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Voi siete qui: Biblioteca » Il “San Totò” di Paolo Isotta: un comico per tutti e per sempre

24 Marzo 2021

Il “San Totò” di Paolo Isotta: un comico per tutti e per sempre

È un bene che l’ultima opera del critico e storico della musica Paolo Isotta – autore fra gli altri de “Il ventriloquo di Dio. Thomas Mann: la musica nell’opera letteraria” (1983) e de “La dotta lira. Ovidio e la musica” (2018) – sia dedicata a Totò, anzi a “San Totò”, come lo chiama seguendo una suggestione di Fellini.

È un bene perché, pur non aggiungendo molto di originale all’esegesi del grande genio napoletano, Isotta, venuto a mancare alcune settimane fa, negli stessi giorni in cui Marsilio licenziava il suo libro, ha modo di consegnare alla memoria il meglio di un’intelligenza tagliente e dotta ma fin troppo viziata dal gusto dell’esibizione minoritaria da non allineato, che ha significato rivendicare con orgoglio malriposto inclinazioni francamente dimenticabili, passato fascista compreso. Isotta dichiara subito di non essere un esperto di cinema, anzi di aver visto pochi films (lo scrive così, vezzo fra i tanti per cui andava famoso), confessa i suoi debiti con studiosi e biografi di Totò, di cui si proclama – e a ragione – quasi devoto.

Paolo Isotta, San Totò, Marsilio

La polemica che conduce verso il pregiudizio – ottuso, scolastico, spesso ideologico – degli intellettuali di allora verso l’arte (immensa) di Totò non appartiene più al presente. A ogni modo, nel ritratto generale che ne fa all’inizio e all’interno delle schede di ogni singolo film, Isotta coglie puntigliosamente la natura anarchica, “radicalmente antiborghese”, liberatoria di un’arte somma, eversiva e persino nichilista.

“Per me Totò è un Santo – scrive-, per l’altezza della sua arte, per la gioia da lui per decenni donata a milioni di persone: gente del popolo, piccola borghesia, poi persino alta, ma anche autentici reietti. Per essere riuscito, con la risata che suscitava, a far per un attimo dimenticare a tutti, non solo ai reietti, le loro tragedie… La comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile. Che altro fanno i Santi?”.

La farsa, Totò l’aveva scritta in faccia, con una lievissima smorfia distruggeva secoli di ideologie e millenni di religione, dando spesso il meglio di sé (Isotta ha ragione) nei film cinematograficamente peggiori, quelli in cui più poteva recitare “a soggetto”, in cui meno mediato era il trasferimento dal palcoscenico dei comici dell’arte al grande schermo.

Il suo nonsense improvvisato gli consentiva, da bravo santo, di creare un miracolo: quello di un’arte che se risale a ritroso fino ai fescennini e a Plauto, viene inconsapevolmente aggiornata con le ambizioni più alte, folli, delle avanguardie (spesso rimaste sulla carta della teoria): dal Surrealismo al Dadaismo – (il Totoismo sarebbe impossibile per il banale motivo che come fai a imitare uno così?) – fino a un grande topos del secolo scorso: lo scacco matto al concetto di identità.

Ecco, un artista per cui Isotta può legittimamente scomodare le altitudini di Nietzsche riesce a essere un comico per tutti. A partire da una matrice francamente napoletana, segnata da quella religiosità pagana e dalla familiarità con la morte di cui abbiamo parlato recentemente a proposito di uno studio antropologico qui su ALIBI (Van Loyen, un etnologo tedesco nella “Napoli sepolta”, ndr), l’esperienza creativa del genio non aveva timore di misurarsi con attori superbi, anzi sapeva scegliersi “spalle” di prima grandezza, Peppino De Filippo sopra tutti, ma anche Nino Taranto, Mario Castellani, Aldo Fabrizi.

L’Antonio de Curtis che tiene tanto al suo lignaggio – e v’è chi dubita che fosse davvero figlio di un marchese spiantato -, il piccolo scapestrato del Rione Sanità vestito di stracci quando diventa Totò è sempre antiborghese, mirando con souplesse al mundus inversus che dai Saturnali giunge al carnevale medievale (Isotta trova riferimenti per esempio nella Festa di Piedigrotta “erede cattolicizzata di settembrini riti dionisiaci e priapei”).

Quel corpo leggendario, burattino futurista che dal Café Chantant al Varietà al teatro di Rivista (vedano i più giovani in rete di cosa parliamo) mostrava felicemente a un pubblico cosa fosse l’Assurdo senza conoscere Ionesco o Jarry – senza intellettualismi impliciti o esibiti.

Avesse scritto un manifesto, come usavano le avanguardie, forse la critica coeva sarebbe stata meno stupida. Lunga vita ultraterrena al Genio.

Michele Lupo

Paolo Isotta
San Totò
Marsilio
2021, 302 pagine
19 €

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