Recensione a “I diari della mascherina” di Marco Bennici (Porto Seguro Editore).
Tutti i momenti più difficili e dolorosi della nostra recente storia nazionale hanno finito per trovare uno scrittore che ne tramandasse ai posteri la temperie: Carlo Levi per il confino degli oppositori al fascismo, Mario Rigoni Stern per la guerra, Beppe Fenoglio per la Resistenza, Erri De Luca per i cosiddetti “anni di piombo”…
Forse non siamo sufficientemente lontani dalla pandemia da poter raffigurare col necessario distacco emotivo “l’era del Covid”: ne portiamo ancora addosso i pesanti segni, fisici e/o psicologici.

Eppure, come annota Paolo Ciampi nella sua partecipe prefazione al bel volume “I diari della mascherina” di Marco Bennici (Porto Seguro Editore):
Ora che tocca a noi, chissà se sapremo raccontare di quando le scuole e le fabbriche erano vuote e negli ospedali non c’era più posto. Sapete, a quei tempi da un giorno all’altro ci toccò nascondere i nostri volti dietro mascherine, giocavamo tutti all’allegro chirurgo. Smettemmo di baciarci sulle guance, ci proibimmo gli abbracci. Incredibile, chiusero persino i centri commerciali. Si svuotarono anche gli stadi (…). Ho l’impressione che prima o poi di tutto questo dovrà occuparsene uno scrittore da Nobel e dintorni (…). In attesa del Nobel, è di libri come quello che avete tra le mani che abbiamo bisogno. Di voci come quella di Marco, bravo a testimoniare un’esperienza che è di tutti e a farlo rimanendo pienamente sé stesso”.
Le mascherine continuiamo a indossarle, ma per fortuna (checché ne dicano gli irriducibili del “No”) è intervenuto il vaccino a diminuire drasticamente la pressione sulle strutture sanitarie, e a consentirci, pian piano, una ripresa della vita sociale (curiosamente, in tutti questi mesi è stato definito “distanziamento sociale” ciò che di fatto era un’imposizione – assolutamente necessaria, per carità – di mera lontananza fisica).
È proprio questa crescente sensazione di sollievo a consentirci di leggere, ora, le pagine di Bennici – peraltro, materiate di ammirevole lievità e persino di sublime ironia – senza venire sopraffatti dall’angoscia. Per quel che mi riguarda, almeno, visto che attraverso la malattia la scorsa primavera ci sono passato, per cinque interminabili settimane.
Percorrendo queste pagine, mi sono ritrovato in lunga coda, col carrello, davanti alla Coop, debitamente munito di mascherina, guanti e disinfettante, mentre alcuni gabbiani, appollaiati sull’arco di ingresso (gabbiani ad Alessandria! Forse il problema non stava solo nel virus…), ci osservavano con un’aria che mi pareva beffarda. Mi sono rivisto durante le videoconferenze da casa, con la gatta grigia (purtroppo, lei nel frattempo ci ha lasciati…) che mi si sdraiava alle spalle, sullo schienale del divano, facendo sporgere un orecchio; intanto, nella stanza vicina, mia figlia seguiva “a distanza” la sua lezione universitaria di filosofia.
Non ho avvertito la mancanza del barbiere, visto che già da prima mi tagliavo i capelli per conto mio, con un rasoio elettrico. In compenso, gli occhiali che si appannano sono tuttora un problema irrisolto. Ho potuto contemplare (sempre debitamente mascherato…) il Tirreno d’autunno, in occasione del Premio Casinò di Sanremo, e soggiornare nel paesino appenninico di mia moglie, col suo forte dialetto che non so parlare ma che capisco ormai tutto.
Solo in parte, invece, sono riuscito a superare la congenita goffaggine nel maneggiare gli strumenti elettronici. In occasione degli esami di mia figlia, non mi era però consentito rimanere nell’appartamento, e dovevo starmene di sotto, sulla panchina del cortile-giardino. Mi commuove sempre l’immagine televisiva di Papa Francesco sotto la pioggia, tutto solo nella grande piazza romana completamente vuota, e riavverto nella memoria l’acuta, pungente nostalgia delle vie centrali della mia città, allora lontane e irraggiungibili come Itaca dall’isola di Calipso… Lascio ai lettori il confronto con le altre esperienze narrate.
Lo stile di Marco Bennici (detto en passant, collega funzionario di Ente locale) è piano, lineare, ma al contempo precisissimo, sia come lessico che come ritmo. Ne condivido in toto l’idea della scrittura quale mezzo per amplificare e allargare nel tempo “le cose belle della vita” (a me succede, per esempio, coi viaggi, rivissuti con maggiore lentezza e intensità raccontandoli e, poi, a ogni successiva rilettura), e ne sottoscrivo le considerazioni (di chiara matrice “azionista”, dai fratelli Rosselli, Carlo Levi, Ferruccio Parri, Norberto Bobbio in qua) sulla “proprietà privata” e sulla “cosa pubblica”; per esempio: “Penso che lo Stato possa e debba avere un ruolo in economia e che debba anche fare da garante perché tutti siano messi nelle medesime condizioni di partenza per affrontare la competizione per la vita”.
In molti passaggi (uno per tutti: cfr. a pag. 101) si avverte l’equilibrata, matura riflessività di Michel de Montaigne (il sommo pensatore francese fu pure Sindaco di Bordeaux, col relativo, inevitabile senso pratico che ne deriva). Ma si può constatare anche la discreta presenza di altri “grandi” della penna: Fernando Pessoa (“vivere in maniera espansa, secondo una serie di moltitudini che a lungo mi hanno fatto pensare di essere forse un soggetto strano”, pag. 99), il già citato Carlo Levi (“il dono dell’eloquio e della conoscenza dell’etimologia di una lingua contadina il cui solo e primo fondamento è la terra e i ritmi di chi quella terra la lavora per ricavarne da mangiare”, p. 155), Marguerite Yourcenar (“come l’acqua che scorre”, p. 199), fino al prezioso cantautore e romanziere Vinicio Capossela, chiamato espressamente in causa alle pagine 195-196. Di nuovo, lascio al lettore il gusto di scoprire gli ulteriori riferimenti o allusioni.
Non posso che concludere, per coerenza, con l’invito caloroso a prendere questo libro e a leggerlo con la lentezza necessaria per collegare debitamente le sue parole ai nostri vissuti. Un primo, pregevole tentativo di tramandare ai posteri l’esperienza traumatica (perché, purtroppo, lo è stata davvero) che ci è toccata in sorte.
Marco Grassano
Marco Bennici
I diari della mascherina
Porto Seguro Editore
2021, 234 pagine
16 €