Alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze è in corso una bella mostra intitolata Il sogno nel Rinascimento (a breve potrete leggerne la recensione su ALIBI): tra le opere esposte vi è un Ulisse addormentato sull’isola del dio Sole. È invece sul figlio Telemaco insonne che si alza il sipario del XV libro dell’Odissea. Alla fine del libro precedente il poeta ha lasciato il protagonista in compagnia del porcaro Eumeo, ora cambia inquadratura e indirizza l’obiettivo su Sparta, dove è arrivata Atena per ricordare al giovane che è ora di tornare a casa. Lo trova appunto insonne, mentre il compagno Pisistrato, non gravato da un simile affanno, dorme della grossa.
La dea gli rivolge un discorso neppure troppo velatamente misogino che però stranamente si conclude con l’invito ad affidarsi alla più fedele delle ancelle in attesa di trovarsi una bella moglie… (“Bisogna ammettere che della misoginia c’è, in Atena: questa dea vergine e guerriera forse avverte una qualche propria diminuzione, nella sua stessa onnisciente immortalità”, annota Giulia Capo nel suo commento). Poi la dea lo mette in guardia contro le trame dei rivali che vogliono tendergli un agguato, ma lo rassicura: avrà il sostegno divino. Una volta a Itaca dovrà recarsi dal fedele porcaro.

Al giovane che ora smania per partire, Menelao sforna una perla di saggezza, una di quelle che hanno fatto dei due poemi omerici il Galateo dei Greci: “bisogna trattare bene l’ospite finché resta, e lasciarlo partire quando vuole”. Prima della partenza si organizza subito un lauto banchetto perché non è bene viaggiare a stomaco vuoto e poi re, regina e principe omaggiano l’ospite di ricchi doni. Elena interpreta a favore di Telemaco il prodigio che appare ai due giovani al momento del commiato: un’aquila con un’oca bianca tra gli artigli.
Dopo una breve tappa da Diocle a Fere per trascorrere la notte, i due arrivano a Pilo, ma Telemaco chiede a Pisistrato di non trattenerlo. L’amico lo conduce alla nave e lo lascia partire, dicendogli però che sicuramente suo padre Nestore si adirerà per non aver avuto l’occasione di poterlo ospitare.
A questo punto il poeta inserisce la storia dell’indovino Teoclimeno, fuggiasco per aver commesso un omicidio. Costui si avvicina al giovane per chiedergli “chi sei e da dove vieni?”: non male per un indovino! (Se non ricordo male, in un film di Totò c’è uno sketch simile…). E gli scrocca un passaggio.
A metà del canto la scena torna a Itaca, nella capanna di Eumeo, dove Odisseo è a cena dal suo ospite. L’astuto eroe mette di nuovo alla prova la generosità del fido servo: ma quanto è malfidente questo Ulisse! Che abbia la coda di paglia? Annuncia a Eumeo di voler andare in città per mettersi al servizio dei rivali, ma il porcaro lo convince a restare. Il falso vagabondo gli domanda dei genitori di Ulisse e il servo racconta con dolore la morte della madre del suo padrone, ma anche con riconoscenza per le prove di affetto che ha ricevuto da lei. Invita poi l’ospite a rilassarsi: passeranno la notte a raccontarsi le rispettive disavventure. Qui cadono i versi più belli del libro, che ritrovate in calce. Eumeo rievoca la sua infanzia, con il rapimento da parte di Fenici che lo vendettero a Laerte.
Telemaco intanto approda a Itaca e si separa dai compagni che andranno in città, mentre lui si recherà nei campi dai mandriani. A Teoclimeno che gli domanda dove deve andare (più che risposte, questo indovino formula domande…), risponde di recarsi da Eurimaco perché lui al momento non lo può ospitare. Quando però l’indovino interpreta a suo favore il secondo presagio (un falco con una colomba tra gli artigli), il giovane lo affida alle cure dell’amico Pireo.
Saul Stucchi
e ricordando l’uno all’altro le tristi sventure che abbiamo sofferto:
passate le disgrazie, infatti,
se ne rallegra l’uomo che ha molto sofferto e molto vagato”. (XV, vv. )