando Ippolito scivola su un involontario “prenderò il posto di mio padre”), ma si notano soprattutto le frasi ad effetto.
Il testo pare anzi una somma di apoftegmi, di massime scolpite nel marmo della certezza. Alle fonti principali si affiancano altri grandi della letteratura latina. Echi di Orazio (inviti a godere del momento perché “la gioia si addice ai giovani”), Lucrezio (nell’inno a Venere), Virgilio (la passione vince su tutto e ciascuno cede alla propria, “trahit sua quemque voluptas”) e finanche Ovidio (l’irresistibile potere del proibito: nitimur in vetitum semper cupimusque negata).
Dicevamo anche degli inserti dalle Lettere. Questi, a mio avviso, denunciano la loro provenienza non poetica. Nello spettacolo stonano perché non sono drammatici ma restano quello che sono: citazioni, intarsi filosofici. E se Euripide era un tragediografo filosofo, Seneca era invece un filosofo che scriveva (anche) tragedie. E la differenza si vede, soprattutto a teatro.
Saul Stucchi
Foto di Mario Spada
Dal 14 al 26 febbraio 2017
Fedra
- dalla Phaedra di Seneca, con estratti dall’Ippolito di Euripide e dalle Lettere di Seneca
- adattamento e regia Andrea De Rosa
- con Laura Marinoni, Luca Lazzareschi, Anna Coppola, Fabrizio Falco, Tamara Balducci
- scene e costumi Simone Mannino
- luci Pasquale Mari
- suono Gup Alcaro
Orari:
- martedì, giovedì e sabato 19.30
- mercoledì e venerdì 20.30
- domenica ore 16.00
- lunedì riposo
Biglietti:
- platea 33 €
- balconata 26 €
Piccolo Teatro Grassi
Via Rovello 2
Milano