Per la decima edizione di “Milano incontra la Grecia” lunedì 10 giugno è andato in scena al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano lo spettacolo “Clean City” di Anestis Azas e Prodromos Tsinikoris, recitato in greco (su un display scorrevano i sopratitoli con la traduzione in italiano e in inglese).

In scena Mabel Matshidiso Mosana, Rositsa Pandalieva, Fredalyn Resurreccion, Drita Shehi e Valentina Ursache a raccontare le vicende di cinque immigrate in Grecia: una sudafricana, una moldava, una filippina, un’albanese e una bulgara. Loro stesse. Sono storie di pregiudizi e luoghi comuni, di sacrifici e sofferenze, di incomprensioni e soprusi (il “greek system” della corruzione è dannatamente simile a quello italiano!).
Ma anche di solidarietà, voglia di vivere – e non solo sopravvivere – e di scoperte. La prima cosa che corrono a visitare ad Atene è naturalmente l’Acropoli! E per Mabel, arrivata dal Sudafrica dell’apartheid, vedere un uomo bianco che lavora per strada è il paradiso (paràdiso, alla greca).
I lavori umili in cui s’impegnano sono l’aspetto meno traumatico della loro condizione d’immigrate. Ci sono lo scoglio della lingua da imparare, il grave problema dei documenti, il peso sul cuore degli affetti lasciati a casa, a migliaia di chilometri di distanza. E poi ci sono gli uomini che ci provano…
Dalla teoria alla prassi
L’unica presenza maschile in scena è un pupazzo ricoperto di bende, una mummia che simboleggia il padrone di casa da servire. Lo spettacolo sarebbe completamente diverso con gli uomini protagonisti, mi viene da pensare. Non che i cinque punti di vista femminili coincidano del tutto: ciascuna, infatti, ha la propria, personale, esperienza, magari più simile a quelle delle concittadine che a quelle delle colleghe. Le filippine, per esempio, hanno stretto un accordo tra loro per non accettare paghe troppo basse, in modo da evitare una fratricida concorrenza al ribasso.

Diversi sono anche i punti di partenza, la formazione scolastica, l’ideologia di riferimento. Uno dei momenti più esilaranti è il racconto della riconversione di un’insegnante, passato dai dogmi del marxismo a quelli del cristianesimo. D’altra parte, riconosce una delle donne, bisogna essere pragmatici!
La Grecia degli ultimi decenni e quella stritolata dalla crisi è la lente d’ingrandimento che permette di osservare le dinamiche dell’immigrazione e dell’emancipazione femminile. Quella delle donne greche che sono uscite dalle loro case per conquistarsi una nuova identità attraverso il lavoro e quella delle immigrate che vi sono entrate per pulirle e prendersi cura di bambini e anziani. Su uno schermo scorrono le immagini di alcuni vecchi spot, con l’aria “L’amour est un oiseau rebelle” della “Carmen” di Bizet (cantata dalla Callas?) a fare da colonna sonora per un detergente.
Il ruolo della musica
La musica ha un ruolo molto importante in “Clean City”, dal tango di Atene, alla canzone “Ola Ta S’agapo” (Tutti i tuoi “Ti amo”) di Notis Sfakianakis, utilizzata da una delle donne per imparare il greco. Un breve “glossario” distribuito all’ingresso informava lo spettatore italiano che Sfakianakis è un “cantante pop greco, nazionalista dichiarato che ha espresso pubblicamente la sua simpatia per i regimi fascisti del 20° secolo”… C’è poco da stare allegri, al di qua e al di là dell’Adriatico!
Meglio cantare sulle note di “She works hard for the money” di Donna Summer e battere le mani a tempo come ha fatto il pubblico in sala, mentre il battipanni veniva impugnato come una chitarra.

La “Città Pulita” non è un’utopia come la Nubicuculìa degli Uccelli di Aristofane. La pulizia a cui si riferisce il titolo è ovviamente quella in cui s’impegnano le protagoniste, ma c’è anche il contraltare del “ripulire la città!”, slogan del partito di estrema destra Alba Dorata che negli anni della crisi più cruda ha visto gonfiarsi i consensi con iniziative come la caccia allo straniero, quando proprio gli immigrati sono stati le prime vittime della crisi.
Vi è mai capitato di camminare per strada e di sentirvi chiedere di recitare l’alfabeto per provare la vostra appartenenza etnica? Oppure di mostrare i denti per verificare lo stato di salute? La richiesta che i compratori di schiavi facevano sull’isola di Delo duemila e passa anni fa, risuona oggi negli uffici di “collocamento” delle città greche. Ma non solo.
Per fortuna ci sono i figli che stanno dando frutto. Attraverso lo sport e la cultura (come il teatro), tra i pochi ascensori sociali ancora in funzione, realizzano se stessi e le aspirazioni dei genitori, pur ancora irretiti nel gioco delle identità e dei passaporti.
“Clean City” è a volte un po’ didascalico, ma punge l’anima degli spettatori suscitando una profonda empatia e alla fine gli applausi sono più che calorosi. Sul palcoscenico poteva esserci chiunque di noi (e non è detto che un giorno…). È la grande lezione di Euripide. Il tragediografo che più di tutti ha dato spazio alle donne e ai vinti compare qua e là, sotto traccia, ma neppure troppo. “È difficile per una donna lasciare i propri figli per curare quelli di un’altra” potrebbe essere una citazione da una sua tragedia.
Saul Stucchi
Foto di Christina Georgiadou
- Qui il programma di “Milano incontra la Grecia” 2019
10 giugno ore 20.30
Piccolo Teatro Studio
Clean City
di Anestis Azas e Prodromos Tsinikoris
Con: Mabel Matshidiso Mosana, Rositsa Pandalieva, Fredalyn Resurreccion, Drita Shehi, Valentina Ursache
Ricerca, testo & regia: Anestis Azas & Prodromos Tsinikoris
Drammaturgia: Margarita Tsomou
Set design & costumi: Eleni Stroulia
Assistente di scena & designer di costumi: Zaira Falirea
Luci: Eliza Alexandropoulou
Musica: Panagiotis Manouilidis
Video: Nikos Pastras
Assistenti alla regia: Andreas Andreou, Ioanna Valsamidou, Liana Taousiani Management di produzione: Vasilis Chrysanthopoulos
Costruzione di burattini: Yiannis Katranitsas
Appare in video: Nelly Kambouri