Sono in debito con il cinema tedesco. Mi spiego meglio. Anni fa, parlando di Fassbinder e poi di Wenders accennai al fatto che i due appartenessero al movimento di rinascita del cinema in Germania. Ora, approfitto del film Il tamburo di latta di Volker Schlöndorff (1979) per illustrare meglio lo “Junger Deutscher Film”.

Il discorso è lungo e complesso, ma cercherò di condensarlo in poche righe. Il 28 febbraio 1962, nella Bundesrepublik Deutschland, in un’affollata conferenza stampa all’VIII Festival del cortometraggio di Oberhausen, viene letta una dichiarazione di ventisei giovani cineasti, i quali sostengono che “il vecchio cinema è morto e che credono in quello nuovo”. Questo passa per essere il Manifesto di Oberhausen.
Il movimento nasce in opposizione al cinema commerciale, al di fuori dei tradizionali canali dell’industria cinematografica e subisce l’influenza di tutto quanto sta avvenendo in altri campi: nell’architettura, nella musica colta elettronica, nella letteratura postbellica, nella filosofia esistenzialista, nella scuola di Francoforte e nel marxismo brechtiano. Naturalmente, nella Settima arte, è condizionato dal Neorealismo italiano e dalla Nouvelle Vague francese.
Tra i fondatori posso ricordare Alexander Kluge, Edgar Reitz ed Herbert Vesely. Ad essi si aggiungono in seguito Schlöndorff, Margarethe Von Trotta, Jean-Marie Straub e Daniele Huillet, fino ad arrivare a Fassbinder, a Wenders, a Werner Herzog.
Volker è uno degli artisti di punta dello Junger Deutscher, soprattutto allorché collabora a una serie di film collettivi, che vogliono opporsi alla situazione politica della Germania: il migliore tra questi lavori è sicuramente Deutschland im Herbst (“Germania in autunno”, 1978). Gli altri suoi lavori, almeno quelli più riusciti partono da sceneggiature non sue o, più spesso, da opere letterarie, come appunto, per Il tamburo di latta.
Il regista
Ma, prima di parlare del film che ho scelto, dirò qualcosa sulla sua vita. Schlöndorff nasce nel 1939 a Wiesbaden. Nel 1956 si trasferisce con la famiglia a Parigi, dove si laurea in Scienze Politiche. Nello stesso tempo, però, frequenta la Cinémathèque e vede centinaia di pellicole. Dopo aver frequentato l’Institut des hautes études cinématographiques, entra nel mondo della celluloide, come assistente per Louis Malle, Jean-Pierre Melville e Alain Resnais.
Esordisce nella regia con I turbamenti del giovane Törless, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Musil. Nel 1971 sposa l’attrice/regista Margarethe Von Trotta e insieme dirigono Il caso Katharina Blum (1975). Negli anni Ottanta si trasferisce negli USA e vi realizza altri tre lavori, di cui il più significativo è Morte di un commesso viaggiatore, adattamento dal dramma di Arthur Miller, con protagonista Dustin Hoffman.
Formatosi nel fuoco della Nouvelle Vague, cerca di portare nella cinematografia d’autore tedesca un elemento di popolarità unito all’impegno socio-politico. Questo tentativo gli riesce meglio quando si trova a trasporre su pellicola opere letterarie, anche se l’accusa che gli viene rivolta è quella di essere formalmente ineccepibile, ma spesso troppo didascalico. Viene considerato un solido metteur en scène, più che un autore nel senso pieno della parola.
Quest’ultima considerazione vale solo in parte per Il tamburo di latta (in orig. “Blechtrommel”).
Detto che la pellicola è derivata dall’omonimo romanzo di Günter Grass, il lavoro del regista tedesco è sicuramente interessante, anche se nel passaggio di medium vanno perse molte delle sfumature presenti nel libro.
“Che cose strane si fanno, quando il destino irrompe sulla scena” (Oskar)
Oskar
Il protagonista della storia è Oskar, un bimbo di cui si racconta la vita dal momento in cui viene concepito fino all’età adulta. La particolarità di Oskar è che, a tre anni, prende la decisione di non crescere più nel corpo e di accompagnarsi solo con il suo fido tamburino di latta.
In realtà la scelta è basata sul disgusto che prova verso il mondo degli adulti in cui rifiuta di riconoscersi. La sua vicenda è ambientata a Danzica e attraversa le varie stagioni della storia tedesca dall’ascesa del nazismo sino alla sua caduta.
“Cos’altro mi resta da dire: nato sotto lampadine, all’età di tre anni interrotta di proposito la crescita, ricevuto tamburo, sfracellato vetro, annusato vaniglia, tossito in chiesa […] arrestato, condannato, rinchiuso, tra poco assolto, celebro oggi il mio trentesimo compleanno e ho sempre paura della Cuoca Nera – amen” (Oskar)
Le vicissitudini del piccolo Oskar sono una chiara allegoria della condizione del popolo tedesco: nascendo intelligente ma deforme, simboleggia la Germania nata da un insieme di idee orripilanti, come quella della razza e della supremazia nazista. Nella conclusione del film, con l’accettazione della crescita, arriva la presa di coscienza per gli orrori commessi e la possibilità di una rinascita.
Il libro è ovviamente più complesso di quanto la pellicola possa mostrare e alla sceneggiatura hanno messo mano, oltre a Schlöndorff, Jean-Claude Carriere, Franz Seitz e lo stesso Grass.
A proposito di Günter Grass, nato proprio a Danzica nel 1927 e morto a Lubecca nel 2015, si racconta come la sua ossessione fosse legata al nazismo: a 17 anni era entrato nelle famigerate Waffen SS e ha trascorso la vita a impegnarsi perché la Germania si riscattasse dal suo terribile passato.
“L’orologio camminava e io non sapevo se valutare come un segno buono o cattivo l’imperturbabilità del tempo” (Oskar)
Per la sua grandezza di scrittore, Grass ha ricevuto il premio Nobel nel 1999. Il film di Schlöndorff ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1979 (ex aequo con Apocalypse Now di Francis Ford Coppola) e, nell’anno successivo, il premio Oscar come “Miglior film straniero”.
Note e curiosità
Questa volta è stato davvero arduo trovare delle curiosità. In tutti i siti che ho setacciato non ho scoperto niente di particolare sul film. Posso dire solo che non pochi tra i critici cinematografici sostengono che la Palma d’oro sia stata assegnata con troppa indulgenza al lavoro di Schlöndorff, ritenendo più meritevole Apocalypse Now di Coppola.
Considerato il vuoto delle mie ricerche, ho pensato bene di ripiegare sulla musica.
Il titolo del film è Il tamburo di latta, quindi – tralasciando la latta – piccole informazioni sul tamburo. Il tamburo con corde (in inglese snare drum) è uno strumento musicale della famiglia dei membranofoni. Il nome deriva dall’arabo tunbur (nome di uno strumento musicale a corde) incrociato con tabul (tamburo). L’elemento vibrante è costituito generalmente da una o due pelli.
L S D
Il tamburo di latta
- Regia: Volker Schlöndorff
- Soggetto: dal romanzo di Günter Grass
- Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
- Interpreti: David Bennent, Angela Winkler, Mario Adorf, Katharina Thalbach, Daniel Olbrychski, Tina Engel, Berta Drews