Il terzo libro dell’Odissea (che stiamo leggendo nell’edizione de La Lepre) si apre col sole che dal mare sale nel cielo colore del bronzo. Nei primi versi il poeta illustra la scena con veloci ma sapienti pennellate da impressionista: i capelli di Poseidone sono color del mare, azzurri gli occhi di Atena…
Telemaco e i compagni arrivano a Pilo, la bella città di Neleo, e vi trovano uomini intenti a un sacrificio sulla spiaggia. Il giovane ha bisogno dell’incoraggiamento di Atena-Mentore per decidersi ad approcciare Nestore, ma riceve un’accoglienza ospitale e gli Itacesi sono subito invitati al banchetto, prima del quale devono però pregare gli dei: “tutti gli uomini hanno bisogno degli dei”, afferma Pisistrato, figlio di Nestore, ricevendo l’apprezzamento di Atena (ecco uno dei luoghi in cui Omero insegna ai Greci il retto comportamento da tenere).
Dopo il banchetto Nestore interroga gli stranieri. A sua volta Telemaco chiede notizie del padre e il vecchio rievoca in sintesi la morte dei principali eroi greci: Aiace, Achille, Patroclo e suo figlio Antiloco. Si dice stupito per le parole assennate di Telemaco (che invece scarsa presa hanno sul moderno recensore). Poi il vecchio racconta l’ultima assemblea dopo la presa di Troia, con i Greci divisi tra Menelao e Agamennone.
Il giorno dopo metà dei combattenti prese il mare, mentre l’altra rimase. Quelli che erano partiti, giunti a Tenedo offrirono sacrifici, ma qui ci fu un’ulteriore separazione e alcuni tornarono indietro da Agamennone, guidati da Odisseo. Nestore prosegue raccontando il proprio ritorno e riassumendo le vicende di quelli di cui ha saputo stando a casa.
Si augura che anche Telemaco sia forte come Oreste che ha vendicato il padre con l’uccisione di Egisto, ma il giovane arriva a dubitare che neppure gli dei potrebbero realizzare la vendetta sui rivali, venendo subito redarguito da Atena-Mentore. Telemaco rimane però convinto che il padre sia ormai morto e chiede a Nestore di raccontargli nei dettagli la fine di Agamennone.
Nestore rievoca i fatti: Egisto che seduce Clitennestra, la flotta di Menelao che viene dispersa nel Mediterraneo, il ritorno di Oreste da Atene e l’uccisione di Egisto. Infine consiglia a Telemaco di tornare a casa il prima possibile per evitare che i rivali dilapidino il suo patrimonio. Scesa la sera arriva l’ora del banchetto con le libagioni agli dei.
Nestore invita a dormire a casa sua Telemaco e Mentore, ma quest’ultimo declina l’offerta e quando se ne va, tutti comprendono che si trattava di una divinità (nei poemi omerici la natura divina si manifesta soltanto al momento della dipartita, quando il dio o la dea del caso lascia la scena abbandonando le fattezze dell’umano che aveva momentaneamente assunto). 
Interessante (e un pochino macabra per il lettore moderno ormai disabituato all’aspetto cruento della macellazione) la scena del sacrificio di una vacca dalle corna rivestite d’oro, mentre Policasta, la più giovane figlia di Nestore, lava Telemaco che ne esce ristorato e bello come una dio (non c’è più l’ospitalità di una volta, viene da pensare al malizioso recensore…).
Permettetemi di rievocare un ricordo personale: nel corso del primo viaggio in Grecia (era il 1989) visitai il sito archeologico di Pilo e naturalmente fotografai la vasca del cosiddetto Palazzo di Nestore (la vedete nella foto qui sotto).
Raccontando proprio questo episodio nelle prime pagine del suo libro Entra di buon mattino nei porti (edito da Bruno Mondadori), il professor Giuseppe Zanetto scrive: “nella società omerica il benessere fisico degli uomini è affidato alle donne: sono loro, serve o libere, schiave o padrone, a prendersi cura del corpo maschile. Per Omero questo è scontato: è una delle “regole” (thémistes) che governano la vita, chiare e immutabili.
Nel palazzo di Pilo ogni regola è rispettata: i giovani sono obbedienti e impetuosi, i vecchi saggi e generosi, le donne belle e servizievoli. A questo pensa il visitatore quando, proseguendo nel percorso, attraversa “il quartiere privato”, dove si riconoscono le tracce di un secondo mégaron e di una stanza da bagno. Lo sguardo è attratto dalla vasca per le abluzioni, che sorprende per le sue linee moderne e per il perfetto stato di conservazione: come non immaginare che qui Policasta si sia presa cura di Telemaco?” (pag. 5). 
Così ritemprato, il giovane può partirsene verso Sparta a bordo del carro guidato da Pisistrato e trascorrere la notte a Fere, ospite di Diocle. Saul Stucchi
I versi più belli:
Io cerco mio padre, se potrò ascoltare qualcosa della sua vasta fama: cerco il glorioso e paziente Odisseo di cui si dice che un tempo, combattendo con te, distrusse la gloriosa città dei Troiani. (III, vv. 83-85)
- Omero
ODISSEA
Traduzione di Dora Marinari
Commento di Giulia Capo
Prefazione di Piero Boitani
La Lepre Edizioni
2012, pp. 630
16 €
www.lalepreedizioni.com - Giuseppe Zanetto
Entra di buon mattino nei porti.
Un viaggio all’origine della nostra storia
Bruno Mondadori 2012, pagine XIV-160
16 €