Ci sono occasioni nella vita che perdiamo – per motivi vari: dagli impedimenti di forza maggiore alle nostre piccole debolezze personali – e che continuano, poi, a punzecchiarci di rimpianto. Elio Lanteri è stato per me uno di questi “incontri mancati”.
Avevo letto la prima delle due storie qui raccolte, “La ballata della piccola piazza”, e il libro mi era molto piaciuto. All’epoca, trascorrevo mestamente – per ragioni famigliari – le vacanze estive a San Bartolomeo al Mare, a due passi da Imperia, dove Lanteri viveva. Potevo andare a visitarlo semplicemente facendo una gita in bicicletta. Avevo anche trovato il suo numero di telefono, per contattarlo e concordare un appuntamento. Ma non feci mai quella chiamata. Non ero, diciamo, nel periodo “più allegro” della mia vita, e mi mancò quel minimo di entusiasmo necessario. Inutile recriminare adesso. Allora non avrei potuto fare altrimenti.
A risarcimento postumo, redigo qui alcune brevi note sulle opere principali di questo schivo e raffinatissimo artigiano della parola, riunite (a cura di Marino Magliani, e col meritorio sostegno della Fondazione Mario Novaro) nel volume di Transeuropa “Romanzi di frontiera”.

L’ambientazione è la stessa: un paesino dell’entroterra ligure – verosimilmente imperiese, data la vicinanza con le terre provenzali, continuamente evocate. I due protagonisti (che sono poi il medesimo, almeno a giudicare dai nomi menzionati e da alcuni ricordi…) si situano però sui versanti opposti dell’esistenza (e della frontiera): un bambino che scopre man mano le cose, sperimentandole per la prima volta, e un anziano che le fa (forse) per l’ultima.
La scrittura di Lanteri
Si è soliti collocare – l’autore stesso lo faceva – le radici della scrittura di Lanteri tra gli autori francesi e quelli latinoamericani. In effetti, ho trovato una serie di affinità tra la Ballata e il racconto lungo – o romanzo breve, o novella che dir si voglia – di João Guimarães Rosa “Campo geral” (Campagna totale), definito da Antonio Tabucchi – e scusate se è poco – “perla della letteratura universale”: Damìn, come il Miguilim rosiano, ha otto anni, e l’intera narrazione è filtrata attraverso lo sguardo perplesso con cui questo ragazzino esamina il mondo adulto che lo circonda, per lui parecchio enigmatico.
Anche il linguaggio si nutre di analoghe stupefazioni, per esempio nell’osservare gli animali di casa: “È il gatto di Artemisia, non fissa mai la luna rotonda, sa che la luce che emana è il sole dei morti” (Lanteri); “Il gatto Sossõe veniva sottile per il magazzino, per il granaio, inventariando i topi (…). Dormiva la cavità del tempo” (Guimarães Rosa).
Ma di parentele stilistiche tra i due testi se ne possono riscontrare un po’ dovunque: “L’erba migliore è sul poggio dell’Uvaira, che sembra una prua di nave protesa sull’orizzonte, dove il vento deposita il salino e il latte munto profuma di erbe aromatiche e di mare” (Lanteri); “Stava per venire quel temporale, e già se ne sentiva l’ultima minaccia che entrava nell’odore dell’aria (…) A volte vorrei vedere il mare, solo per non avere una tristezza” (Rosa)…
Da Sbarbaro a Saramago
Lungo le pagine, echeggiano anche altri autori, nostrani stavolta: Sbarbaro (“Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola d’ombre fra i lentischi”, “Le nuvole macchiavano le colline di zone d’ombra in movimento”); Montale (“Sul bosco, solitario, ruotava un falchetto”); Pavese (“Dalla finestra socchiusa si udiva provenire dal pozzo il gracchiare delle rane, io mi sentivo scivolare lentamente nell’imbuto del sonno”); Nico Orengo (“La signora non sarà mica una suora scappata da un convento?”) e naturalmente, quasi a ogni passo, l’amico Francesco Biamonti.
Il finale, nel quale si ripresentano tutti assieme i personaggi morti nel corso della vicenda, richiama invece, a mio avviso, José Saramago, “Levantado do chão” (“Sollevato da terra”; il titolo della traduzione italiana è però “Una terra chiamata Alentejo”), libro che termina anch’esso con una sfilata di personaggi “che si sono assentati”.
“Sopra il costato dell’Uvaira, stava la figura umana di Giacco, circondata dalle pecore. E vidi zio Pié accanto a un muro che porgeva una pietra a suo figlio Rubé. Tutto era immobile, ed essi ruotavano. La nonna seduta su una panca con un foulard nero in testa. Teneva una bambina in grembo e le cantava: Nana, pupun de peza… Zia Diomira stringeva al seno la sua bambola di legno. E c’era Jose al centro, voltava la schiena e guardava lontano la luce di Venere. E davanti a tutti stava Nicò, coi pantaloni corti…” scrive Lanteri.
E Saramago: “João Mau-Tempo passa il suo braccio di fumo invisibile sulla spalla di Faustina, che non sente né prova nulla, ma si mette a cantare, esitante, una vecchia canzoncina, mentre noi, guardando da lontano, da lassù, dall’altitudine del nibbio, possiamo vedere Augusto Pintéu, morto assieme alle sue mule in una notte di tempesta, e dietro di lui, quasi aggrappata, la moglie Cipriana, e c’è pure la guardia José Calmedo, in abiti borghesi… Camminano tutti assieme…”.
Bellezza struggente
“La conca del tempo” riporta in scena, come dicevamo, un Damìn giunto all’altra estremità della vita. Un personaggio sobriamente malinconico, che indulge ai ricordi e che passa le giornate a ripercorrere i vecchi sentieri dell’infanzia e a bere con gli amici superstiti vino locale e liquori francesi.
Lo stile si fa leggermente più asciutto, quasi cristallino, pur presentando ancora ripetuti echi biamontiani (“Dalla mia finestra si vedeva il cielo, alla sera stridevano i gabbiani, nei giorni di magra volavano al rumentaio con grida laceranti, trasportando sulle ali il mare”) o sbarbariani (“Come in un dipinto antico è sparita la stazione”).
Compaiono versi e parole in lingua castigliana, e un’allusione cinematografica a François Truffaut (“Quattrocento colpi subisce un uomo nella vita”). La battuta finale (“Forse Ismael è immortale”) richiama espressamente l’attacco di “Moby Dick” – suggestione ricevuta, credo, attraverso sia Pavese che Jean Giono, autori amati da Lanteri, entrambi traduttori e commentatori del capolavoro melvilliano.
In libri come questi non è possibile – e sarebbe anzi fuorviante – riassumere la trama, materiati come sono di sensazioni, immagini e ricordi più che di accadimenti. Ma è proprio in ciò che risiede la loro forza, la loro struggente bellezza.
L’avventura che ci propongono è tutta interiore, giocata tra emozioni e paesaggi contemplati in silenzio. Lanteri non è Wilbur Smith – e la cosa, devo dire, va decisamente a suo vantaggio. Per questo ho letto e riletto lui anziché Smith, per questo lo raccomando caldamente a chi, incuriosito, vorrà scoprirlo e farsi tenere compagnia dalle sue “parole adatte” (come recitava un titolo del poeta rumeno Tudor Arghezi reso in italiano da Salvatore Quasimodo).
Marco Grassano
Elio Lanteri
Romanzi di frontiera
Transeuropa
Collana Narratori delle riserve
2018, 266 pagine
18 €