Eva Meijer è una scrittrice olandese che si muove fra fiction, ricerca saggistica, filosofia e Animal Studies. Questa inclinazione ibrida è particolarmente palese nell’ultimo libro, I limiti del mio linguaggio, licenziato come gli altri in italiano da Nottetempo (ricordiamo fra gli altri Linguaggi animali. Le conversazioni segrete del mondo vivente e il romanzo Il nuovo fiume).
Quest’ultima prova intreccia le varie possibilità espressive della Meijer in un sorta di personal essay, che ha per tema la depressione. Meijer la racconta, la descrive, ne articola le letture medico-culturali più diffuse intersecando la prospettiva autobiografica con apporti letterari, scientifici e filosofici. Suggerisce persino modi per uscirne. Da studiosa, manovra di continuo il punto di vista, dall’esperienza personale (in particolare gli anni dell’anoressia) alle prospettive teoriche più diffuse.

Al centro delle riflessioni sta il corpo: è il corpo che subisce la depressione, il corpo – i suoi moti – aiuta a combatterla. Se, secondo impostazione che è propria della sua ricerca, la vicenda umana s’inscrive dentro un paesaggio animale più vasto, la parola, che pure non esaurisce l’esperienza, determina una distinzione in cui si gioca parte di quella terribile sventura che può essere la depressione.
Nominarla, indicarne gli oggetti fantasmatici che la compongono, che ghiacciano l’esistenza di chi ne è vittima, integra nella possibile cura il linguaggio, che però non può nascondere la frattura, la crepa immane che separa il depresso dalla vita.
Questi limiti del linguaggio sono intanto propri all’esperienza di chi sprofonda dentro il male di vivere e percepisce il mondo in un’opacità grigia obnubilante, in un presente reiterato e nello stesso tempo immobile, insensato, che il depresso fatica a decifrare. L’importanza di nominare le cose non deve farci tuttavia perdere di vista che dire depressione è dire disperazione: non è detto che davvero possiamo fare qualcosa con/per la persona sofferente.
Inoltre, i limiti del linguaggio possono segnare anche la pratica dialogica con il terapeuta, pure benvenuta, e infine, ma soprattutto, pertengono al discorso teorico che imbastiamo sulla depressione. “Con le parole possiamo, sì, delineare una mappa di ciò che sentiamo, ma quelle parole non sono ciò che sentiamo”, scrive Meijer che non a caso chiama in causa spesso Wittgenstein (che sull’argomento aveva conoscenze di prima mano e sul linguaggio scrisse parole fondamentali).
“Si usano parole grosse quando si parla di depressione”: Meijer prova a dar conto della lunga serie di cadute e faticose riemersioni della sua vita, ma lo fa con piglio mirabile per la capacità di tenere insieme le riflessioni più acute – e culturalmente attrezzate – con la fermezza (esplicitamente evocata) di guardare con sospetto alle metafore iperboliche; e soprattutto mostrando di scegliere soluzioni pragmatiche – passeggiare, correre, accettare le fasi più drammatiche con la circospezione di chi sa, di chi sa anche che ogni volta potresti non farcela.
Non solo, Meijer non nasconde l’atteggiamento prudenziale che ha dovuto assumere per tenersi alla larga dal pericolo di ripiombare nel male che l’ha afflitta per diverso tempo, compreso quello di tenere in sospetto l’innamoramento e preferire la compagnia degli animali.
Il lavoro soprattutto sembra per Meijer il mezzo più idoneo per tenersi dentro un margine di ragionevole sicurezza. E del lavoro fa parte la ricognizione in un testo seppur breve di concezioni che hanno contribuito – non necessariamente in un verso virtuoso – alla tradizione culturale sul tema, dall’antica teoria degli umori al metodo genealogico di Foucault.
Meijer conosce i confini della terapia cognitivo-comportamentale ma guarda anche ai risultati (li ha positivamente sperimentati sulla propria pelle), rispetta il socratico “conosci te stesso” ma dubita che possa funzionare sempre, anzi, la pratica del mettere da parte i pensieri negativi (spesso legati, secondo Freud, a una bassa autostima) può risultare più efficace.
Seraficamente determinata a riconoscere nel discorso sulla depressione un campo di possibilità eteroclite: c’è la genetica e c’è la dimensione socio-economica, c’è il rallentamento nel lavoro della corteccia pre-frontale e la consapevolezza filosofica dell’insensatezza dell’esistenza: tutto vero, tutto utile, tutto possibile, compresa la stoica accettazione della morte, di risolversi per essa se la propria è costretta a restare una vita di merda: ma perché “non abbracciare l’assurdo” come voleva Camus? E saperne ridere, altrimenti che filosofia è?
Michele Lupo
Eva Meijer
I limiti del mio linguaggio
Piccola indagine filosofica sulla depressione
Traduzione di Chiara Nardo
Nottetempo
2024, 120 pagine
15 €