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Voi siete qui: Italia » Visita al Museo Archeologico di Napoli con la direttrice Sampaolo

20 Ottobre 2009

Visita al Museo Archeologico di Napoli con la direttrice Sampaolo

Ci sono un architetto stabiese, sei archeologi russi e un giornalista brianzolo. È l’inizio di una barzelletta? No, è l’inizio di un visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) e insieme di un viaggio nel tempo, dal passato remoto a quello appena trascorso, al presente e al futuro prossimo. In una Napoli insolitamente fresca – anche qui le temperature sono scese drasticamente nelle ultime ore – alcuni ospiti del convegno Archeo Stabiae hanno avuto il privilegio di essere guidati per le sale del prestigioso museo dalla stessa direttrice, la dottoressa Valeria Sampaolo. Facevano parte della comitiva, appunto, il modesto giornalista culturale che scrive, l’architetto Angela Vinci della Fondazione Restoring Ancient Stabiae e alcuni archeologi russi, arrivati in Campania per partecipare al congresso intitolato Il fascino di Stabiae conquista l’Ermitage. Il Museo di San Pietroburgo è infatti ospite d’onore di questa seconda edizione della manifestazione culturale stabiese, a conferma degli stretti rapporti che ormai uniscono la Fondazione con l’istituzione russa.

La dottoressa Sampaolo ci introduce per prima cosa nelle sale che accolgono la magnifica Collezione Farnese. Confesso a questo punto di ritenere la Salle du Manège del Louvre, dove sono esposti spettacolari statue in marmo colorato provenienti in particolare dalle collezioni Borghese uno degli allestimenti più scenografici al mondo. Bene, le sale della Collezione Farnese sono senz’ombra di dubbio allo stesso livello, se non addirittura superano le “rivali” parigine.
Valeria Sampaolo, Angela Vinci e Anna Trofima, visita al Museo Archeologico- Nazionale di Napoli
Il nuovo allestimento esalta l’eccezionale qualità artistica delle opere e attraverso l’utilizzo del colore delle pareti suggerisce un legame con l’originale collocazione all’interno delle raccolte della famiglia nobiliare. Il blu rimanda infatti alla sistemazione in ambienti all’aria aperta, mentre il grigio ricorda la collocazione in ambienti chiusi all’interno delle dimore farnesi.

La dottoressa Sampaolo si sofferma in particolare sul ripristino di alcuni restauri d’epoca, scelta motivata dalla volontà di conservare questi interventi come testimonianze del gusto (ma anche delle tecniche) dell’epoca in cui sono stati effettuati. Si può in questo caso parlare di restauro del restauro. L’architetto Vinci fa intanto da traduttrice per gli ospiti russi e si trova in difficoltà soltanto al momento di individuare il corrispettivo del termine “scroto” riferito ai tori. “Come si dice scroto di tori“, domanda sorridendo? Siamo davanti alla magnifica statua di Artemide Efesia in alabastro e quelle che un tempo venivano considerate mammelle simboleggianti la fertilità, vengono ora invece interpretati come scroti taurini, sacrificati alla dea.
L'Artemide Efesia
I Farnese avviarono gli scavi alle Terme di Caracalla per abbellire le proprie dimore e trovarono statue di varie dimensioni, alcune colossali, come il celeberrimo Eracle detto appunto Farnese. Si pensa che derivi da un originale bronzeo di Lisippo. Anna Trofima, capo del Dipartimento di Antichità Greco-Romane dell’Ermitage racconta che il suo museo conserva almeno tre copie della statua, di dimensioni diverse e allora il giornalista non può trattenere la battuta sulle statue matrioska (che sarà pure banale, ma suscita comunque la risata degli archeologi russi).

Ammirazione particolare desta la Tazza Farnese, il più grande pezzo d’agata lavorata arrivato dall’antichità. La tennero tra le mani imperatori romani, i Bizantini e Lorenzo il Magnifico, prima di finire in dote alla famiglia Farnese.
La Tazza Farnese
Arrivati davanti a un altro capolavoro, il Toro Farnese, la direttrice si lascia scappare una battuta sull’illuminazione discontinua dei faretti che non rispondono adeguatamente al compito di illustrare la monumentale composizione (“pare nu presepe”, dice la direttrice).

Al piano superiore visitiamo i pezzi più importanti delle sezioni dei mosaici e delle pitture parietali. È l’occasione per una breve – ma sacrosanta – polemica sulla moda di allestire mostre temporanee “spogliando” le collezioni permanenti dei musei, facendo viaggiare reperti di una fragilità estrema, sottoponendoli così a “stress” deleteri e a inutili rischi.
Foto di gruppo con gli archeologi russi
Chiedo alla dottoressa Sampaolo il motivo della frequenza della rappresentazione del mito di Perseo e Andromeda. Mi spiega che si tratta di un mito in qualche modo “borghese”. A differenza dei fondatori di città e di dinastie, Perseo salva la sua bella dalle grinfie del mostro e poi si gode la sua ricompensa in santa pace. In un periodo come quello imperiale in cui tutta la cura dello stato (cioè la gestione del potere) era concentrata in pochissime mani, la classe dirigente scopriva la bella vita (anche qui detto in un altro modo: si rifugiava nei piaceri del privato abbandonando le angustie e le ambizioni della res publica).

Infine le domando a bruciapelo quale sia il suo pezzo preferito dell’intera collezione del Museo. Mi sorprende rispondendo il busto acefalo e senza arti del giovane Dioniso (detto anche questo Farnese) perché pur essendo monco, è fortemente espressivo.
Il torso del Giovane Dioniso Farnese
Usciamo dal Museo Archeologico semplicemente estasiati, con il proposito di ritornarci il più presto possibile.
Saul Stucchi

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