
Dal catalogo della casa editrice Il Mulino, riferimento obbligato quanto duraturo della saggistica pubblicata in Italia, vorrei segnalare due volumi recenti. Di argomento diverso e interesse sicuro anche se tutt’altro che pacifico. Il primo è il paperback di un lavoro uscito dapprima nel 2006, firmato dal filosofo Remo Bodei, Piramidi di tempo (Storie e teoria del déjà vu), ricognizione a largo raggio fra letteratura e neurofisiologia di un fenomeno esperito probabilmente da ognuno di noi almeno una volta nella vita: avere la netta sensazione di aver già vissuto una situazione che ora ci si ripresenta davanti nello stesso modo.
Da Baudelaire a Ungaretti, da Bergson a Freud alla psichiatria e alle neuroscienze, dalle illuminazioni profane alla persuasione di una specie di epilessia che colpirebbe il lobo temporale sinistro, Bodei affronta il tema da più ottiche, e ogni lettore può trovarvi quella di maggior interesse. Bodei non ha una soluzione per quello che resta sostanzialmente un enigma. Peraltro, “stupore, incredulità e inquietudine” di fronte a quella che ci appare “un’assurdità evidente” hanno contrassegnato l’esperienza di chiunque e non a caso affascinato filosofi, poeti, “scienziati” della psiche.
Se ne occupa già Agostino, che vi vede una “tentazione diabolica”, un frutto avvelenato della cultura pagana, fra la teoria della metempsicosi della linea pitagorico-platonica e l’incubo (nell’ottica cristiana) dell’eterno ritorno. Nietzsche, com’è noto, non se ne preoccupa, anzi, per lui la libertà è “amor fati”: che si ripeta l’”identico” è una benedizione per gli uomini forti. In età moderna l’interesse maggiore per il fenomeno si verifica nella seconda parte dell’Ottocento e in quella iniziale del secolo scorso. Secondo Walter Benjamin – ci avverte Bodei – ciò avviene perché nel modernismo lo scarto fra la memoria del passato e il vortice del presente (scaturigine dello spleen) procura uno shock nel quale il déjà vu assume il significato di una sorta di “risarcimento”.

Trasversale e forse ancora più problematica, impegnativa e credo difficilmente risolutiva la riflessione della ricercatrice Barbara Carnevali su Le apparenze sociali (Una filosofia del prestigio), che tenta di ribaltare la visione storicamente duale fra essere e apparire. Questione gigantesca, il rapporto fra la rappresentazione con una qual certa verità dell’essere. Non a caso, l’uomo estetico è contrapposto sia all’uomo economico che al religioso convinto di una verità dell’anima difficile da afferrare. L’impresa come si vede è ardua, benché, anche qui, soccorrano l’indagine un approccio aperto a discipline differenti, filosofia, letteratura, sociologia.
Carnevali rifiuta ogni sguardo moralistico e/o ideologico (almeno, lei li definisce così), si tratti di Rousseau o di Guy Debord, del quale non contesta l’idea – e come potrebbe? – che viviamo in un regime spettacolare ma gli accenti negativi che egli vi sottolinea come espressione dell’ultima fase del capitalismo. Nel concetto di alienazione di cui parlava il francese, Carnevali vede agire oltre che Marx una sorta di romanticismo che oltrepassa la sua fase storica e si connota come l’illusione di un’esistenza di una realtà umana “vera” contrapposta alle apparenze, incapace di comprendere quanto la mediazione sia non una maschera fittizia ma un modo intrinsecamente dato della vita sociale.
Sarebbero insomma errate le stesse premesse metafisiche. Cui la Carnevali contrappone ad esempio la “strutturale” mondanità della cultura francese, da Moliere a Proust, l’”estetica della socievolezza” in Simmel, il peso inevitabile delle apparenze nella fisionomia anche “interiore” di un individuo per Pirandello (nella cui riflessione sullo specchio di Uno, nessuno e centomila l’esito è opposto a quello della teoria lacaniana) o il principio del vescovo irlandese Berkeley, “esse est percipi”. Solo nel caso del “manierismo snobistico”, nel bovarismo decrittato da Flaubert, Carnevali sembra individuare zone di pericolo, ma più che altro si direbbe perché poi l’arrampicatore sociale o l’imitatore patologico non paiono attrezzati a “gestire” in proprio i modelli di riferimento. L’evidenza straordinaria di una patologia, e una certa sottovalutazione dell’aspetto politico della faccenda, a noi sembra invece più preoccupante.
Michele Lupo
Remo Bodei
Piramidi di tempo
Il Mulino
Pagine 151
12 €
Barbara Carnevali
Le apparenze sociali
Il Mulino
Pagine 222
20 €