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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Recensione del film “L’isola” di Pavel Lungin

10 Ottobre 2022

Recensione del film “L’isola” di Pavel Lungin

Sentivo proprio il bisogno, dopo tante pellicole impegnate, di prendermi una pausa. Pausa per modo di dire, perché, se è vero che nel film di Pavel Lungin (2006) non succede niente o quasi, c’è, però, un grande scavo interiore.

“L’isola” mi fa pensare ad un romanzo di Dostoevskij, dove il colloquio è quasi sempre tra il protagonista e la sua anima. Quello che succede nel cuore di padre Anatolij (interpretato da un notevole Pyotr Mamonov) mi ricorda quello che accade a Raskòl’nikov, a Dimitri Karamazov o ad altri personaggi di Dostoevskij. Naturalmente mutatis mutandis, cioè debitamente cambiati gli ambienti, i tempi storici e quant’altro.

Un momento del film "L'isola" di Pavel Lungin

Qualche eventuale spettatore potrebbe obiettarmi che “L’isola” è una pellicola lenta, con poche variazioni rispetto alla trama. Ho due risposte. La prima è che a me piacciono i film di questo tipo (e, se andate a riguardare i miei articoletti, troverete diverse recensioni a loro dedicate).

La seconda è che non è assolutamente vero che non accada nulla: il regista cerca di farci penetrare in un tempo particolare, quello che è necessario al protagonista per arrivare a sciogliere il groviglio nel suo animo. E, questa visione del tempo, è mostrata visivamente con il succedersi delle stagioni in una regione (Mare di Barents) nella quale le differenze del paesaggio sono davvero quasi impercettibili.

Ricordo perfettamente che, quando ho visto per la prima volta “L’isola” – naturalmente in una sala cinematografica – sono stato talmente affascinato dal paesaggio e dalla fotografia (opera di Andrei Zhegalov), da pensare che l’attore protagonista della pellicola non fosse Pyotr Mamonov, ma il vento, l’oceano, la tundra.

Un’anima in cerca

La storia del film è quella di un’anima che cerca di ritrovare la pace, anche se i comportamenti di padre Anatolij risultano tanto strani e sgarbati da creargli intorno un’aura di santità.

Cade a questo proposito una citazione di Efrem il Siro che, nel IV secolo disse: “La chiesa è un’assemblea di peccatori che si pentono” (citazione di Mamolov durante una delle sue rare interviste).

Ma c’è anche un’altra interpretazione per “L’isola”. L’esaltazione che Lungin fa dell’eremitaggio e del misticismo, possono essere lette – anche nel mondo contemporaneo – come una critica esplicita verso il nostro modus vivendi. Al di là delle letture che sono state fatte riguardo alla Russia post comunista o della Russia di oggi, io penso che sia meglio porre la pellicola fuori dall’alveo storico e vedere in essa semplicemente l’uomo in mezzo a una natura nella quale ha la possibilità di confrontarsi con i propri demoni e con la propria vita.

“Il cinema tornerà ad essere sacro o religioso se accetterà di cominciare o ricominciare dall’uomo”. (Francesco Cacucci, teologo)

Un discorso, questo, che mi fa ripensare ad alcuni capolavori di Kim Ki-duk.

E, oltre al geniale coreano, ricordo che, quasi negli stessi anni (2003), avevo avuto la fortuna di vedere “Il ritorno” di Andrej Zvjagincev. Anche in quel caso la vicenda raccontata passava in secondo piano, rispetto al modo. In Zvjagincev, al pari di Lungin, il linguaggio cinematografico metteva in difficoltà lo spettatore: lunghe studiate carrellate, una raffinata composizione dell’inquadratura e altre soluzioni tecniche che facevano ripensare al cinema russo di molti anni prima.

Il regista Lungin

Poche parole, in conclusione, su Pavel Semënovič Lungin (noto anche come Lounguine, Pavel). Nasce a Mosca nel 1949, si laurea nel 1971 presso la facoltà di Linguistica Matematica e Applicativa dell’università statale della capitale.

Dal 1980 frequenta gli studi superiori per registi e sceneggiatori. Lavora principalmente come sceneggiatore, fino a quando non gli viene data la possibilità di dirigere “Taxi blues”, all’età di quaranta anni. La pellicola vince il premio per la migliore regia al Festival di Cannes del 1990. Da quell’anno alterna le regie (anche per il teatro e per opere liriche) in patria, con lunghi soggiorni in Francia.

Nella vita e nel lavoro attraversa il periodo comunista e quello della Perestrojka: infatti nei film successivi a “Taxi blues” tende a mostrare il disorientamento e i mutamenti della caotica realtà russa.

Note e curiosità

È particolare la storia dell’attore protagonista de “L’isola”, Pyotr Mamonov. Questi è un ex musicista famoso con il gruppo rock “Zvuki mu”. Aveva interpretato un ruolo nel primo film di Lungin, “Taxi blues”.
Tuttavia, da più di dieci anni conduce una vita da eremita nel villaggio di Reviakino. In città si reca solo nella prospettiva di presentare uno spettacolo al teatro Staniskavskyi.

Racconta lui stesso che, prima di incontrare la fede a 45 anni, aveva condotto una vita dissipata: la proposta da parte di Lungin di interpretare il ruolo di padre Anatolij, l’ha convinto a lasciare per un piccolo periodo il suo eremitaggio.

Nell’agosto del 2019 è stato ricoverato d’urgenza in terapia intensiva per un infarto. È morto il 15 luglio del 2021.

La seconda osservazione è una nota di servizio. Coloro i quali decidessero di vedere “L’isola”, possono trovare gratuitamente il film su YouTube.

Anche se non è troppo pertinente, voglio ricordare infine che l’11 settembre scorso si è spento Alain Tanner, da me omaggiato qualche tempo fa con la recensione di “Dans la ville blanche”.

L S D

L’isola

  • Regia: Pavel Lungin
  • Sceneggiatura: Dmitry Sobolev
  • Interpreti: Pyotr Mamonov, Viktor Sukhorukov, Dmitri Dyuzhev, Jurij Kuznecov, Viktoriya Isakova
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