• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa alla barra laterale primaria
  • Passa al piè di pagina
  • Luoghi
    • Italia
    • Europa
    • Mondo
    • A letto con ALIBI
  • Mostre
    • Arte
    • Fotografia
    • Storia
  • Spettacoli
    • Teatro & Cinema
    • Musica & Danza
  • Biblioteca
  • Interviste
  • Egitti

Alibi Online

Voi siete qui: Biblioteca » Il Misopogon dell’imperatore Giuliano, detto l’Apostata

2 Settembre 2020

Il Misopogon dell’imperatore Giuliano, detto l’Apostata

E così, dopo “La lettera a Temistio”, siamo arrivati – a grande richiesta – alla seconda puntata su Giuliano detto l’Apostata. Il “Misopogon” è l’opera più importante tra quelle che son giunte fino a noi.

È stato composto tra il 361 ed il 362, quando Giuliano si trovava ad Antiochia, per preparare la spedizione militare contro i Parti. Spedizione fatale, perché sarà quella in cui perderà la vita, a soli 32 anni. Antiochia, in quel tempo era una delle città più floride dell’impero romano e i suoi abitanti erano per la gran parte cristiani.

Vedendo la situazione con gli occhi di oggi, ci troviamo di fronte a un paradosso: secondo il nostro metro di giudizio, i cristiani sono quelli che si preoccupano dell’anima e non si curano dei piaceri del corpo, mentre i pagani ci appaiono più lascivi e viziosi. Invece, tanto Giuliano è austero e morigerato nel suo paganesimo, quanto gli Antiocheni sono dediti al lusso e alla mondanità.

Antipatia reciproca

Scoppia subito l’antipatia reciproca (alimentata anche da alcuni episodi di frizione) che culmina con l’affissione sui muri della città di epigrammi che deridono il carattere irascibile di Giuliano, la sua lunga barba incolta e la sua mancanza di senso dell’umorismo.

L’imperatore, però, a questo punto, fa qualcosa di inaspettato: anziché reprimere con la forza i suoi detrattori, compone un’ironica autodifesa (il “Misopogon”, appunto) che fa affiggere alle porte del palazzo imperiale.

“…nessuna legge vieta di scrivere elogi o biasimi nei propri confronti. Sebbene desideri molto elogiarmi, non posso; di ragioni per biasimarmi ne ho mille, e comincerò in primo luogo dal viso…”

Il libello, come per le altre opere di Giuliano, viene composto in poco tempo, in lingua greca. Il titolo, che può essere tradotto come “L’odiatore della barba”, presenta i caratteri tipici di una diatriba filosofica (frequente nella letteratura greca), ma si distingue da lavori simili, perché l’imperatore dopo un po’ se ne discosta e racconta anche vicende personali.

In barba ai filosofi

La barba del titolo merita una piccolo approfondimento. Nell’antichità classica i filosofi o i pensatori in genere non si preoccupavano del loro aspetto fisico: portavano barbe incolte, capelli non alla moda e avevano scarsa cura della persona. Tutto questo come a voler significare che l’essenza dell’uomo non è certo nella sua esteriorità, ma nelle qualità che ciascuno ha dentro di sé.

La barba folta – caratteristica delle ultime monete di Giuliano Augusto – rappresenta per l’imperatore l’intenzione ostentata di rimanere un filosofo sotto il diadema. È un segno di fedeltà al voto di filosofia.

“…ad un viso simile, che per natura penso, non è né molto bello, né nobile, né fresco, per stranezza e misantropia, io stesso ho aggiunto questa folta barba, per fargli appunto scontare il fatto di non essere bello per natura […] Voi dite che con questi peli bisognerebbe intrecciare corde; da parte mia sono pronto a darveli, se solo riuscirete a strapparli e la loro durezza non recherà danni alle vostre mani delicate e morbide…”

Ironia e invettiva

Ma non è facile mantenere sempre un tono ironico. Così accade che in diversi punti del suo libello Giuliano si lasci poi andare all’invettiva contro gli Antiocheni e i loro costumi.

