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Voi siete qui: Biblioteca » ODISSEA Libro 5: È venerando l’uomo che arriva sperduto

19 Febbraio 2013

ODISSEA Libro 5: È venerando l’uomo che arriva sperduto

Cari lettori, consentitemi una leggera deviazione, o più correttamente, una piccola corsa in avanti in questa lettura “a tappe” dell’Odissea. Precorro un poco gli eventi capitati al nostro Ulisse per raccontare di un incontro che ha avuto luogo lo scorso 7 febbraio (2013) alla Casa della Carità di Milano, dal titolo “È venerando l’uomo che arriva sperduto”. L’io in cammino. Il quarto appuntamento del ciclo Ulissi organizzato dal Piccolo Teatro ha visto sul palco niente meno che Moni Ovadia, Giulio Giorello e Paolo Rumiz. Del resto non è forse l’Odissea il poema degli imprevisti? E Milano non è la città in cui si inaugura la linea 5 della metropolitana prima ancora che sia pronta la 4? E allora che il libro V dell’Odissea nel nostro lungo viaggio venga prima del IV!
Odissea_5_3
Per primo ha preso la parola don Colmegna, presidente della Fondazione, per annunciare la liberazione di una donna romena incarcerata ingiustamente e la notizia è stata accolta con un caloroso applauso. “Per noi è un grande giorno”, ha aggiunto sottolineando il ruolo di questa periferia piena di risorse, dove sorge la Casa. Dopo un’introduzione musicale a cura di tre ragazzi del gruppo “Sulla Strada della Musica”, Moni Ovadia ha letto un brano dell’Odissea che parlava di Nausicaa, mentre il professor Giorello ha condiviso con il pubblico alcune sue riflessioni su ospitalità e contatto con la divinità, citando la leggenda di Gilgamesh (lo stretto legame tra ospitalità e natura divina si ritrova in culture molto lontane da quelle che sono i pilastri della nostra civiltà, ovvero l’ebraica e la greca).
Odissea_5_1
Ovadia ha poi letto alcune pagine dal libro Ora et labora di don Colmegna, dedicate alla vicenda di un ospite della Casa, un Ulisse dei giorni nostri, straniero anche a se stesso e ha citato il Todorov de La conquista dell’America: “Oggi l’esule è colui che incarna meglio, modificandone il senso originario, l’ideale che Ugo di San Vittore così formulava nel XII secolo: “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la sua propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero” (io che sono un bulgaro che abita in Francia, prendo a prestito questa citazione da Edward Saìd, palestinese che vive negli Stati Uniti, il quale l’aveva trovata, a sua volta, in Erich Auerbach, tedesco esule in Turchia)”. Naturalmente ha raccontato anche alcune sapide storielle chassidiche, traendole dal suo ricco repertorio.
Odissea_5_2
Paolo Rumiz invece ha dedicato il suo intenso intervento alla meraviglia che in lui (e in noi) desta la metamorfosi del camminatore che diventa narratore. Mentre leggeva alcuni passi (è proprio il caso di dire!) del suo racconto in endecasillabi La cotogna d’Istanbul teneva il tempo battendo con il piede.
L’incontro non poteva che chiudersi con la celebre poesia Itaca di Kavafis, recitata per alcuni versi nella versione originale in greco moderno da Moni Ovadia:
“Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa’ voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.”

Ma cosa succede nel V libro dell’Odissea? Nel consiglio degli dèi Zeus esprime la sua volontà: Odisseo deve ripartire e perché ciò avvenga Ermes viene inviato da Calipso. Il messaggero celeste trova la ninfa che tesse e canta nel suo buen retiro (capostipite di tutti i loci amoeni), un bosco circondato da quattro sorgenti e immerso in un mare di profumi. Calipso accoglie Ermes con offerte ospitali, ma non prende bene l’ordine di Zeus, anzi apertamente critica l’invidia degli dèi verso coloro che si accompagnano ai mortali. Ma deve arrendersi alla sua suprema volontà e, una volta partito Ermes, raggiunge Odisseo che disperato se ne stava come sempre in riva al mare. Qui il poeta trova il modo di raccontarci che l’eroe, di notte, era costretto a giacere con la ninfa che non amava. Ma non dobbiamo prenderlo in parola! Calipso gli dice che è pronta a lasciarlo partire, ma Odisseo sulle prime non crede sincere le sue intenzioni. Teme che lei stia macchinando un inganno e per premunirsi la costringe a giurare.
I versi più belli del libro sono dedicati all’amore coniugale che Odisseo celebra in omaggio alla sua lontana Penelope. Subito dopo i quali, con scarsa coerenza (o forse per la gioia della buona notizia…) Odisseo e Calipso godono le gioie dell’amore: ve l’avevo detto di non fidarvi!

Odissea_coverIn soli quattro giorni l’eroe costruisce la zattera e Calipso lo lascia partire fornendogli provviste per il viaggio e spirandogli vento favorevole. Al diciottesimo giorno di navigazione il nostro avvista la terra dei Feaci, ma è una gioia di breve durata perché Poseidone l’ha scorto e gli scatena contro una tempesta che lo travolge. Dal mare emerge Inò che consiglia a Odisseo di lasciar andare la zattera per raggiungere a nuoto la terra; come salvagente gli dona un velo miracoloso. Anche in questo caso Odisseo non si lascia convincere subito e ha bisogno di un’onda particolarmente violenta sollevata da Poseidone per decidersi a nuotare. Atena placa i venti e per due notti e altrettanti giorni l’eroe vaga tra le onde. Avvistata la terra, il problema diventa quello di guadagnarla senza sfracellarsi contro gli scogli. Ancora una volta interviene in suo soccorso Atena che gli infonde la saggezza di cercare un approdo sicuro che lui individua nella foce di un fiume, senza rocce e al riparo dal vento. Odisseo supplica il fiume con le parole che hanno dato il titolo all’incontro milanese:
“È degno di rispetto, anche per gli dèi immortali,
un uomo che arriva dopo aver tanto vagato,
come adesso arrivo io,
dopo aver molto sofferto,
alle tue acque e alle tue ginocchia.
Abbi pietà di me, potente:
sono un tuo supplice.”

Il fiume placa le sue onde e accoglie il naufrago. Odisseo, spossato, tocca terra e la bacia, prima di cercare un rifugio all’interno, dove passare la notte.
Saul Stucchi

I versi più belli:
“Nobile dea, non adirarti con me.
Io lo so bene: l’accorta Penelope è inferiore a te per aspetto e per statura,”
perché lei è mortale, mentre tu sei immortale e sempre giovane,
ma, anche così, io tutto il giorno desidero e sogno di ritrovarmi a casa
e di vedere il giorno del ritorno.” (V, vv. 215-20)
Omero
ODISSEA
Traduzione di Dora Marinari
Commento di Giulia Capo
Prefazione di Piero Boitani
La Lepre Edizioni
2012, pp. 630
16 €

www.lalepreedizioni.com

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