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Voi siete qui: Europa » In viaggio da Chania verso Agios Nikolaos

21 Marzo 2020

In viaggio da Chania verso Agios Nikolaos

Il reportage di Marco Grassano sull’isola di Creta prosegue con il racconto del viaggio da Chania ad Agios Nikolaos.

Stamattina non intervengono le campane a svegliarci. Di lunedì tutto torna alla normalità: compreso il parcheggio, che ha riaperto i battenti.

Lavati e vestiti, scendiamo al Muses Café Restaurant per la colazione. Il nostro “camerier giovane” non solo ci riconosce, ma ricorda anche cosa ci ha servito ieri mattina – ordinazione che finiamo col replicare.

Prepariamo le valigie e scendiamo. Non devo pagare nulla, perché l’accredito è già avvenuto tramite il sito Booking Com. Salutiamo con una forte stretta di mano Sofia e il suo laconico aiutante, introverso o forestiero. Trainiamo i trolleys verso la macchina. Appena prima del cancello, a sinistra, alziamo gli occhi sulla casa d’angolo, riscialbata da poco in un nocciola tenue che lascia scoperta la bella pietra veneziana del portoncino a tutto sesto e delle finestrelle laterali. In alto, una grande placca metallica contiene uno stemma tondo, con inscritto un apparente levriero, e la dicitura Ιστορική, Λαογραφική και Αρχαιολογική Εταιρεία Κρήτης – έτος ίδρυσης 1968. Cerchiamo in rete il significato: Società storica, folcloristica e archeologica di Creta – anno di fondazione…

Le rovine di Chidonia a Chania, sull'isola di Creta

Nello spiazzo, le vetture sono ancora rade. Partiamo. Al termine del vicolo, ci troviamo di fronte l’arco che ricorda uno scorcio di Piovera o di Bassignana. Dobbiamo prendere a destra, per obbedire al senso unico. Mentre lentamente transitiamo, i gatti che albergano tra le riesumate rovine di Kidonia iniziano ad azzuffarsi e balzano sulla strada. Ci fermiamo per non investirli.

Accendiamo il navigatore, che ci fa svoltare a sinistra nella prima trasversa non cieca. Casette a uno o due piani, tra le quali si aprono piccole aree con ridotte vestigia di muri o di fondamenta. Svoltiamo quindi ancora a sinistra, nella Sìfaka (Σίφακα), al cui tratto finale ci eravamo affacciati ieri. Le case sul lato destro, in schiera compatta, e il camminamento che le asseconda sorgono su un piano nettamente superiore rispetto alla carreggiata d’asfalto, ai marciapiedi lastricati, cosparsi di motorini in sosta, e alle altre costruzioni. Gradini collegano i due livelli. Gli edifici richiederebbero quasi tutti una ravviata, per lo meno all’intonaco, ma mantengono il fascino innegabile del buon gusto.

Chania: spalliera di ruderi scomposti

La spalliera dei ruderi ricomposti. Attraversiamo la via da cui eravamo giunti il primo giorno e ci manteniamo lungo la prosecuzione di questa, angolando leggermente verso destra. Le abitazioni, qui, sono più moderne e meno gradevoli da vedersi. Sui marciapiedi, file di platani. Rampicanti ai muri. Impattiamo in un incrocio a T. A destra, le casupole fatiscenti che stringono la Gerasimou. Dobbiamo prendere a sinistra. Anche quaggiù i muri sono malmessi. Curva e controcurva fra case d’epoca, come in certi paesini.

Usciamo sulla Kallergon, in prossimità del retro della Neòria. C’eravamo transitati a piedi, per andare a pranzo. L’effigie delle due teste equine. Il Salty Drop. Superiamo l’imbocco della Dedalou. Passiamo in fregio a un lungo terrapieno che ci separa dalla baia esterna. Dall’altra parte, le solite case recenti e antiestetiche. Al termine, svoltiamo a dritta e passiamo sul retro di una fila di macchine parcheggiate a lisca di pesce. Rasentiamo quindi la piazza Venizelou. Superiamo una serie di crocicchi, anche vasti e complessi, con spazi alberati. La via si stringe, corre fra edifici tendenzialmente più bassi e si fa a senso unico. Caterve di vetrine variegate.

Il giardino pubblico coi busti bellicosi, che avevamo osservato andando in farmacia. Giriamo e lo costeggiamo tutto in profondità, finché non cede il posto a una via di palazzine moderne e spigolose, anch’esse piene di negozi. Un posteggio di pullman schermato da alberi. Incroci. Lungo i marciapiedi cominciano a mostrarsi platani, poi anche qualche palma. Un semaforo. Il tessuto urbano si fa ora prevalentemente di villette. Altri incroci. Un secondo semaforo. Distributore BP. Sempre avanti. Ci troviamo ormai in una viuzza di periferia. Un terzo semaforo. Siamo costretti a immetterci, verso sinistra, nel viale che ci sbarra definitivamente il passo.

