Subito dopo averlo scelto, mi sono accorto che probabilmente I tempi che cambiano (2004), non è il film più significativo di André Téchiné. In realtà non l’avevo visto e mi incuriosiva vederlo.
Comunque, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia: quelle che sono le caratteristiche del cinema del grande regista francese, sono presenti anche in questa pellicola. Ho scritto grande regista anche se, in Italia, André Téchiné non gode della stessa fama di altri suoi connazionali della stessa età.
Avrebbe potuto far parte della Nouvelle Vague perché, prima di passare dall’altra parte della macchina da presa, lavora come critico cinematografico per la prestigiosa rivista Cahiers du cinéma, da cui passano Truffaut, Godard, Rohmer e diversi altri.
Resta invece sempre un po’ in disparte ed è curioso che in molti dei suoi lavori, specialmente in quelli iniziali, anche i suoi personaggi si muovano in una situazione di solitudine, senza amicizie né amori, in un presente vuoto e inquieto.

Ma procediamo con ordine. André nasce nel 1943 in un paesino alle pendici dei Pirenei (Valence-d’Agen) e debutta come regista nel 1969 con Pauline s’en va.
“Intraprendo ogni film come si intraprende un viaggio.”
È un autore particolarmente attento alla messa in scena: la composizione dell’immagine, la fotografia e i movimenti della macchina da presa all’interno della scenografia. Viene considerato il maestro dei controcampi psicologici, grazie alle inquadrature utilizzate per ribaltare quanto lo spettatore sta vedendo, con l’intento di dar conto sempre di due realtà diverse.
Questa è la caratteristica principale dei suoi film: non vuole che chi guarda possa identificarsi con l’uno o l’altro attore, ma – in un certo senso – con tutti. Non crede che sia necessario cercare sempre i ‘buoni’ o i ‘cattivi’, ‘quelli come me’ o ‘quelli come te’: si sforza di raccontarli umanamente, con le loro debolezze, le loro mediocrità, nei loro vuoti esistenziali o nella loro capacità/incapacità di amare.
“Nessuno è santo, nessuno è dannato. Tutti quanti scopriamo il limite” (da Niente baci sulla bocca)
Le pellicole di Techiné si occupano principalmente dei problemi legati ai rapporti nella società contemporanea e quindi affiorano discorsi legati all’omosessualità, alla tossicodipendenza, alla crisi della famiglia. In particolar modo, il regista francese affronta il dramma dell’adolescenza, il problema dell’identità, anche sessuale e il rapporto con gli adulti.
Per dire qualcosa di personale – considerando il lavoro che ho svolto per tanti anni -, credo che il riferimento continuo alla difficile età in cui non si è né carne né pesce, sia il motivo principale che me lo fa apprezzare.
“Un regista si chiede come sia il mondo. Se non fa questa domanda, fa un cinema che prende il polso.”
Dopo Pauline s’en va, gira molti altri film di successo, specialmente in Francia: ricordo almeno Rendez-vous (1985), il già citato Niente baci sulla bocca (1991), L’età acerba (1996) e I testimoni (2007).
Una delle caratteristiche di Téchiné è quella di avere scelto per i ruoli più importanti attori, allora molto giovani, che poi sarebbero diventati famosi.
Nel 1985 vince il premio per la migliore regia al festival di Cannes con Rendez-vous. Per quanto riguarda I tempi che cambiano non c’è molto da dire, se non che ritornano i temi consueti del regista francese.
“Ti ho cercato ovunque, per trent’anni.” (Antoine)
Così, alla storia d’amore (quasi) impossibile tra Cécile e Antoine Lavau si affianca la vicenda del di lei figlio (Samy) e della sua omo-bisessualità; ma anche tutti i personaggi che potremmo definire di contorno, hanno un ruolo ben preciso e una evoluzione nel corso del film. Téchiné si appassiona ai suoi eroi e non si permette mai di giudicare quello che scelgono di fare.
I tempi che cambiano è ambientato a Tangeri, una città che ha la funzione di specchio per i cambiamenti personali e per quelli sociali, un posto in cui i ricordi si scontrano con la modernità. Si tratta di un luogo sospeso tra il Marocco e l’Europa, con un passato coloniale a opera della Francia; appare come un mondo mischiato male, tra francesi e marocchini, tra due mentalità che fanno fatica a comprendersi.
Il film si concentra sulla impossibilità di fermare il tempo e sul ritorno di passioni passate.
“Non siamo più gli stessi. Tutto è cambiato, anche noi.” (Cécile)
La coppia di attori protagonisti (Catherine Deneuve e Gérard Depardieu) sono la stessa de La signora della porta accanto e potrebbe sembrare anch’esso un mélo sull’amor fou. La passione amorosa è però giocata a livello mentale, affiorano sensazioni, malinconie e sensi di colpa, mentre restano del tutto assenti le pieghe melodrammatiche del film di Truffaut.
“La più grande costante della vita è il cambiamento.” (Eraclito)
Note e osservazioni
Non ho molte curiosità da proporre. Mi limito a dire che, per quanti frequentano ancora le sale cinematografiche, il 5 marzo è uscito in Italia Nouvelle Vague di Richard Linklater, accompagnato anche da buone critiche.
Per quanto riguarda Téchiné, durante la sua carriera si è avvalso (come nel caso del premiato Rendez-vous) di uno sceneggiatore che proveniva come lui dai Cahiers du cinéma: Olivier Assayas.
Anche Assayas (classe 1955) è rimasto un po’ defilato rispetto ai grandi autori della Nouvelle Vague, ma negli anni si è costruito una buona fama in Francia e fuori dal suo Paese: Il bambino d’inverno, Contro il destino, Irma Vep. In questi giorni raccoglie un discreto successo in Italia con Il mago del Cremlino – Le origini di Putin.
L S D
I tempi che cambiano
- Regia: André Téchiné
- Sceneggiatura: André Téchiné, Laurent Guyot, Pascal Bonitzer
- Interpreti: Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Gilbert Melki, Malik Zidi, Lubna Azabal, Tanya Lopert