Sulle tracce di Clio: “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica (1948)
Questa volta parleremo di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica (1948). Tuttavia cominceremo spiegando il riferimento a Clio presente nel titolo. Per gli antichi Greci, Clio era la musa che presiedeva alla storiografia. Ora, se c’è una morale da trarre dalla pellicola di De Sica, è proprio l’importanza della memoria storica che invece sembra scomparire in questi tempi.
Roma in macerie
Più che la trama del film, crediamo sia importante riflettere sull’immagine dell’Italia (o potremmo dire dell’Europa o di molta parte del mondo) che ci viene posta dinanzi agli occhi. Dalla fine della seconda guerra mondiale sono passati circa settant’anni, ma sembrano settecento o più.
È veramente strano paragonare la povertà dei nostri nonni, con quanto (di superfluo) abbiamo oggi. Non vogliamo, però, scadere nel moralismo: pensiamo sia sufficiente che lo spettatore guardi quest’opera come si osserva un documentario, come un reperto – appunto – storico.
Il film è del 1948, la guerra è finita da poco e le macerie di Roma sono una chiara allegoria dell’intero popolo italiano, umiliato e disperato. La pellicola illustra nel modo migliore quello che si intendeva rappresentare con il Neorealismo (ne abbiamo parlato a proposito del film “Il generale Della Rovere” di Roberto Rossellini).
Ci sono in questa pellicola tutte le caratteristiche tipiche di quel movimento, compreso il fatto di utilizzare attori presi letteralmente dalla strada (cioè non professionisti): la moglie del protagonista è una giornalista (Liliana Carelli) cui qualche tempo prima De Sica aveva rilasciato un’intervista; Antonio Ricci è interpretato da Lamberto Maggiorani, scelto dal regista “per il suo modo di camminare”; il bambino che accompagna Ricci per tutto il film (Enzo Staiola), viene scovato nel popolare quartiere romano della Garbatella.
Le reazioni del pubblico
Alla prima visione al cinema Metropolitan di Roma, il pubblico protestò, chiedendo indietro i soldi del biglietto. In modo completamente diverso andarono le cose fuori dall’Italia. A Parigi, assistettero alla proiezione tremila spettatori e particolarmente ammirato ne fu il critico André Bazin, uno dei padri spirituali della futura “Nouvelle Vague”.
Negli Stati Uniti, poi, “Ladri di biciclette” conseguì l’Oscar (onorario) nel 1950. Onorario, perché solo dal 1957 verrà istituita la categoria “Miglior film straniero”.
Se vogliamo considerare la città di Roma quale altro protagonista della vicenda, allora è necessario soffermarsi almeno su due aspetti tecnici. In primo luogo, la fotografia di Carlo Montuori, che ci restituisce grazie al suo bianco e nero una grandezza e una monumentalità della capitale, oggi non più godibile. E poi bisogna prestare attenzione all’abbondante utilizzo di “campi totali e campi lunghi”, fondamentali per accentuare il senso di schiacciamento e di solitudine di Ricci e del figlio.
Vittorio De Sica
Il soggetto del film è tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini del 1946. Oltre a De Sica, collaborano alla sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico e – soprattutto – Cesare Zavattini (considerato uno dei padri del Neorealismo): il romanzo viene abbastanza stravolto e, solo dopo ben sei redazioni, la sceneggiatura giunge alla sua forma definitiva. C’è da aggiungere, però, che, seguendo i canoni del suddetto movimento, alcune scene furono girate senza seguire il copione, mentre in altre il regista si limitò a dare agli attori indicazioni di massima.
Su De Sica, sulla sua lunga carriera come regista, sceneggiatore, attore (più di centocinquanta film), ma anche come cantante o showman, ci sarebbe molto da dire. Ci limitiamo solo a segnalare che, nella sua vita privata, una volta separato dalla moglie (l’attrice Giuditta Rissone, che gli aveva dato una figlia), si legò all’attrice catalana Maria Mercader e, per sposarla, fu costretto a prendere la cittadinanza francese (1968), perché in Italia non esisteva ancora il divorzio.
La Mercader gli ha dato due figli: Manuel (musicista) e Christian (attore e regista). Notoria poi la passione che Vittorio De Sica ebbe sempre per il gioco: spesso si trovò a perdere anche somme ingenti, per ripagare le quali fu costretto a partecipare a pellicole sicuramente non degne delle sue capacità.
Note e curiosità
Antonio e Bruno, a Porta Portese, vengono sorpresi da un temporale e si riparano sotto un cornicione. Arriva un gruppo di seminaristi: tra questi c’è un pretino che altri non è se non un giovanissimo Sergio Leone.
Nonostante le difficoltà economiche di De Sica e della produzione, il regista rifiutò gli aiuti che una grossa major americana aveva offerto, perché in cambio pretendeva che il ruolo principale fosse assegnato al divo Cary Grant.
Moltissimi sono gli omaggi e le citazioni originati da questa pellicola. Nel 2001, il regista cinese Wang Xiaoshuai vinse il gran premio della giuria alla 57 edizione del festival di Berlino, con “Le biciclette di Pechino” (somigliante al film di De Sica sotto molti aspetti).
In campo musicale, possiamo ricordare i “Ladri di biciclette” (band che aveva come leader Paolo Belli) e un gruppo romano formato da disabili, che ha scelto come nome i “Ladri di carrozzelle”.
Per ultima vogliamo citare l’affettuosa parodia ad opera di Maurizio Nichetti (“Ladri di saponette”), che sarà l’oggetto del nostro prossimo lavoro.
L S D
Le immagini sono prese da Wikipedia
Ladri di biciclette
- Regia: Vittorio De Sica
- Interpreti: Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda