Come ho fatto poco tempo fa con “Il laureato”, prendo l’occasione la morte di Jean-Luc Godard, avvenuta il 13 settembre scorso, per concludere un discorso: quello sulla Nouvelle Vague.
Avevo già parlato della “nuova onda” in occasione de “La signora della porta accanto”. Adesso aggiungo qualche notizia che in precedenza avevo tralasciato.
Siamo alla fine degli anni Cinquanta. In Francia si vive una crisi politica profonda a causa della guerra fredda in Europa e nel mondo, e della guerra “calda” che viene combattuta in Algeria (1954-1962). Il cinema del periodo cerca di rifondare una specie di morale nazionale, raccontando storie in cui i personaggi e i loro dialoghi sono lontani dalla realtà quotidiana e da quello che si agita nelle strade e nelle piazze.
La Nouvelle Vague
La Nouvelle Vague nasce dall’esigenza che un gruppo di giovani registi sente di portare sullo schermo opere che davvero riescano a testimoniare la vita della gente comune. La caratteristica principale di questi nuovi autori è la sincerità con cui costruiscono i loro lavori. Si gira con pochi soldi a disposizione, senza teatri di posa, nelle strade, negli appartamenti.
Il cinema deve essere lo splendore del vero”
Jean-Luc Godard
Per realizzare le pellicole viene eliminato ogni sorta di artificio che possa nascondere la realtà: niente proiettori, niente costose attrezzature, le scenografie sono semplici e di solito si gira alla luce del sole; spesso gli attori sono alle prime prove, le riprese sono effettuate con una camera a mano e la troupe è ridotta al minimo indispensabile. Il risparmio sulle spese fa sì che molte volte il regista sia in grado di autoprodurre la propria opera senza dover ricorrere alla case di distribuzione.

Si sviluppa la “politica degli autori”, in base alla quale un film non coincide con la sceneggiatura, con gli attori o con la scenografia, ma con chi l’ha girato. Questa sovranità non è solo teorica, ma anche pratica. Il cinema si stacca da una forma impersonale e fredda per portare in scena i turbamenti e le riflessioni del regista e quindi, per avvicinarsi sempre più alla vera anima delle cose.
Primo film della Nouvelle Vague viene considerato “Le beau Serge” (1958) di Claude Chabrol, ma la consacrazione per il movimento arriva l’anno successivo con “I quattrocento colpi” di François Truffaut che vince al Festival di Cannes il premio per la migliore regia. Dopo un breve periodo in cui i produttori e il pubblico si dedicano al nuovo modo di fare cinema, già nel 1960 a causa di alcuni insuccessi, lentamente si assiste a un ritorno ai lavori più tradizionali.
L’unico, irriducibile, continuatore della poetica del movimento rimane Jean-Luc Godard che, fino all’ultimo, continuerà a confezionare opere fedeli allo spirito originario.
È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico”.
Jean-Luc Godard
Appare inevitabile che con l’arrivo del Sessantotto i giovani parigini si sentano attratti da un autore che, con ostinazione, porta avanti le sue idee. Tuttavia, con il passare degli anni, le sue pellicole diventano sempre più “autoriali”, ma in senso negativo: spesso l’intento politico o semplicemente il desiderio di rottura con il cinema precedente lo portano a confezionare film che conservano poco del prodotto artistico a tutto vantaggio dell’ideologia.
La vita
Della lunga vita di Jean-Luc Godard (1930-2022) ricordo che, nato a Parigi da una famiglia della medio alta borghesia, frequenta le scuole in Svizzera, a Nyon, sul lago Lemano. Nel 1949 ritorna nella capitale per iscriversi alla Sorbonne, da cui esce con un diploma in etnologia. Indi si dedica al cinema, bazzicando nei vari cine club parigini, prima di arrivare ai Cahiers du Cinéma.
Noi ci consideravamo tutti, ai ‘Cahiers du Cinéma’, come futuri registi. Frequentare i cineclub e la Cinémathèque era già pensare cinema e pensare al cinema. Scrivere era già fare del cinema, perché tra scrivere e girare c’è una differenza quantitativa e non qualitativa”
Jean-Luc Godard
È rimasto leggendario il suo carattere scostante e distaccato, al punto che, fin dal 1977, lascia Parigi e la Francia per ritirarsi a Rolle, sulle sponde del lago Lemano.
Il film che ho scelto è il primo fra i suoi lungometraggi. Mi piace ricordare, però, anche “Il disprezzo”(1963), “La cinese”(1967), “Crepa padrone, va tutto bene” (1972), “Prénom Carmen” (1983) e “Je vous salue, Marie” (1985). Non considerando le varie altre attività e restando nell’ambito del cinema, nel 2011 ha ricevuto l’Oscar alla carriera e nel 2018 la Palma d’oro speciale a Cannes per “Le livre d’image”.
Fino all’ultimo respiro
Resta da parlare di “Fino all’ultimo respiro”. Ma, in questo caso, ho poco da aggiungere a quanto scritto prima. Questa pellicola presenta, infatti, tutti i caratteri tipici della Nouvelle Vague: camera a mano, inquadrature, montaggio, ripetizioni (ad esempio, pochi secondi di narrazione con decine di inquadrature apparentemente identiche).
Il budget è estremamente contenuto (circa 45 milioni di franchi) e il film è girato in poche settimane (dal 17 agosto al 15 settembre). Si racconta che Godard prendesse le decisioni sulla sceneggiatura di giorno in giorno e, non usando il cavalletto per le carrellate, spesso doveva riprendere gli attori con una macchina da presa nascosta in una bicicletta.
Un condannato a morte sale sul patibolo. Scivola sullo scalino e dice: – Un altro po’ e morivo.”
Michel Poiccard, il protagonista
Per collegarmi, in chiusura, all’inizio del pezzo è necessario anche ricordare come Jean-Luc sia stato una fonte d’ispirazione per molti registi della New Hollywood. Quentin Tarantino ha chiamato la sua casa di produzione “A Band Apart”, prendendo spunto dal film “Bande à part” di Godard del 1964.
Note e curiosità
Tornando alla Nouvelle Vague, si può ritenere che l’anima del movimento fossero, lasciando per un attimo da parte gli altri autori, Truffaut e Godard. Il loro rapporto è stato complesso, ma si è guastato nel tempo. Dopo una serie di battibecchi e di lettere velenose, si arriva a una violenta separazione. Truffaut definisce Godard “l’Ursula Andress della militanza”, mentre Jean-Luc accusa l’altro di eccesso di commercializzazione. Tuttavia alla morte prematura di Truffaut, nel 1984, Godard scrive un commovente omaggio per il suo ex amico.
Una piccola curiosità linguistica. I critici dei Cahiers du Cinéma (François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer e Claude Chabrol), per segnare la rottura con il passato, si autonominarono “Giovani Turchi”. L’appellativo ricorre spesso nella storia, non solo nel campo artistico.
Per ultimo ho lasciato la morte di Jean-Luc Godard. Da quanto riferito dal quotidiano francese Libération, si è trattato di suicidio assistito in Svizzera, dove la pratica è legale.
Non era malato, era solo esausto. È stata una sua decisione e per lui era importante che si sapesse”.
Una fonte vicina al regista
L S D
L’immagine è presa da Wikipedia
Fino all’ultimo respiro
- Regia: Jean-Luc Godard
- Soggetto: François Truffaut
- Sceneggiatura: Jean-Luc Godard
- Interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Henri-Jacques Huet, Roger Hanin