L’indicazione, su sfondo verde, Εθνική Οδός, Via Nazionale. Le prestiamo ascolto svoltando a destra poco dopo, in corrispondenza del primo incrocio che troviamo, ampio e semaforizzato. Riconosciamo la strada percorsa arrivando. Ci lasciamo progressivamente alle spalle il caseggiato. Sottopassiamo la Statale e ne imbocchiamo la rampa di accesso. Ci slanciamo in corsa.

Butto un ultimo sguardo di malinconico, doloroso addio alla cittadina che dispiega sullo sfondo la propria sagoma frastagliata. Χαίρετε, Χανιά, stammi bene. Ne sento già la mancanza. Credo di aver sviluppato, coi suoi vicoli e i suoi recessi, un’intimità tale da rendermela cara per sempre.

Nuvole di oleandri bianchi e rosa. Si direbbero gli arbusti da fiore tipici delle grandi arterie mediterranee. Un cartello verde attribuisce a questa, effettivamente, la doppia numerazione, 90 ed E65, riportando, inoltre, la distanza dalle mete principali: Ρέθυμνο, 55 km; Ηράκλειο, 130 km.

Il sole brilla sul parabrezza come un diamante di luce bianca. A destra, seminascosta fra gli alberi, una candida chiesuola giocattolo: Ιερός Ναός Αγίας Παρασκευής. Santa Parascheva, certo, ma Paraskevì in greco è il venerdì, ed era anche il cognome della madre del nostro ex vicino somigliante al cameriere del Muses.

La strada cambia più volte direzione, per adeguarsi agli accidenti della costa; nei tratti in cui l’angolazione è favorevole, si vede la gibigianna danzare sulla nitida superficie marina. Si inoltra nell’entroterra. Verso destra, in fondo, emerge, dietro le ondulazioni più prossime, una cresta di roccia nuda e biancastra, simile al profilo delle Alpi Apuane. Forse si tratta della montagna rasentata nel viaggio tra Festo e Rethimno. La trasparenza dell’aria, come osserva Patrick Leigh Fermor in una pagina del suo libro “Mani”, rende difficile valutare le distanze.

Patrick Leigh Fermor, Mani, Adelphi

Lungo un accenno di curva, di fianco all’avviso dell’autovelox, una freccia, recante il simbolo stilizzato di una testa tonda affacciata tra le pagine aperte di un giornale, segnala lo stradello per raggiungere l’Ινστιτούτο Επαρχιακού Τύπου: ossia, come facilmente appuriamo, l’Istituto Stampa Provinciale.

Subito dopo, su uno spiazzo a bordo carreggiata da cui si gode il vicino panorama delle alture, sorge una piccola tettoia, quasi patetica nella sua esiguità, dove sono in vendita gelati e bibite fredde. Ombrelloni rossi della Coca Cola. Tavolini di legno. Sgabelli. L’insegna, in caratteri occidentali, Despina. Leggendo “Pages grecques”, di Michel Deon (vedi nota), avevo imparato che è un antico modo isolano per dire Signora.

Prezzi della benzina di un distributore a Creta

Filiamo tra la vasta spiaggia e il suo multiforme indotto. A destra, accompagnate da una viabilità parallela, si susseguono ampie e piatte costruzioni; un cartello blu elenca, a designarle, una serie di nomi: Παραλία Κουρνά, Κουρνάς, Δράμια, Κάστελλος, Φυλακή.

Giriamo dentro, per fare il pieno alla stazione di servizio della BP. Sul tabellone luminoso, disposto per terra accanto a una piantina di oleandro, i prezzi non sono leggibili. Ci accudisce una donna tozza e mora. Pago col bancomat. Alla fine, la benzina risulta un po’ meno cara che da noi.

NOTA: Nell’ottobre 2000, in una vetrina di Iràklio, forse quella del Βιβλιοπωλείο di via Evans, la strada che da Piazza Kornaros conduce alla Porta Sud della muraglia veneziana, era esposta la traduzione: Σελίδες για την Ελλάδα.

Ventisettesima parte – Segue

Marco Grassano
Foto di M. Ester Grassano

Didascalie:

  • Le rovine di Kidonia a Chania
  • La spalliera di ruderi scomposti
  • Copertina del libro “Mani” di Patrick Leigh Fermor (Adelphi)
  • I prezzi della benzina illeggibili
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