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Voi siete qui: Biblioteca » Da Bottega Errante “I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič

20 Maggio 2026

Da Bottega Errante “I fantasmi di Trieste” di Dušan Jelinčič

Claudio Magris, Mauro Covacich, Giorgio Voghera, Jan Morris sono solo alcuni di coloro che hanno raccontato nei loro scritti quella ‘città mondo’ che è Trieste. Dušan Jelinčič nella raccolta I fantasmi di Trieste (per Bottega Errante Edizioni, seconda edizione 2026) continua questa linea narrativa.

No, Jelinčič non si limita a raccontare di Svevo o Saba o di come Trieste sia la città mitteleuropea d’Italia, dove è possibile respirare e cogliere il fascino di un mondo che non esiste più, quello dell’Impero Austroungarico. Jelinčič non racconta il mare.

L’intento dello scrittore è quello di scrivere e dare vita alle presenze, agli eccentrici, agli emarginati e tutti coloro che solo la pietas di Trieste potrebbe accogliere e proteggere. E dargli voce. Alcuni dei protagonisti sono realmente esistiti altri sono suggestioni o storie che sono giunte allo scrittore, camminando per le vie della città o guardando le facce su un tram.

Qui evocati ci sono gli eccentrici che banalmente si definirebbero fuori di testa. Ma che alla fine si comprende come in realtà fossero dei sognatori e uomini che si spendevano per migliorare il mondo. Diego de Henriquez, ad esempio, non è solo l’uomo che voleva combattere l’avvento di nuovi fascismi e accumulava ogni sorta di reperto bellico. Il compito che si è dato è quello di mostrare gli orrori della guerra.

Apparentemente Henriquez è un fanatico di armi, in realtà è un sognatore che per la pace farebbe di tutto. Julius Kugy botanico dilettante, invece, dedica la sua vita alla ricerca, la Scabiosa rossa, fiore che non esiste. Ma ha finito per trovare qualcosa di più importante: il sogno stesso. Più che eccentrici questi sono figli del Romanticismo. Che passano la vita a cercare qualcosa che non c’è o nel loro piccolo vogliono cambiare un mondo.

Poi c’è Tiolo, un uomo comune che un giorno capita nella Risiera di San Saba – oggi museo − e tra le fotografie scorge anche quella di Odilo Globočnik, uno «sloveno rinnegato» che assume la carica di gerarca nazista durante la Seconda guerra mondiale. Lo sguardo di Tiolo si sofferma casualmente su quella di un ragazzotto che sta accanto al gerarca. Il volto di quest’ultimo, seppure invecchiato, gli risulta familiare. Quando se lo trova davanti, sul tram, che prende ogni giorno non riesce a non reagire in modo feroce. Perché l’allora ragazzo tuttofare del gerarca minimizza quanto accaduto nella Risiera di San Saba. E la sua terribile storia.

Come nel racconto Le polpette di Lina dello scrittore e poeta Umberto Saba anche in uno di questi pezzi che compongono il libro compare una presenza: James Joyce, evocato da alcuni scrittori chiamati a dissertare sulla vita scanzonata e in cerca di guai e prostitute. Joyce racconta il suo personale rapporto con la città, che per lui diventa il luogo dove cercare la calma che gli permette di trovare le parole da scrivere.

Joyce compare anche altrove, nel libro, il tono scanzonato si fa cupo e lo scrittore finisce per chiedersi quanto la genialità nello scrivere opere all’avanguardia l’abbia costretto a fallire nella vita: a non dimostrare l’amore che provava a sua moglie Nora e a sua figlia, Lucia, che finirà per passare tutta la vita in manicomio.

Trieste è anche il luogo dove per la prima volta si parla di abolire i manicomi, luoghi in cui finiscono donne e uomini che non avevano fatto molto spesso nulla di male, ma che arrancavano a trovare una stabilità come accade a Olga, ragazza prima e donna anziana poi che si trova, per un amore finito, a passare la propria vita in un ospedale psichico. A cui Basaglia darà la speranza che è insita in ogni nuovo inizio.

Ne I fantasmi di Trieste Dušan Jelinčič racconta anche di ferite aperte. Trieste non è solo il luogo dell’occupazione nazista, ma anche il luogo delle foibe e di un sottilissimo odio nei confronti di quegli sloveni, chiamati con disprezzo ‘sciavo’ degli italiani per riferirsi con cattiveria agli sloveni di Trieste.
Pensare a questo libro come un romanzo sembra (e forse lo è) riduttivo.

Le storie possono essere lette singolarmente, ma anche come un romanzo in cui Dušan Jelinčič un po’ da antropologo, un po’ da sensitivo racconta e immagina, ricrea un mondo e dà a quello che vede un senso narrativo, perché solo la narrazione può descrivere impressioni, suggestioni, piccole intuizioni o i sentimenti ispidi che si sentono fanno parte del mondo reale.

A dare un’idea di unità è l’io che racconta, ma soprattutto i luoghi: vie, quartieri, le squadre di calcio e lo stadio − una partita combattuta tra nazisti e occupati − o ‘el Pedocin’ (bagno di Trieste dove uomini e donne sono separati: un romantico retaggio austroungarico).

Si capisce presto che I fantasmi di Trieste è anche il ricordo di una città multiculturale dove italiani, sloveni, armeni, ebrei, greci convivevano insieme.

Claudio Cherin

Dušan Jelinčič
I fantasmi di Trieste
Prefazione di Pietro Spirito
Bottega Errante Edizioni
Collana camera con vista
Seconda edizione 2026, 136 pagine
17 €

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