Recensione di “Le vie dell’acqua”, di AA.VV. (Donzelli editore, serie “Civiltà Appennino”).
In un’intervista televisiva di ormai qualche lustro fa, il cantautore astigiano Paolo Conte affermò che quando un fiume attraversa un abitato ha sempre qualche storia da raccontare, purché trovi finestre aperte per accoglierne la voce.
Nel mio Comune d’origine, oggi denominato Alluvioni Piovera, posto sulla confluenza del Tanaro nel Po, sorgeva anticamente il porto fluviale di Sparvara. Non è difficile immaginare quale vita vi potesse aver luogo, pur in quell’epoca così remota: merci e carri arrivavano e sostavano, attendendo di essere traghettati; conversazioni, pigre o animate, si dipanavano al tremulo riverbero delle fiamme dei bivacchi, che strappavano globi di vita alle tenebre notturne; imbarcazioni risalivano e scendevano la corrente; pescatori stendevano e tiravano le reti… Tra questi personaggi del fiume, tra queste figure ormai leggendarie, fluiva, parallelo a quello d’acqua, un corso di parole, di storie, arricchendo la memoria di ognuno con le esperienze degli altri.

Proprio nell’ottica del ricuperare alla narrazione porzioni di esistenza, l’editore Donzelli, in collaborazione con la Fondazione Appennino, ha appena pubblicato, nella collana “Saggine”, il secondo volume di una serie dedicata alla “spina dorsale” d’Italia: “Le vie dell’acqua – L’Appennino raccontato attraverso i fiumi” (segue “Civiltà Appennino – L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni”, ndr).
Nella loro presentazione, Piero e Gianni Lacorazza così inquadrano l’opera: “Un ponte collega una sponda del fiume all’altra, un fiume collega un’epoca all’altra trasportando con sé storia. E poi i fiumi collegano i territori, li uniscono. (…) Il libro è un viaggio su diverse imbarcazioni della letteratura, che descrivono i loro percorsi sopra e dentro l’acqua, aprendo le proprie dighe e facendo scorrere i loro più intimi fiumi di parole che portano a valle e consegnano al mare esperienze, conoscenze, emozioni”.
Sette autori contemporanei raccontano, in altrettanti testi, il proprio rapporto con l’acqua e il ruolo da questa rivestito nella loro formazione.
Sette autori all’opera
Laura Bosio, partendo dalla suggestione di un noto verso di Baudelaire (“Homme libre, toujours tu chériras la mer!”), parla del mare, che divide ma anche unisce le terre in mezzo alle quali si estende (medi-terraneus), essendo via di comunicazione da percorrere per spostarsi dall’una all’altra.
Il parmense Guido Conti si abbandona invece alla corrente del suo Po, e la segue assistito dalle parole di Petrarca, di Tasso, di Giuseppe Pederiali, di Esiodo, di Ovidio, di Alberto Bevilacqua, di Cesare Zavattini, di Tonino Guerra, di Giovannino Guareschi e di Giuseppe Tonna.
Donatella di Pietrantonio racconta, con la sua bella prosa dall’espressività e dalla precisione ritmica di forte impronta pavesiana, la vita di una “cìtila” – cioè di una bambina, che altri non è se non lei stessa – sulle rive di alcuni fiumi abruzzesi.
Le Alpi, dalle cui pendici nascono, a breve distanza, sia la serpeggiante Durance che il solenne Po, sono il palcoscenico sul quale il torinese Carlo Grande fa muovere i suoi evanescenti personaggi, giunti fin qui dalla Cina.
Più saggistico è il notevole intervento di Giuseppe Lupo, nel quale l’autore tratteggia le linee lungo le quali si è mossa – e soprattutto si dovrebbe muovere – la narrativa in Italia, per rappresentare efficacemente le caratteristiche del nostro complesso territorio. Quel che andrebbe preso in considerazione è il racconto epico: “Un tal genere di romanzo, che unisce la storia all’antropologia e che negli anni ottanta si è affermato con successo, credo sia destinato a durare nei nostri anni perché è il più vicino ai modelli che presidiano l’immaginario occidentale: il libro di guerra e il libro di viaggio, cioè le due tipologie narrative che stanno a monte di Omero” afferma.
Raffaele Nigro, sulla scorta della poesia “I fiumi” di Giuseppe Ungaretti, rivisita i propri trascorsi coi corpi idrici, nelle terre che furono di Quinto Orazio Flacco e che hanno animato i libri che Nigro stesso è venuto componendo. Per lo sviluppo della sua narrativa, è stata determinante la scoperta di William Faulkner, ma soprattutto di Gabriel García Márquez, col “realismo magico” dei contadini colombiani così simili, per certi versi, a quelli del Basento.
Laura Pariani, infine, con lo stesso tono di rassegnata malinconia che soffonde l’ultimo libro della compianta Pia Pera, ci fa passare dai laghi e dai dolci fiumi lombardi – lungo le cui rive ha trascorso gran parte della vita – alle gigantesche proporzioni e agli animali mostruosi dei ríos sudamericani (qui emerge invece la lezione dell’altro grande autore colombiano, Álvaro Mutis, col suo magnifico romanzo “La neve dell’Ammiraglio”), e poi ancora più in là, risalendo le pendici delle Ande. Da una delle loro vette, una sola sorgiva alimenta il flusso d’acqua rivolto al Pacifico e quello che divalla verso l’Atlantico.
Non mi soffermo sui dettagli, che il lettore scoprirà agevolmente da sé. Ma è anche per via del mio mestiere, nel campo della tutela e valorizzazione risorse idriche, che mi sento di raccomandare questo piccolo grande volume. Perché, come proclamava già Pindaro, Ἄριστον μὲν ὕδωρ (Áriston men hýdor), ossia: “il bene supremo [è] l’acqua”.
Ecco, buona acqua a tutti…
Marco Grassano
AA.VV.
Le vie dell’acqua
L’Appennino raccontato attraverso i fiumi
Volume della serie «Civiltà Appennino» a cura della Fondazione Appennino Presentazione di Piero Lacorazza e Gianni Lacorazza
Donzelli, Saggine, n. 341
2020, pagine 200
17 €