Comunque, tra le pagine più belle dell’opera, ci sono i ricordi legati alla sua infanzia e agli insegnamenti che gli aveva elargito il suo pedagogo Mardonio.

“Il mio precettore mi diceva spesso quando ero ancora un ragazzo: «Non lasciarti persuadere a fremere per spettacoli simili dalla moltitudine dei tuoi coetanei che affolla i teatri. Desideri corse di cavalli? Ce n’è una in Omero descritta alla perfezione; prendi il libro e leggilo fino in fondo. Senti parlare di danzatori pantomimi? Lasciali perdere; i giovani presso i Feaci danzano in modo più virile; tu hai Femio come citaredo e Demodoco come cantore.»”.

Una dichiarazione solenne e precisa riguardo al mondo culturale nel quale cresce e si identifica il giovane imperatore.

Per questo, analizzando più a fondo il “Misopogon” o l’intera disputa tra Giuliano e Antiochia, si intuisce in modo netto come alla base dell’avversione reciproca ci sia una diversa Weltanschauung (“concezione della vita e del mondo”). Giuliano conduce – anche in questa opera – una vana battaglia in difesa dei valori della civiltà greca che stanno per essere soppiantati dall’avanzare del Cristianesimo.

Note e curiosità

Giuliano e la sua disputa con gli Antiocheni sono stati presi come esempio da illustri pensatori moderni, che hanno esaltato il coraggio delle sue idee: è un campione illuminista da Voltaire in poi, un eroe romantico e sventurato per altri.

Il più famoso ed entusiasta estimatore del “Misopogon”, resta, però, Giacomo Leopardi:

Degli scritti di Giuliano Imperatore, che in tutti gli altri è sofista e spesso non tollerabile, il più giudizioso e lodevole è la diceria che si intitola Misopogone, cioè “contro alla barba”, dove risponde ai motti e alle maldicenze di quelli di Antiochia contro di lui. Nella quale operetta, lasciando degli altri pregi, egli non è molto inferiore a Luciano né di grazia comica, né di copia, acutezza e vivacità di sali…”.

Chiudo con una curiosità. In quel di Monterotondo (Roma), si trova una libreria dell’usato “che si propone di valorizzare la bibliodiversità, l’amore per l’oggetto libro e la libertà di pensiero”. Prende nome dall’opera di Giuliano, perché – a loro parere – il “Misopogon” è l’esempio migliore di come si possa rispondere alle calunnie non con la repressione, ma con l’ironia.

L S D

Giuliano Imperatore
Alla madre degli dei (e altri discorsi)
A cura di Jacques Fontaine, Carlo Prato, Arnaldo Marcone
Fondazione Lorenzo Valla
2013, 480 pagine
30 €

Tweet
Share
0 Condivisioni

Archiviato in:Biblioteca

Barra laterale primaria

Articoli recenti

  • “Everybody wants to be a cat”: mostra di Simone Cozzi
  • A Milano tornano “I giorni dell’ostinazione”
  • “Le armoniose stagioni” di Vivaldi al Conservatorio di Torino
  • “La più bella. La versione di Elena” di Brunella Schisa
  • Recensione del romanzo “Orbital” di Samantha Harvey

Footer

INFORMAZIONI

  • Chi siamo
  • Contatti
  • Informativa privacy & Cookie

La rivista online

ALIBI Online è una rivista digitale di turismo culturale, diretta dal giornalista Saul Stucchi. Si occupa di mostre d'arte, storia e archeologia, di cinema e teatro, di libri di narrativa e di saggistica, di viaggi in Italia e in Europa (con particolare attenzione alle capitali come Parigi, Madrid e Londra). Propone approfondimenti sulla cultura e la società attraverso interviste a scrittori, giornalisti, artisti e curatori di esposizioni.

Copyright © 2026 · ALIBI Online - Testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano; reg. n° 213 8 maggio 2009
Direttore Responsabile Saul Stucchi