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Voi siete qui: Teatro & Cinema » “L’odio” di Mathieu Kassovitz: fino a qui tutto bene…

16 Febbraio 2022

“L’odio” di Mathieu Kassovitz: fino a qui tutto bene…

Mathieu Kassovitz ha 28 anni quando firma il soggetto, la sceneggiatura e la regia di questo film. È nato a Parigi il 3 agosto 1967 e “L’odio” (“La haine”) è il suo secondo lungometraggio (1995). Appartiene a una famiglia di cineasti: la madre è montatrice, mentre il padre è sceneggiatore e regista. Il cognome arriva dall’Ungheria che il padre aveva lasciato nel 1956.

Esordisce come attore a undici anni (il film è “Au bout au bout du banc” ed è diretto dal padre); quando ha 17 anni abbandona la scuola e inizia il suo percorso nella settima arte. Qualche cortometraggio e nel 1993 la sua opera prima (“Metisse”). Raggiunge il successo con “L’odio”, non bissato, però, dalle opere successive.

Come attore partecipa a molti film, tra cui “Il favoloso mondo di Amelie” di Jean-Pierre Jeunet, “Munich” di Steven Spielberg e “Amen” di Costa-Gravas. “L’odio” resta finora, per lui, un punto d’arrivo insuperabile.

Uno screenshot del film "L'odio" di Mathieu Kassovitz

“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani…A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: – Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene – Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio”…(Hubert).

Dicevo, un punto d’arrivo insuperabile, non solo, però, nella filmografia di Kassovitz, ma nella storia del cinema francese e anche di quello europeo. Racconta, la pellicola, della notte “brava” di tre amici di una qualsiasi banlieue intorno a Parigi.

Successo e polemiche

“L’odio” vince il premio per la migliore regia al Festival di Cannes. Esaltato dalla critica, il film raggiunge considerevoli incassi anche al botteghino (più di due milioni di spettatori solo in patria). Ma, non mancano le polemiche, legate al punto di vista dell’autore nei confronti della violenza urbana e degli interventi della polizia (ne parlo anche in nota).

A questo proposito, si racconta che, quando il primo ministro francese di allora (Alain Juppé) organizzò una proiezione speciale, chiedendo ai membri del suo dipartimento di partecipare, gli agenti di polizia presenti voltarono le spalle allo schermo in segno di protesta contro il ritratto brutale delle forze dell’ordine che vi era rappresentato. La stessa forma di protesta (sempre da parte delle forze dell’ordine) venne anche messa in pratica al Palais del Festival di Cannes quando si presentarono Mathieu Kassovitz e il suo cast.

La pellicola è girata a colori: in fase di montaggio, il regista però preferisce il bianco e nero in modo da far risaltare i contrasti razziali della storia che racconta. Nella versione originale i dialoghi sono in “verlan”, un gergo parigino che si caratterizza per l’inversione delle sillabe di una parola: la stessa parola verlan è in codice: significa “à l’envers”, ossia al contrario.

Quello poi che – al massimo grado – contraddistingue il lavoro di Kassovitz è il ritmo serrato, la tensione continua, gli attori perfetti nei loro ruoli e il montaggio frenetico, a tempo di rap.

Cito una frase che ho trovato in internet: “Parigi brucia, ma solo la parte di lei che non finirà su una cartolina”: Parigi, quindi (ma anche Milano, Roma, Londra e così via) non è soltanto moda, musei o locali di lusso.

“L’odio chiama l’odio” (ancora Hubert).

Odio per cosa?

Cos’è che rende speciale questo film? Non certo la trama, intercambiabile con altre assai simili; né gli attori, per quanto bravi e estremamente naturali nella loro parte; e neppure la regia, ricercata, sincopata, quasi “allucinata”. Secondo me, il vero senso dell’opera è nel mostrare il fiume sotterraneo che scorre oltre le immagini: è davvero il sentimento di ribellione che cerca uno sbocco.

Ma, a questo punto si apre un problema enorme: in nome di cosa combattono i vari Hubert, Vinz e Said? Cosa vorrebbero dalla Francia e dal mondo intero se li ascoltasse? Non certo la “rivoluzione marxista”, non una distribuzione più equa delle ricchezze. Vorrebbero solo essere resi partecipi di quella società dorata che vedono dalle banlieue e che a loro sembra tanto affascinante. Vorrebbero soldi, tanti soldi, donne e divertimenti di tutti i generi. E basta. È questo “l’odio”: è l’odio verso il paese dei balocchi negato a loro.

Mi scuso per la predica, ma – per una volta – mi sembrava necessario dare una mia interpretazione nei confronti di una pellicola che tiene incollati alla poltrona e che apre gli occhi su una realtà che è intorno a noi, anche se non la vogliamo vedere.

“Non bisogna domandarsi se si crede in Dio, ma se Dio crede in noi” (Hubert).

Note e curiosità

Per scrivere la sceneggiatura Kassovitz si è ispirato a un fatto realmente accaduto: la morte di Makome M’Bowole, ucciso dalla polizia con un colpo di pistola, dichiarato accidentale.

La storia dell’uomo che cade dal cinquantesimo piano è una citazione quasi letterale del personaggio di Steve McQueen ne “I magnifici sette”.

Come per tanti altri registi, prima e dopo di lui, anche Mathieu Kassovitz si ritaglia una piccola parte nel film. La curiosità sta nel fatto che il personaggio che interpreta è proprio il contrario di quanto ci si potrebbe aspettare: è uno dei naziskin con cui si scontrano i tre sbandati durante la notte (“Poliziotti buoni ne trovi, ma un nazi per essere buono, dev’essere morto!”, sempre Hubert).

Nonostante la sua giovane età, il regista francese rende omaggio con citazioni varie al cinema che l’ha preceduto. Visto l’argomento, privilegia le citazioni da “Scarface” di Brian De Palma e “Taxi Driver” di Martin Scorsese. A questo proposito, si assiste a un vero e proprio plagio, quando Vinz davanti allo specchio, rifà Robert De Niro.

L S D

L’odio

  • Regia: Mathieu Kassovitz
  • Soggetto e sceneggiatura: Mathieu Kassovitz
  • Fotografia: Pierre Aïm
  • Interpreti: Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui
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