Terza puntata del viaggio di Marco Grassano in Frisia.
Alcune decine di metri più in là, varchiamo un piccolo cancello aperto e coperto, con opuscoli esposti in bacheca. Accediamo a un cortile: la Direzione del Parco. Mentre io rimango a custodire le biciclette, Ester entra negli uffici per raccogliere informazioni e materiale didattico – purtroppo, solo in olandese.
La mappa che ci hanno fornito segna un percorso ciclabile, ma noi preferiamo percorrerlo a piedi: dopo 20 chilometri su quei maledetti sellini, dobbiamo dare un po’ di sollievo al coccige acciaccato. Incateniamo i nostri mezzi alla rastrelliera (vuota) e ci avviamo.
Ci lasciamo alle spalle il parcheggio, dove indugiano alcune automobili, un paio di camper e i loro occupanti. Imbocchiamo una straducola asfaltata, ammantata di cespugli. Poco dopo, questa si divide nelle braccia di una T. Noi proseguiamo dritti, sul sentiero bianco che serpeggia tra una composita e rigogliosa vegetazione igrofila, simile a quella delle fasce perifluviali padane. Ciclisti (per lo più gruppi famigliari) lo percorrono, in un senso e nell’altro.

Una panchina ottenuta incidendo un grosso tronco reciso, disposto orizzontalmente. Una roggia in cui si specchia, merlettato dalle fronde degli alberi, l’azzurro del cielo. Altre superfici liquide lameggiano tra il verde dei giuncheti. Arriviamo a costeggiare un acquifero maggiore, alla cui riva sono ancorate diverse case galleggianti, con tanto di numero civico confitto in terraferma.

La pavimentazione dello stradello è, curiosamente, composta da conchiglie, integre o, per lo più, frantumate. Chissà perché, e chissà da dove vengono. Certo, la cosa si addice a un territorio in cui, prima della realizzazione del sistema di dighe, avevano sempre conteso ogni centimetro al livello del mare. Ne divelgo e ne intasco alcune, di varietà diverse, per ricordo.
Un tratto listato dalle foglione della bardana. Ripetuti ombrellini di carote selvatiche. Il canale si allarga in una biforcazione. Una barca a vela vi sta compiendo la propria elegante virata a babordo. Un paio di motoscafi. Sullo sfondo, una pompa eolica. A sinistra, una torre di avvistamento in legno, con ai piedi la scheda illustrativa sull’habitat naturalistico – redatta, però, solo nell’impenetrabile idioma locale.

Una minuscola schiera di pescatori seduti a terra, di ambo i sessi e di diversissime età. L’acqua si apre ora davanti a noi in una superficie ampia e articolata. Varchiamo, superando un ponte levatoio a bilanciere, il corpo idrico seguito finora. Una darsena, ombrata da un sipario di alti pioppi, alberga numerosi natanti e dà su una sorta di lago allungato. Vi si affaccia anche l’Hotel Ristorante Ie Sicht, segnalato dalla cartina. Forse si chiama così proprio per la vista che offre. Essendo già l’una e un quarto, pensiamo di pranzarvi.
Attraversiamo diagonalmente un parcheggio, pure schermato da alberi torreggianti. Passiamo tra due corpi di edificio e ci ritroviamo sulla terrazza. Amarrata a pochi passi, la grande imbarcazione lignea De Verandering. Scopriamo che il suo nome significa “il cambiamento”. Chissà quale…
Seduti su comode poltroncine di sparto grigio, osserviamo, ai tavolini dintorno, una variegata clientela vacanziera. Ci cimentiamo con le zuppe: di senape e di pomodoro, accompagnate da crostini di pane e da salsine con cui spalmarli. Piacevoli.
Di fronte al posteggio, un riale colmo si slancia rettilineo verso Nord, solcando una ricca verzura per lo più erbacea. Seguiamo la strada asfaltata, in cerca del punto da cui dovrebbe dipartirsi il wandelroute – o percorso a piedi – per il ritorno, riportato sulla mappa. Una graziosa radura rettangolare si insinua nella striscia boscata della riva. Evoluzioni di barche a vela. Andiamo avanti ancora un po’. Non troviamo l’imbocco.

Ripercorriamo il viottolo da cui siamo giunti, cogliendo altri dettagli. Nella roggia che ora abbiamo sulla destra galleggia una radice, con la forma curiosa di due uccelli di palude uniti per il becco. Distese di canneti. Fioretti a spiga, che ricordano quelli della nostra erba viperina. Un canale tra un fitto d’alberi, scavalcato da un ponticello su cui posano un tavolo e delle panche, mi fa pensare a un quadro di Monet. Aree piatte, a vegetazione mista. Un cespo che, anche per la fragranza delle foglie, potrebbe essere di salvia. Altra giuncaia, contornata da spalliere di bosco ripariale.

Nel cortile della Direzione, ci sediamo a riposare e a bere un po’ d’acqua. Un capanno rivestito di paglia, per far giocare i bambini. Piante di melo cariche di piccoli frutti, lucidi e già arrossati. Un secondo ingresso, di fronte, si affaccia su un pontile, cui è ormeggiato un grande battello e da dove si osservano casette immerse nel verde tenero – come in Camargue – e barche lontananti.

Su una delle porte dell’edificio è riprodotta, in bianco e nero, la gigantografia di un antico contadino – coppoluto e intabarrato – mentre conduce una falciatrice meccanica trainata da cavalli. Macchine simili ce n’erano, un secolo fa, anche al mio paese.
Ci avviamo per il ritorno in città. Riprendiamo il traghetto. Riattraversiamo il centro di Earnewâld. Da qui tiriamo diritto, seguendo un itinerario parzialmente alternativo (ma equivalente per chilometraggio).
Pedaliamo, gemendo sommessamente a ogni colpo, lungo una protratta stradina rurale dall’asfalto impeccabile, che si snoda in mezzo a bealere parallele. Gruppi di anatre color ardesia, con la fronte bianca, nuotano emettendo – anche loro – gemiti. Una coppia di cigni; quello dietro tuffa ogni tanto la testa nell’acqua. Altre anatre: queste, col piumaggio in sfumature di marrone. Altre ancora, di nuovo, in tinta ardesia; una di loro isolata.
Ci affianchiamo temporaneamente a una superstrada con due carreggiate e sottopassiamo, assieme a essa, un tratto di naviglio sorretto da un largo ponte in calcestruzzo. Ricordo a Ester che da noi l’impresa era già stata compiuta col Canale Cavour, quando c’erano solo i mattoni.
La viabilità ciclabile si complica in incroci e rotonde, ma rimane sicura. Ci troviamo adesso a costeggiare sponde erbose, che ricordano quelle dei canali di Utrecht osservate dal pedalò. Corvi a stormi frugano o beccano il terreno delle aree falciate da poco. Su una delle superfici sta accucciata una famiglia di anatidi. Transitiamo accanto all’enorme Medisch Centrum Leeuwarden – una sorta di Ospedale delle Molinette indigeno.
La nostra capacità di resistenza è allo stremo. Proseguendo dritti, però, arriviamo, in capo a poche centinaia di metri, a sovrastare da un cavalcavia il viale del noleggio bici, nel suo ultimo tratto. Svoltiamo, con sollievo, per raggiungerlo.
Marco Grassano
Terza parte. Segue